SOTTO I RIFLETTORI|14 marzo 2010 00:00

La Biblioteca Adelphi e il suo volume numero 1

Un romanzo unico, straniato, enigmatico, allucinato: “L’altra parte” di Alfred Kubin. Una possibile analisi esoterica

 Il lettore bibliofilo, ma forse distratto, potrebbe chiedersi quale sia stata la prima opera pubblicata nella collana Biblioteca Adelphi, una delle serie più belle e affascinanti dell’editoria italiana, forse la più raffinata in assoluto, anche graficamente, se escludiamo qualche capolavoro di Franco Maria Ricci. Ebbene, forse non è casuale che al numero 1 della collana adelphiana sia stato posto il romanzo L’altra parte (titolo originale Die andere Seite. Ein Phantastischer Roman, scritto nel 1908 e pubblicato nel 1909) dello scrittore e artista (essenzialmente illustratore) austriaco-boemo Alfred Kubin (Leitmeritz, 1877 – Zwickledt, 1959). E per due motivi: da un lato Adelphi è stata la benemerita casa editrice di tante opere mitteleuropee, nel cui contesto certamente si colloca L’altra parte, dall’altro l’originalità, l'”alterità”, l’unicità, del romanzo di Kubin rientrano proprio nei canoni delle preziose pubblicazioni dell’editore milanese.

Una storia irreale
La trama del romanzo di Kubin, per quanto interessante, assume un valore secondario rispetto alla scrittura, allo stile tenebroso e apocalittico, dalle sotterranee analogie, al brulichio di invenzioni, di visioni, di immagini, ricchissime di simbolismi ancestrali, profondi, inquietanti. Del resto, L’altra parte è considerato il primo libro della corrente espressionista ed è stato ammirato da Franz Kafka e Gustav Meyrink, nonché dai successivi surrealisti.
In sintesi: il protagonista (un disegnatore, quindi alter ego dello stesso Kubin), sontuosamente invitato dal multimilionario Patera, suo amico d’infanzia, giunge con la propria moglie, dopo un lunghissimo viaggio in Asia, nella città di Perla, fondata appunto da Patera, che è il potentissimo, magico, signore di questo “Regno del Sogno”. La città è affascinante, col suo accumulo di oggetti e scenari della vecchia Europa, ma è costantemente immersa nel crepuscolo: «Il cielo che vi si stendeva sopra era eternamente fosco; il sole non splendeva mai, mai si vedevano, di notte, la luna o le stelle. Le nuvole, sempre uguali, eran sospese basse sulla terra». Gli abitanti di Perla sono non solo strampalati ed eccentrici, ma spesso ambigui, perversi, perfidi, crudeli…

Immaginazione e visionarietà
Però, come dicevamo all’inizio, la cifra caratterizzante il romanzo è l’allucinata visionarietà, che occupa intere pagine e fa riemergere inconsce profondità e simboli ermetici, con deformazioni e invenzioni espressionistiche e oniriche: «Un polipo con mille tentacoli che si tendevano, elastici come il caucciù, sotto tutte le case, si insinuavano in tutte le abitazioni, si appiccicavano sotto tutti i letti e tormentavano con le loro ventose tutti i dormienti». Frequentemente si tratta di visioni cosmiche, metafisiche: «Due meteore violente e splendenti salirono da direzioni opposte, si avvicinarono e si urtarono tra loro. L’aria era incandescente. Lampi colorati guizzavano e s’incrociavano ripetutamente. Poi fu come se per qualche secondo nascessero dei mondi solari dai colori meravigliosi, con fiori e creature che non avevo mai visto sulla terra». Il protagonista spesso sembra vivere in uno stato ipnotico, straniato, spaesato, che ricorda le atmosfere de Il Golem di Meyrink.
Enigmatiche epifanie, incoercibili gemmazioni, si susseguono, avvolgendo gli scenari interiori ed esterni in un vortice dilatato sino all’infinito. Dominano una costante, soffocante sensazione di assedio, una percezione di inganno cosmico, l’allarmante slittamento della realtà verso metamorfosi ondivaghe e pluricentriche. La trama si fa sempre più fluida, travolta dal fluttuare degli enigmi, mentre Patera assume via via i contorni, pur sempre ambigui e mobili, di una divinità glaciale e metafisica. Ombre e macchie scorrono lungo territori indefinibili, in un crescendo di vertigini e obliquità, impastate del loro stesso male.

La parabola di un decadimento: un cupio dissolvi?
Buona parte del romanzo è dunque dominata dalla lenta, ma alfine apocalittica dissoluzione del regno di Patera: la decadenza, il marciume, la putrefazione, avanzano fino a implodere su se stessi. La loro descrizione è compiuta da Kubin in modo meticoloso, minuzioso, quasi compiaciuto e maniacale, con particolari spesso raccapriccianti e atroci: «Dall’altura del quartiere francese fluiva lentamente, come un torrente di lava, una massa di sporcizia, di rifiuti, di sangue coagulato, di interiora, di cadaveri e carogne. In quest’amalgama iridato di tutti i colori della decomposizione arrancavano qua e là gli ultimi abitanti del Sogno». È facile pensare a quel senso di irreparabile finis che caratterizza la letteratura mitteleuropea (Joseph Roth su tutti), presagio e accompagnamento della “caduta delle aquile” dopo la Prima guerra mondiale e, in particolare, della felix Austria.
Un altro elemento, però, si aggiunge: l’avversario di Patera è un americano, robusto e arrogante, il fabbricante di carne in scatola Ercole Bell, che intende sovvertire il potere e l’ordine di Perla con la “modernità”. Allora, il libro non potrebbe anche assumere le vesti di un’allegoria del potere statunitense che spazza la sonnacchiosa, decadente, antiquata, vecchia Europa?

Un’altra possibile interpretazione, esoterica
Ricostruiamo lo schema di base di alcune dinamiche insite nel romanzo. Un crescendo di eventi nefasti accompagna l’inarrestabile decadenza del Regno del Sogno, minacciato al contempo da forze esterne e da una fiacchezza che sorge dal proprio interno: animali di tutte le specie invadono la città divorando, razziando o nascondendosi in agguato; miriadi di insetti molesti si intrufolano ovunque; gli oggetti materiali iniziano a sbriciolarsi. Molti tra i cittadini manifestano strane malattie o anomale forme di cecità, “non vedono”, appunto, o “vedono in modo confuso”: la realtà – per la gran parte di noi fortemente identificata nel suo aspetto visivo – scivola dentro un’inaffidabile perdita di forma.
Il senso di saturazione che progressivamente afferra il protagonista, e si insinua anche nel lettore attraverso la copiosa descrizione di queste incomprensibili manifestazioni, corrisponde a una situazione di soglia ben nota a chi – volontariamente o meno – ha sperimentato una qualche forma di esperienza “iniziatica”. Il crollo delle illusioni e l’aumento della sofferenza, del senso di costrizione o del degrado sono spesso condizioni energetiche necessarie per arrivare, fatalmente in solitudine, disperati ed esausti – e il protagonista di questa storia non fa eccezione -, a un punto-limite, dove il mondo, come siamo abituati a pensarlo, si sgretola inevitabilmente, non senza aver prima svelato le ombre che giacevano sotto la sua apparenza di tranquilla normalità. Indifesi, nudi e aperti, la tremenda e stupenda visione della verità può entrare in noi e trasformarci.

L’alleato
In questo passaggio critico, mentre siamo in bilico tra la tentazione di lasciarsi assorbire nel caos e un’inerzia di vivere radicata nell’elementare sopravvivenza fisica, appare la guida di un istinto presente non tanto nell’individuo, quanto in una sorta di innata teleologia della natura: una forza intatta e pura, che – come i misteriosi monaci nel libro – abita nel nostro stesso mondo, ma “in disparte” e da lì osserva, compie delle alchimie, forse orienta gli eventi, di certo attende il momento giusto per intervenire: «Tutti questi avvenimenti non avevano toccato gli uomini dagli occhi azzurri. […] Ci si era accorti da tempo che nel sobborgo non si era tormentati né dagli insetti né dalla sporcizia. Il ponte però era crollato e la corrente l’aveva trascinato via. Barche non ce n’erano più, e azzardarsi a nuotare tra i rettili del fiume avrebbe significato il suicidio».
Per raggiungere questo luogo salvo (o, in termini psicologici, questa risorsa interiore) non si può evitare, a un certo punto, di rischiare di morire: è questo l’incontro con il “Guardiano della soglia”, l’ammonimento che le statue dei gargoyle, delle bestie feroci e delle divinità mostruose presenti nei templi ci tramandano da sempre. Il viaggio a Perla, in questo senso, è la metafora di un percorso iniziatico.

Agli “antipodi della mente”

Ogni sorta di visione e di esperienza energetica attende chi oltrepassa quella soglia. Cosa c’è da L’altra parte del fiume, da L’altra parte del nostro usuale stato di consapevolezza? Cosa vive agli «antipodi della mente», come lo scrittore Aldous Huxley chiama questa zona della percezione?[1] Un luogo che, analogamente al suo omonimo del globo terrestre, possiamo ignorare e perfino ritenere immaginario o inesistente, dubitando delle testimonianze che lo riguardano, fino a quando, per qualche motivo, non ci rechiamo lì.

La metafora serve ad aprire la strada all’affermazione che vi possa essere qualcosa di assoluto – in termini appunto di immagini e di esperienze – che attende chi si affacci da L’altra parte, che possa esistere un’area dell’energia (oltre che del pensiero) che viene visitata in situazioni particolari e che presenta caratteristiche ricorrenti tra persone diverse, di culture diverse, in tempi diversi. Paradisi luminosi, o tenebrosi inferni, o entrambi, qualunque cosa vi si nasconda, per quanto inverosimile, inconcepibile, bizzarro, potrebbe non essere irreale, alla stregua dei canguri, per restare nell’esempio di Huxley, animali marsupiali che pure chiunque vada in Australia ha occasione di vedere. Uno spostamento energetico in certe zone della mente, tenderebbe a produrre, indipendentemente dall’individuo che lo esperisce, deformazioni e luminosità simili.

«I canguri possono mancare di verosimiglianza; ma la loro improbabilità si ripete e obbedisce a leggi riconoscibili. Lo stesso è vero delle creature psicologiche che abitano le più remote regioni della nostra mente»[2], dice Huxley. Questo ci interessa non tanto per stabilire se siano creature realmente esistenti “di per sé”, il che può essere anche considerato un elemento marginale, quanto per esplorare la radice comune dell’esperienza psichica umana, da cui tali visioni traggono origine, perché, dice ancora Huxley, «spontanee o provocate, le visioni non sono mai nostra proprietà personale»[3], «Luce e colore preternaturale sono comuni a tutte le esperienze visionarie. E con la luce e col colore si ha, in ogni caso, il riconoscimento di un significato più alto. […] Il significato qui è identico all’essere; poiché, agli antipodi della mente, gli oggetti non rappresentano se stessi»[4].

Un’esperienza dell’energia
Luce e oscurità. L’esperienza visionaria può essere meravigliosa, ma anche terribile. In questo senso, le visioni che popolano l’ultima parte del libro altro non sarebbero che testimonianze di una reale esperienza dell’energia vissuta dall’autore. D’altra parte, anche nei suoi disegni ritroviamo scene inquietanti, dinamiche oscure, immagini di uomini divorati dall’abisso, animali simbolici, metamorfosi mostruose, una realtà trasfigurata nella stranezza della visione, in un’incessante alternanza polare tra superno ed infero.
Molti sono gli indizi disseminati nella narrazione che rimandano ad altre esperienze analoghe, nei luoghi e nei contesti più diversi: il sentirsi “chiamato”, “eletto” (l’incontro con i monaci: «Fissò su di me l’incomparabile sguardo dei suoi occhi azzurri: non poteva essere una ripulsa. Io lo seguii”); la “porta stretta”, il “salire sempre più in alto”, il “cielo arrossato” (il colore rosso simboleggia, attraverso il rimando all’immagine del sangue mestruale, l’accesso alla dimensione della shakti, l’energia femminile, che qui impregna di sé il cielo); il sopraggiungere di un abbandono totale, “senza volontà».

L’ascesa
Visioni, allucinazioni uditive, gustative e olfattive contraddistinguono tipicamente la salita di Kundalini, l’energia primordiale che – secondo le dottrine yogiche – attende sopita, in forma di serpente arrotolato nel centro vitale localizzato nella zona del perineo, di risvegliarsi per unirsi al suo sposo mistico nel chakra del loto dai mille petali posto alla sommità del capo: «sentivo in me una leggerezza mai provata, un profumo blando e dolciastro saliva dal fondo di me stesso, le mie sensazioni erano radicalmente trasformate, la mia vita nient’altro che una fiammella accesa».
Molti testimoniano, in simili esperienze, di un buio fitto e improvviso, totale, ad eccezione di un punto di luce sulla sommità del capo. È un viaggio rischioso. Vengono in mente le parole di Gopi Krishna, meditante del Kashmir (nato nel 1903) che ha raccontato la sua esperienza con questa energia in un libro, Kundalini. L’energia evolutiva dell’uomo: «Non mi rendevo del tutto conto che da quel giorno in poi non sarei più stato lo stesso […] che ero incappato senza saperlo nella chiave del segreto più custodito degli antichi, e da quel momento in poi per lungo tempo avrei dovuto vivere sospeso a un filo oscillante tra la vita e la morte, tra pazzia ed equilibrio, tra luce e oscurità, tra cielo e terra»[5].

Fuochi, geometrie, pulsazioni
Bagliori, radianze, giochi di geometrie e simmetrie, subitanee espansioni e contrazioni dello spazio, che le parole non bastano a descrivere, caratterizzano l’esperienza dell’energia, come riferisce ancora Gopi Krishna:

«mi trovavo ad osservare spaventato un vasto bagliore interno che mi toglieva tranquillità e a volte mi minacciava, sempre in rapido movimento come se le particelle di luminosa materia eterea si incrociassero l’una con l’altra simili al movimento senza sosta di saltanti selvagge nuvole lustre di spruzzi che si innalzano da una cascata che, illuminata dal sole, precipita spumeggiante in uno stagno in ebollizione»[6].

E Kubin, nel proliferare delle immagini: «si consolidò una crosta di ghiaccio che, scoppiando, proiettò da ogni parte delle figure geometriche. […] Alla creazione seguì un frenetico tendere verso un punto centrale, che fu raggiunto in un attimo».

L’unione degli opposti
La lotta tra Patera e il suo avversario conduce fatalmente a una fusione tra gli opposti, in una “massa informe”, sulla cui superficie “si formavano milioni di piccoli volti cangianti, che parlavano, cantavano e gridavano tutti insieme e poi si disfacevano”.
Altri autori più vicini a noi ci tramandano analoghe immagini nei loro scritti – mediate, ovviamente, da un substrato culturale radicalmente diverso da quello di Gopi Krishna. Basti pensare a Siddharta di Hermann Hesse (per inciso, un altro indimenticabile “classico”, il n. 32 della Piccola Biblioteca di Adelphi). Ecco cosa accade a Govinda quando, sopraffatto dall’amore per l’ormai vecchio Siddharta, si accosta a sfiorargli la fronte con le labbra:

«Non vide più il volto del suo amico Siddharta, vedeva invece altri volti, molti, una lunga fila, un fiume di volti, centinaia, migliaia di volti, che tutti venivano e passavano, ma pure apparivano anche tutti insieme, e tutti si mutavano e rinnovavano continuamente, eppure erano tutti Siddharta […] vide i corpi d’uomini e donne nudi, negli atti e nella lotta di frenetico amore – vide cadaveri distesi, tranquilli, freddi, vuoti – vide teste d’animali, di cinghiali, di coccodrilli, d’elefanti, di tori, d’uccelli – vide dèi, vide Krishna, vide Agni – vide queste immagini e questi volti mescolati in mille reciproci rapporti […] e tutte queste immagini e questi volti giacevano, fluivano, si generavano, galleggiavano e rifluivano l’uno nell’altro e sopra tutti v’era costantemente qualcosa di sottile, d’impalpabile, eppure reale, come una pellicola trasparente, un guscio o una forma o una maschera d’acqua, e questa maschera sorrideva e questa maschera era il volto sorridente di Siddharta, che egli, Govinda, proprio in quell’istante sfiorava con le labbra»[7].
Questa unità che appare contiene in sé nel medesimo istante tutti i passati trascorsi e tutti i futuri possibili.

Assorbimento
La realtà supera l’immaginazione? La perdita del senso di identità e, a livello fisico, della propriocezione è il passo conseguente, nel romanzo di Kubin:

«tutto ciò che vedevo non lo vedevo più cogli occhi; no, no! Avevo dimenticato me stesso, mi dissolvevo in quei mondi, partecipavo al dolore e alla gioia di innumerevoli esseri»;

ed Hesse:

«Senza più sapere che cosa fosse il tempo, senza più sapere se questo brivido fosse durato un secondo o un secolo, senza più sapere se esistesse un Siddharta o un Gotama, un Io o un Tu, ferito nel profondo dell’anima come da una saetta divina, la cui ferita fosse tutta dolcezza»[8];

e Gopi Krishna:

«il corpo che normalmente è l’oggetto immediato della propria percezione, sembrava che fosse recesso nella distanza finché persi interamente coscienza di esso. Ero ora tutto coscienza, senza contorni»[9].

L’esperienza della totalità è fluida, magmatica, irresistibile, avvolgente. Come non ripensare a certe scene del film Stati di allucinazione, di Ken Russell, 1980, in cui lo scienziato protagonista (interpretato da un William Hurt in stato di grazia) si immerge ripetutamente in una vasca di deprivazione sensoriale (una sorta di “scorciatoia tecnologica” del digiuno e della prolungata meditazione degli asceti indiani nelle grotte mistiche) in un analogo viaggio a ritroso verso un punto originario, rischiando di perdersi.

La percezione della bellezza e della grazia
«Mi trovavo di fronte a una tale grazia e purezza di forme da non riuscire più a comprendere come qualcosa del genere fosse potuto comparire sulla nostra terra», confida il protagonista de L’altra parte; «Vedevo una scena che non era propria della terra, ma di un qualche paese di favola […]. Colpito dalla meraviglia guardai attorno affascinato dell’argenteo brillare che glorificava tutto»[10] gli fa eco la testimonianza dell’asceta indù.
La percezione della bellezza e della grazia incommensurabili che si celano dietro la fine-del-noto è l’ultimo approdo dell’iniziazione. È una percezione istantanea, innegabile. In questo estremo punto di confine, l’apparenza che abbiamo di fronte si dissolve e la realtà si mostra nel suo splendore, nella sua perfezione, “trasfigurata” di luce, come apparve agli apostoli sul monte Tabor: «E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce»[11].
E ci lascia senza parole, con l’unica rivelazione del trasparire di mondi sovrapposti e simultanei, del coesistere dei piani e degli opposti, della dualità irredimibile dell’esperienza vitale, che Kubin sintetizza nella potente immagine finale di un demiurgo “ibrido”. L’ultima certezza e la più grande domanda al tempo stesso. Anch’essa ambigua, duale.

Senza ritorno
È questa un’esperienza senza ritorno. I ponti sono tagliati dietro chi ha attraversato il fiume. Nessuna rappresentazione può più ingannare chi ha sbirciato dietro il sipario, tra le quinte; nessuna finzione può più ricolmare chi ha toccato la verità e da essa anche per un solo attimo è stato toccato. Ma questo “balzare oltre” costa al corpo fisico un grande sforzo energetico e lascia sfibrati e spossati, marchiati dalla sensazione di insignificante banalità che la vita ordinaria assume, in qualche modo disadattati di fronte alla quotidianità, almeno per un certo tempo, finché la coscienza sia in grado di integrare i contenuti della visione. L’illuminazione lascia dietro di sé dei “sopravvissuti”. Questa la condizione del protagonista del libro: «Ma mi rendevo conto di non essere più buono a nulla. La realtà mi sembrava una ripugnante caricatura dello Stato del Sogno», egli afferma. Questa la testimonianza di Kubin, che quel sogno ha voluto raccontare nel suo unico romanzo, fantastico, ma forse non troppo.

Note

[1] Aldous Huxley, Le porte della percezione. Paradiso e Inferno, Milano, Mondadori, 2005, p. 71.
[2] Ivi, p. 73.
[3] Ivi, p. 77.
[4] Ivi, p. 78.
[5] Gopi Krishna, Kundalini. L’energia evolutiva dell’uomo, Roma, Astrolabio-Ubaldini editore, 1971, p. 22.
[6] Ivi, p. 49.
[7] Hermann Hesse, Siddharta, Milano, Adelphi, 1997, pp. 195-196.
[8] Ivi, p. 196.
[9] Gopi Krishna, Kundalini. L’energia evolutiva dell’uomo, Roma, Astrolabio-Ubaldini editore, 1971, p. 18.
[10] Ivi, p. 125.
[11] Bibbia – Nuovo Testamento – Vangelo secondo Matteo, 17, 1-9.

L’immagine: È inutile ribellarsi! (Graphische Sammlung Albertina, Vienna), disegno dello stesso Kubin, in copertina in una delle varie edizioni Adelphi de L’altra parte.

Luciana Rossi e Rino Tripodi

(LM EXTRA n. 21, 15 giugno 2010, supplemento a LucidaMente, anno V, n. 54, giugno 2010)

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