Vecchi e nuovi totalitarismi

Il pensiero autonomo come modalità per superare il controllo totale – sia quello violento, sia quello “mite” – delle masse da parte del potere

Per concessione dell’autore Federico Sollazzo, docente presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Szeged (Ungheria), ecco alcune delle pagine iniziali (riadattate) di Totalitarismo, democrazia, etica pubblica. Scritti di filosofia morale, filosofia politica, etica (Presentazione di Maria Teresa Pansera, Aracne editrice, pp. 260, € 17,00)

Il crollo dei regimi politici totalitari non ha certo segnato il superamento della problematica del controllo totale sugli individui, del dominio, ma un mutamento della forma e dei modi di attuazione dello stesso, un suo perfezionamento. Queste dinamiche rendono necessario il ricorso ad un nuovo strumentario concettuale, del quale fondamentali riferimenti, fra gli altri, sono i termini “Sistema” e “Impero”. Prima di descriverli è però interessante vedere come le prime tracce della modificazione delle modalità di controllo sociale siano state notate da autori provenienti dall’Est Europa, ovvero da quei Paesi in cui è stata più tangibile la transizione da vecchie a nuove forme di dominazione.

Il ricorso a una “neolingua”, come la chiama George Orwell in 1984 è, secondo Václav Havel, il modo in cui un nuovo potere totalitario (di cui Havel intravede l’avvento nella Cecoslovacchia degli anni Settanta e Ottanta) impedisce il sorgere di un “pensiero eretico”. In alternativa alla liquidazione fisica di tutti quegli strati della popolazione che non aderiscono agli assunti dell’ideologia-verità, tale nuovo totalitarismo mira a una strumentalizzazione del linguaggio, finalizzata all’inibizione di ogni giudizio indipendente e, quindi, all’accettazione passiva di determinati comportamenti esteriori. Da un “totalitarismo violento”, che si insedia al potere a “colpi di fucile”, si passa così ad un “totalitarismo mite”, che mantiene il potere a “colpi di linguaggio” (standardizzato), originando così delle vere e proprie “logocrazie di massa”. La manipolazione linguistico-concettuale, con relativa alterazione della memoria storica, rappresenta quindi uno dei nuovi meccanismi di controllo sociale.

Il potere non è più interessato all’adesione fideistica all’ideologia, da parte dei cittadini, ma all’instaurarsi di un regime di conformismo che risulti, senza spargimenti di sangue, impossibile da rifiutare, criminalizzando coloro che ne tentano il rigetto. Così, ogni uomo risulta coinvolto nella struttura di questo nuovo potere “autototalitario”, la cui legittimità dipende, come in un circolo vizioso, dall’adesione ad esso da parte dei cittadini.

Uscire, grazie ad un pensiero autonomo, dall’indifferenza nei confronti della propria e dell’altrui esistenza è l’unico modo, per Havel, per sottrarre al potere la sua indispensabile risorsa: la complicità di tutti e di ciascuno. Ed è proprio per non avere concesso tale complicità che Jan Patočka, maestro di Havel, muore (nel marzo del 1977), dopo un estenuante interrogatorio della polizia ceca, lasciando in eredità la concezione di un pensiero filosofico cui spetta la missione di porsi “sulla linea del fronte”, poiché la vera lotta di ogni totalitarismo è condotta essenzialmente contro la riflessione filosofica che, non diversamente dal “Thinking” arendtiano, non ha nulla a che fare con l’accumulazione del sapere, essendo piuttosto una radicale e permanente (ri)costruzione dell’esistente. Per Patočka, la filosofia deve costantemente opporsi all’“ordine del giorno”, alla supina accettazione dell’esistente, a quelle “contingenze secondarie” (poiché la “contingenza primordiale” è quella della finitudine umana) che pretendono docilità, obbedienza, subordinazione. La filosofia, insomma, deve essere una “filosofia del notturno” che, in quanto tale, si oppone a tutte le potenze affermative e positive che vogliono l’assoggettamento della possibilità alla realtà.

Insomma, diversi pensatori del Novecento, seppure attraverso una terminologia e un itinerario concettuale diverso, giungono a individuare all’interno della società contemporanea, e quindi posteriore al totalitarismo inteso come evento storico, una problematica simile a quella che Hannah Arendt pone alla base del male totalitario: la degenerazione della capacità di pensare autonomamente, ovvero al di fuori di uno schema ideologico, problematica questa che già la stessa Arendt aveva notato essere presente non solo nel cittadino-tipo dello Stato totalitario, ma anche nelle figure antropologiche dell’homo faber e dell’animal laborans.

(da Totalitarismo, democrazia, etica pubblica. Scritti di filosofia morale, filosofia politica, etica, Aracne editrice, 2011)

Federico Sollazzo

(LucidaMente, anno VII, n. 80, agosto 2012)

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