IL PIACERE DELLA CULTURA|21 febbraio 2010 00:00

“Ci saranno le stelle gelide verdi remote”

Vita, poesia, morte di Antonia Pozzi, la poetessa milanese suicida nel 1938

Suicida a 26 anni, poetessa da sempre, Antonia Pozzi, una delle voci poetiche – misconosciute – più alte del Novecento, rivive nelle sue opere con delicatezza e forza ad un tempo. Un’esile scia di silenzio segue la sua persona, nonostante il tempo le abbia dato ragione, nonostante la sua figura si possa definire un punto di riferimento fisso per gli artisti contemporanei. Qualche riga per ricordarla e per conoscerla.

«Se accadrà ch’io me ne vada»: la preontologia di Antonia
«E poi – se accadrà ch’io me ne vada – resterà qualche cosa di me nel mio mondo – resterà un’esile scia di silenzio in mezzo alle voci – un tenue fiato di bianco in cuore all’azzurro – Ed una sera di novembre una bambina gracile all’angolo d’una strada venderà tanti crisantemi e ci saranno le stelle gelide verdi remote – Qualcuno piangerà chissà dove – chissà dove – Qualcuno cercherà i crisantemi per me nel mondo quando accadrà che senza ritorno io me ne debba andare» (Novembre).
Antonia Pozzi nasce il 13 febbraio 1912 a Milano da una famiglia benestante, piena di stimoli culturali ma, allo stesso tempo, in un ambiente secondo il quale, specialmente per una donna, la cultura deve rimanere un prezioso decoro e mai una vocazione. La vocazione per una donna deve essere il matrimonio (come afferma lei stessa nella poesia La Gioia: «Domandavo a occhi chiusi / – che cosa / sarà domani la Pupa? – / Così ti facevo ridire / in un sorriso le dolci parole / – la sposa, la mamma»), un matrimonio “divertente”, certo, ricco di viaggi e serate al Teatro alla Scala, ma niente di più. E di più, infatti, cosa si potrebbe pretendere?
Eppure “Tonia” pone fine alla sua vita a 26 anni, un suicidio frutto di un dissidio continuo fra vita e arte. Oppressa dal perbenismo borghese, dalla maschera imposta, percepisce la tragedia della sua vita nel niente offerto dalla vita stessa al suo giovane cuore. Non è nichilismo quello di Antonia Pozzi, perché questa ragazza esile e bella, con il sorriso più dolce che una poetessa abbia mai potuto avere, ha un “tutto” dentro di sé che nega il niente del nichilismo. La sua morte è il portato di una delusione preontologica.
Ella sa che sosterà fra le sensazioni e le emozioni senza poterle mai vivere appieno: delusa da questa imperfezione emotiva, eccesso stesso di emozione, sa che dovrà vivere infine un sentimento forte e totale.

Il suicidio
L’idea del suicidio nasce silenziosa e terribile dentro ogni cuore, si insinua greve, quasi trascurata, però, nelle intenzioni quotidiane, e non giunge a compimento solo per un bacio di chi amiamo, per la carezza della lingua di un cane sulla guancia o per un viaggio improvviso che ci trascina per il mondo.
Il suicidio è così, predestinato ma non incontrovertibile, inevitabile ma al medesimo tempo evitabile, evitabile nelle occasioni ma non nel gene della propria anima che irresistibilmente viene attratta come su un pontile misterioso al quale attracca ogni giorno il lungo pugnale della fine. Anticipare la fine non è forse la fine ideale, ma nemmeno solo un peccato, forse un estremo stato di grazia che ci fa conoscere in anticipo ciò che prima o poi dovremo conoscere, annullando l’attesa: «Ed io sosto pensandomi ferma stasera in riva alla vita come un cespo di giunchi che tremi presso un’acqua in cammino» (In riva alla vita).

La vita e la formazione
Figlia di Roberto Pozzi, importante avvocato della capitale lombarda, e della contessa Lina Cavagna Sangiuliani, tra l’altro nipote del poeta Tommaso Grossi, già amico di Carlo Porta e Alessandro Manzoni, Antonia sembra provenire, per vita, per opere e per la fine da lei scelta, da una delle pagine più moderne della storia della poesia e della letteratura italiana. È una donna indubbiamente fortunata, frequentatrice dei salotti bene, amante della musica, del teatro e delle arti in generale.
Dopo gli anni del liceo, anni intensi che ruotano attorno alla figura del professore di Latino e Greco Antonio Maria Cervi, di cui lei pare fosse innamorata – non si sa se ricambiata o meno (le manipolazioni delle fonti primarie della poetessa da parte della famiglia impediscono di fatto di capire la realtà dei fatti) –, Antonia si iscrive alla Facoltà di Filologia (Università statale di Milano) e lì, per la prima volta, incontra personaggi che saranno molto importanti per la sua formazione come: Antonio Banfi (firmatario nel 1925 del Manifesto degli intellettuali antifascisti), docente di Estetica e grande filosofo con il quale Antonia poi sosterrà la tesi di laurea su Flaubert; Remo Cantoni, considerato uno dei promotori dell’Antropologia culturale in Italia; Enzo Paci, considerato uno dei più alti esempi del pensiero esistenzialista del nostro paese; Vittorio Sereni, poeta di eccellente levatura (di lui ricordiamo Gli strumenti umani, raccolta di poesie pubblicata nel 1965); Luciano Anceschi, docente di estetica presso l’ateneo di Bologna e autore di numerose opere di critica poetica e filosofica.

Tonio Kröger: Antonia poetessa europea
Antonia viaggia tanto, parla molte lingue, ama specialmente il tedesco, che studia insieme a Vincenzo Errante (germanista definito da Valentino Bompiani il «barone siciliano traduttore di Goethe in versi dannunziani»).
In seguito traduce alcuni capitoli del Lampioon küsst Mädchen und kleine Birken (“Lampioon bacia ragazze e giovani betulle”) di Manfred Hausmann, e conosce molte persone, molte anime, molte istanze, ma rimane dentro di lei quella finitezza, per meglio dire quella infinitezza della percezione di sé che lei prova nel cantuccio delle solitarie passeggiate in montagna o nella villa di famiglia, immersa nella bellissima natura di Pasturo, ai piedi delle Grigne, in provincia di Lecco.
Una eco di spossatezza, di senso di strappo e Zerrissenheit con il mondo che la avvicinano al Tonio Kröger di Thomas Mann e dunque alla poetica europea.

«Come un po’ d’acqua ferma»: l’identità artistica
Sentendosi «come un po’ d’acqua ferma per un attimo sopra un masso sporgente in mezzo alla cascata, che aspetta di precipitare ancora» (lettera a Remo Cantoni, Pasturo, 19 giugno 1935), Antonia si definisce una Tonia Kröger, si sente perduta ai margini della vita reale e sente in sé lo strappo dolorosissimo fra Geist e Leben.
Tuttavia questo strappo, presente in ogni artista che provenga da una società borghese fortemente in crisi con i propri valori, non assume in Antonia una dimensione artistica compiuta, bensì rimane ai margini, nella sfera della contemplazione e del desiderio. In parole povere, la poetessa sente dentro prepotente un’arte forte, di eccellente levatura e forza, ma ad essa non riesce a dare forma se non quella data dal foglio e dall’inchiostro, non la forma dell’identità sociale nel contesto della vita pratica.
Per educazione e costrizione familiare non può incarnare la poesia attraverso la sua vita, solo le parole non bastano, serve il riconoscimento per la propria identità perché una persona trovi se stesso nella pienezza dei giorni.

Donna=Oggetto: il riconoscimento dell’artista in Italia
Antonia è una donna, una donna ricca, deve essere madre, moglie e figlia, e invece lei vuole essere poesia, poetessa che scrive, che viene riconosciuta come tale: questo non le è possibile fino in fondo e, non accettando l’angusta stanza riservatale, vive il contrasto fra Anima e Vita come una lacerazione insormontabile.
Per spiegarmi ancora meglio citerò Tiziano Salari: «Il suo essere donna, erano in conflitto con un ambiente culturale e sociale inadatti a riconoscerla pienamente nella sua identità di poetessa». La prova di questo è la pubblicazione solamente postuma delle sue opere, poiché, un po’ per timidezza e un po’ perché snobbata dall’editoria, nessuno sembra voler dare credito alle sue opere.
Il problema del riconoscimento del lavoro intellettuale dell’artista in Italia, paese che dovrebbe essere per tradizione la culla dell’arte, è una questione spinosa che affligge gli artisti, specialmente le donne, di tutto il Novecento (e forse alcuni anche oggi, Alda Merini può esserne un esempio): in un panorama come il “nostro”, afflitto da conformismo iconografico – di cui il Ventennio fascista e la televisione sono in parte figli – la spontaneità e l’ingegno intellettuale degli artisti, stimolato paradossalmente da una storia millenaria improntata all’arte, viene continuamente mortificato e represso in nome di un mercato letterario (ma anche musicale e artistico tout court) “guidato” e mai sincero.
Figli di un paese antico che non è stato quasi mai in grado di assumersi la responsabilità dei processi storici – puntualmente interrotti –, gli artisti sostano dunque in bilico fra l’antico sistema rurale (che tende a considerare la cultura uno sfogo per ricchi), e la fabbrica dei falsi artisti (voluta dai mezzi di comunicazioni e dall’ambiente asfittico delle università e dei critici). Chi trova la forza resiste, ma c’è chi parte per sempre e chi chiude nel cassetto le forme del suo ingegno.

3 dicembre 1938: la fine dei poeti
A niente valgono i propositi di forza e rinnovato vigore della poetessa; forse la Pozzi capisce benissimo che uno «il coraggio non se lo può dare», ma nonostante tutto ci prova («ho il dovere di essere più forte del mio dolore»), tuttavia sa benissimo che la eco krögeriana è lì che attende, universo sotteso, come vena d’acqua sotto il terreno, pronta ad emergere. Il 3 dicembre 1938 viene trovata morta in un canale.
Così finiscono i poeti in Italia (ma anche le riforme, i diritti umani e le politiche contro la disoccupazione), in un canale, su Facebook, nel litigio fra pochi appassionati che ne curano brillantemente, ognuno a suo modo, la memoria e le tematiche. Gli altri stanno ben vivi, mangiano, ingrassano e non servono a niente: «Ma giungerà una sera a queste rive l’anima liberata: senza piegare i giunchi senza muovere l’acqua o l’aria salperà – con le case dell’isola lontana, per un’alta scogliera di stelle» (Desiderio di cose leggere).

In LucidaMente il lettore può trovare anche un video in omaggio di Antonia Pozzi.

L’immagine: foto di Antonia Pozzi.

Matteo Tuveri

(Lucidamente, anno V, n. 52, aprile 2010)

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