Quando la frenesia cittadina scivola sull’acqua

Il racconto di due giornate trascorse a Venezia: «I turisti ci sono apparsi come piccole perle colorate, da raccogliere una a una e unire in una variopinta collana»

Un traffico sfrenato e variopinto, che sdrucciola su un grande tappeto d’acqua, regolato da sensi di marcia che – a occhi inesperti – appaiono improvvisati: è questo l’aspetto di Venezia che più ci ha colpito, nel nostro viaggio durato un paio di giorni nello scorso e infuocato mese di luglio. Innumerevoli imbarcazioni, in stili e colori differenti, che corrono veloci trasportando persone o cose nell’emblema delle città marinare. Un’area territoriale suddivisa in sestieri e in campielli, con anguste calli che portano al mare, strette pure per una bicicletta.

Un luogo dove però non mancano le comodità di un qualunque centro abitato. Le automobili sono abilmente sostituite da imbarcazioni: ve n’è una per ogni esigenza, gusto o possibilità economica. Non è raro veder sfrecciare natanti di proprietà di Polizia locale, Guardia di Finanza, Provincia, enti di erogazione di luce e gas, Poste italiane. Perfino le maggiori aziende di commercio al dettaglio percorrono le acque veneziane per recapitare la loro merce ai clienti. Abbiamo sorriso all’idea che una lettera o una cartolina recapitata a un veneziano, prima di giungere a destinazione, si conceda una breve “crociera” sul Canal Grande. Oppure sulle acque melmose dei canali secondari che – come ci ha spiegato con gentile loquacità un gondoliere – sono profonde appena un metro e mezzo e sono popolate, soprattutto in estate, da granchi e cefali.

Avevamo raggiunto Venezia da Mestre, con l’autobus di linea n. 2, dopo aver lasciato l’automobile posteggiata in un parcheggio nei pressi dell’Ospedale vecchio. Il mare ci era apparso nella sua immensità già da sopra il ponte che collega le due località. Al momento dell’acquisto dei biglietti del bus, a Mestre, eravamo rimasti stupiti dalla consistenza del prezzo richiesto per gli spostamenti in Venezia: 7 euro per una o più fermate in vaporetto, il caratteristico mezzo di trasporto pubblico che percorre l’intera città, dal Lido all’estremo punto di collegamento con la terraferma; un costo ancora maggiore per il servizio taxi su acqua; 80 euro ogni mezz’ora per un romantico giro in gondola. Ci siamo quindi lasciati convincere – in séguito abbiamo constatato di avere fatto bene – ad acquistare un abbonamento valido per 36 ore: al costo di 25 euro a persona, abbiamo potuto viaggiare senza limiti sui vaporetti verso ogni direzione, isole comprese, oltre che sul bus che da Mestre conduce a Venezia e viceversa.

Giunti nel capoluogo veneto e superato il ponte di piazzale Roma, il Canal Grande ci è apparso come un lungo viale d’acqua, trafficato – nei due sensi di marcia – al pari di quello di qualsiasi città: ai lati, grandi banchine galleggianti ospitano i pedoni in attesa del mezzo di trasporto; nei canali che si snodano a destra e a sinistra, piccoli e caratteristici ponti fungono da strisce pedonali, permettendo alle persone di passare da un versante all’altro. Oltre a questa frenesia in versione marittima, di questo viaggio ricorderemo il Museo navale e la – ben nota – meraviglia delle opere architettoniche: fra le altre, piazza San Marco, in cui dominano il Palazzo ducale e la basilica – omonima della piazza – i cui interni sono ricoperti d’oro. Dall’altezza della sommità del suo campanile, raggiunta tramite un velocissimo ascensore, abbiamo avuto la sensazione di tenere la città in pugno: i turisti ci sono apparsi come piccole perle colorate, da raccogliere una a una e unire in una variopinta collana, simile a quelle che abbelliscono le vetrine dei negozi dell’isola di Murano.

Rammenteremo anche il momento del cambio dell’ora, segnato dal rintocco delle campane a opera dei celeberrimi “Mori di Venezia”; il Ponte di Rialto che a ogni ora brulica di turisti multietnici e di commercio; l’espressione di divertito stupore sul viso di una coppia di passeggeri asiatici, su una gondola passata sotto il Ponte dei Sospiri: ci siamo chiesti se sapessero che un tempo fungeva, per i reclusi – fra i quali Silvio Pellico –, da passaggio obbligato dalle Prigioni Nuove della città agli uffici degli inquisitori di Stato, prima della condanna. Di Venezia non dimenticheremo inoltre l’incredibile varietà delle lingue straniere udite in ogni angolo delle strade, né la cordialità dei cittadini e la caratteristica consonante “erre” dell’inflessione del loro dialetto.

Le immagini: piazza San Marco vista dal campanile, il caratteristico vaporetto, un modello di gondola del secolo XIX esposto al Museo navale, il Palazzo ducale.

Emanuela Susmel

(LucidaMente, anno VII, n. 80, agosto 2012)

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1 Comment

  • Bellissima descrizione. Peccato che in soli due giorni si ha appena il tempo di intravedere i luoghi più celebri di Venezia e si perdono invece tutti quegli angoli nascosti e fuori dalle rotte turistiche dove ancora vivono i pochi veneziani superstiti…