RECENSIONI|19 gennaio 2010 00:00

I muri che dividono il popolo saharawi

Esiste un popolo da tempo dimenticato: il saharawi. Residente nel Sahara Occidentale, un territorio di 266 mila chilometri quadrati tra il Marocco, l’Algeria e la Mauritania, ricco di fosfati (estratti soprattutto nell’immensa miniera di Bou Craa), che s’affaccia sull’Oceano Atlantico, in una delle coste più pescose dell’Africa.
È in questa magica area del mondo che varie tribù nomadi, nate dalla fusione dei berberi con genti arabe, si stanziarono dopo la conquista islamica nel XIV secolo.
Il saharawi è un popolo esiliato, diviso al suo interno e dal resto dell’Africa da una serie di muri, i “muri marocchini”, la cui lunghezza è stimata in oltre duemila e settecento chilometri.

Il Sahara Spagnolo – Alla conferenza di Berlino del 1884-85 la zona costiera dell’attuale Sahara Occidentale fu assegnata alla Spagna, che in seguito estese il suo controllo all’intera area, denominandola nel 1924 “Sahara Spagnolo”. Nel 1960 i saharawi diedero vita a un movimento indipendentista, guidato da Muhammad Bassiri, che nel giugno del 1970 iniziò a manifestare pacificamente. Le richieste avanzate dal movimento erano essenzialmente due: migliori condizioni di vita per la popolazione, e l’avvio di trattative per l’indipendenza graduale. La risposta fu la repressione militare e l’arresto di Bassiri. Nel 1973 venne fondato il Fronte polisario (Fronte di liberazione popolare di Saguia el Hamra e del Rio de Oro) che, sotto la guida di El Ouali Mustapha Sayed, iniziò la resistenza armata contro la dominazione spagnola. Nel 1975, tuttavia, in seguito ad accordi stipulati segretamente a Madrid, la Spagna si ritirò dal possedimento sahariano, permettendo al Marocco e alla Mauritania di spartirsi l’ex colonia.

La resistenza del Fronte polisario – La lotta del Fronte polisario continuò contro i nuovi invasori e nel 1976 la Mauritania rinunciò a ogni pretesa sull’ex Sahara spagnolo. Il governo marocchino, invece, riuscì a occuparne buona parte, anche se dovette cedere una striscia di terra interna agli indipendentisti, i quali proclamarono la nascita della Repubblica araba saharawi democratica (Rasd), che oggi conta circa 382 mila abitanti ed è stata riconosciuta da vari stati africani e sudamericani (ma non dalla Organizzazione delle nazioni unite). Il Marocco, pur non riuscendo ad annettere altri territori per l’eroica resistenza del Fronte polisario, ha continuato fino a oggi la propria sanguinosa guerra di conquista, anche se nel 1991 la Rasd ha scelto la strada della diplomazia e dell’azione non violenta, chiedendo e ottenendo l’intervento dell’Onu. E’ stata inviata, quindi, una forza di pace, che si è impegnata a organizzare un referendum per l’autodeterminazione del popolo saharawi (Risoluzione Onu n. 1514/XV del 1960), promessa tuttavia non ancora mantenuta. Nei territori occupati è da anni in corso una sorta di “intifada” pacifica, che continua a essere repressa e aggirata diplomaticamente, in accordo con alcuni stati europei, dalle autorità marocchine.

I “muri marocchini” – Il sistema di muri del Sahara Occidentale costruito dal governo del Marocco si estende per 2.720 chilometri ed è un insieme di otto barriere divisorie. Lungo i muri, a vari chilometri di distanza, sono stanziati gruppi di soldati e ogni quindici chilometri c’è un radar che fornisce dati a una compagnia d’artiglieri pronti al fuoco. Le fortificazioni sono supportate da vari tipi di ostacoli, muretti di pietre e sabbia, fossati e campi minati: è stato stimato che in questi campi sono state nascoste oltre due milioni di mine! Naturalmente, il governo del Marocco sostiene che i muri hanno uno scopo puramente difensivo. Allora diremmo che è solo un caso se la parte del Sahara Occidentale controllata dai marocchini racchiude le principali ricchezze della zona: la costa pescosissima, le miniere di fosfati e i giacimenti petroliferi non ancora sfruttati… La parte controllata dalla Rasd, invece, è una striscia desertica, poco popolata, che si trova a Ovest dei muri, e i suoi abitanti vivono in condizioni d’indigenza. Molti saharawi, inoltre, sono rifugiati da anni in Algeria e risiedono in campi per i profughi. È dunque economico il reale scopo per il quale vengono eretti i muri che separano i popoli!

Aminatou Haidar – Una donna saharawi, Aminatu Haidar, nel 2005, dopo essere stata imprigionata e torturata, ha digiunato per cinquantadue giorni insieme ad altri sei attivisti dei diritti umani e a trenta detenuti politici saharawi nelle carceri marocchine. Le autorità di Rabat, dopo averla liberata, l’hanno espulsa dal Sahara Occidentale nel novembre del 2009, costringendola all’esilio nell’isola di Lanzarote, dove ha continuato la sua protesta con un digiuno – durato trentadue giorni – contro le espulsioni forzate e a favore del referendum per l’autodeterminazione del suo popolo e dell’abbattimento dei muri. A dicembre del 2009 si attendeva, con ansia per la sua incolumità, il pronunciamento sul suo caso da parte del Parlamento europeo, ma, su richiesta del presidente del gruppo socialista europeo, Martin Schultz, appoggiato dal presidente del gruppo dei popolari Joseph Daul, il dibattito è saltato, perché, secondo Schultz, la votazione avrebbe potuto intralciare la soluzione diplomatica intrapresa con la mediazione dell’Unione europea. Alte si sono levate, a questo punto, le proteste del Fronte polisario, sostenuto da Izquierda unida e dal gruppo dei Verdi europei. Poi, comunque, la situazione si è risolta positivamente e la sera del 17 dicembre 2009 un aereo militare, giunto appositamente da Madrid, ha potuto riportare Aminatou a El Ayun, principale città del Sahara Occidentale. Si è trattato, in verità, solo di un piccolissimo passo in avanti nel rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani. Ma sappiamo che non è ancora finita la lotta contro tutti i muri eretti per opprimere l’umanità di colei che è stata definita la “Gandhi del popolo saharawi”.

Il film dei “Figli delle nuvole” – In Italia se n’è parlato pochissimo, la notizia è passata quasi senza lasciare traccia, invece c’è bisogno di raccontare, denunciare e informare l’opinione pubblica, per non dimenticare e per non restare indifferenti. È per questo motivo che nasce il documentario 1514 Le nuvole non si fermano, diretto da Carlotta Piccinini e prodotto da Umberto Saraceni di Visual Lab, con il partenariato dell’associazione El Ouali per la libertà del Sahara Occidentale e del Comitato internazionale per lo sviluppo dei popoli (Cisp), nonché promosso dall’associazione Visioni Trasversali di Bologna. Il film è stato girato da una troupe di cinque donne nel mese di febbraio 2009 su richiesta dell’Associazione El Ouali di documentare la “Sahara Marathon” – un progetto di solidarietà internazionale giunto quest’anno, il 22 febbraio 2010, alla decima edizione – organizzata insieme al Sahara Project Association di Madrid. 1514 Le nuvole non si fermano racconta la storia del popolo saharawi, chiamato anche i “Figli delle nuvole”, attraverso lo sguardo di una ipotetica maratoneta, metafora della visione dell’Occidente e, dunque, dello spettatore. Il suo viaggio diventa un percorso di consapevolezza sulle condizioni di vita dei saharawi e sulla loro aspirazione a essere finalmente liberi e indipendenti. Alla maratona di solidarietà si aggiungono le testimonianze della gente del posto, che racconta il proprio vissuto e le difficili condizioni di vita nei campi profughi, dove le donne sono responsabili e artefici di un’invidiabile organizzazione.

L’anteprima del film è prevista a Bologna venerdì 30 aprile 2010 presso il Teatro Duse (via Cartoleria 42), con il patrocinio della Regione Emilia-Romagna e della Provincia di Ferrara.
Per vedere il promo video e saperne di più:
http://www.visionitrasversali.org/1514lenuvolenonsifermano/en/press.php.

L’immagine: cartina geografica del Sahara Occidentale.

Mariella Arcudi

(Lucidamente, anno V, n. 51, marzo 2010)

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