INEDITION|1 maggio 2010 00:00

Fra pittura bizantina e tendenze moderne

Vita, opere, arte: “Coppo di Goffo-Pittore”, biografia immaginaria di Francesco Cento

Il divertente, intellettualistico, raffinato genere delle biografie (e delle opere) immaginarie è stato frequentato in particolar modo dal grandissimo Jorge Luis Borges (soprattutto nelle Cronache di Bustos Domecq – scritte con Adolfo Bioy Casares). Del resto, tutta l’opera del genio argentino è basata sull’eterno gioco tra realtà e finzione, tra costruzione immaginaria e rapporto con il reale. Borges era in grado di raccontare, come fossero vere, vite di artisti inventati, e di produrre esegesi di scritti inesistenti; o, al contrario, di presentare storie “vere” in guisa di resoconti fantasiosi, vicende romanzesche e “false”.
Il nostro Francesco Cento, dopo essersi cimentato nel velocissimo
Teatro in un minuto, tenta arditamente questo “insidioso” genere letterario. Cominciamo con la vita di un pittore medievale: Coppo di Goffo.

LM54-6Un destino avverso sembra riservato in sorte, dal trascorrere dei secoli, alla figura e all’opera di Coppo di Goffo (per molto tempo confuso con Coppo di Marcolvaldo). Per di più, assai scarse e generiche sono le testimonianze che lo riguardano, sicché la conoscenza della sua opera è affidata alle testimonianze di pochi. Nacque, molto probabilmente, nella prima metà del XIII secolo in una località non meglio identificata dell’Italia centrale. Si trasferì giovanissimo nell’Italia del Sud. Lo troviamo in Puglia, nella bottega di Nicola de Apulia, all’interno di quello straordinario movimento culturale dovuto a Federico II di Svevia. Ma, considerando che Coppo è stato soprattutto un pittore, ha fatto sorgere molti dubbi sul suo vero maestro e sull’ambiente di formazione del Nostro. Alcuni storici (Ragghianti, Cavalcaselle, Longhi), infatti, si sono orientati verso l’ambiente artistico romano del XIII secolo.

Contemporaneo e amico di Cenni di Pepo (Cimabue), Coppo di Goffo lavorò insieme a questo pittore ed anche a Vincino da Pistoia ai mosaici del Duomo di Pisa. Il 1280 è l’anno a cui risale l’ultima notizia certa di Coppo di Goffo, poi l’oblio della storia per tantissimi secoli. Da una nota riportata dal Compagni in una lettera a Rustichello da Pisa, sappiamo di un’antica pergamena che recava notizie sul seppellimento di tal Coppo dipintore in Siena. Di sua mano rimane il pannello centrale del grande polittico di Santa Frisia a cavallo, per il Duomo di Siena (smembrato nel 1676). Altri frammenti sono sparsi per i musei d’Europa. Come, ad esempio, la cimasa (ora allo Staatliche Museum di Berlino) o una piccola tavola della predella che raffigura un’Annunciazione al Museo dell’Opera del Duomo di Siena.

Le notizie su questo pittore italiano si confondono, da sempre, tra storia e leggenda. Di sicuro sappiamo che morì, a Siena, nel 1280 (le notizie su Coppo ci arrivano non dal solito Vasari, che, anzi, ignora l’opera del Nostro, ma, attraverso le informazioni desunte dall’opera del Villani (1405 circa) De origine civitatis Florentiae et eiusdem famosis civibus. Ma Coppo non era senese. A Siena arrivò, quasi sicuramente da Roma, passando per Firenze, intorno al 1250. Del soggiorno fiorentino rimangono un’icona con la Vergine e il Bambino (ora al Museo del Prado). Agli inizi dell’attività artistica di Coppo, il Cavalcaselle assegna una piccola tavola custodita nei depositi degli Uffizi raffigurante un San Girolamo penitente. Un dipinto che riporta a certe reminiscenze del Maestro della Croce di Sant’Andrea (pittore presso il quale, si dice, Coppo abbia fatto apprendistato) ma più d’un critico non concorda con tale attribuzione, troppo arrischiata secondo il Ragghianti, assolutamente fuori luogo secondo Roberto Longhi.

Anche per quanto riguarda il nome, non tutto è chiaro. Pare che Goffo derivi da Gosso, deformazione dialettale veneta di gozzo in quanto questo artista tendeva a rappresentare i Bambini col gozzo (in effetti è l’accusa che gli mosse la critica seicentesca, quando ancora erano visibili, in San Marco, alcuni dipinti di Coppo; cfr. F. Baldinucci). Altri, non inclini ad accettare il presunto viaggio di Coppo a Venezia, suppongono che, più semplicemente, Goffo sia la trascrizione, errata, tardo ottocentesca di Gosso in quanto le doppie esse furono confuse con le effe. Errore segnalato, tra gli altri, dallo Shippers nel suo trattato sulla pittura senese dell’Alto medioevo; e Capialbi (nel suo Coppo: un ritrovamento, Bollettino dell’arte, febbraio 1975) individua perfino il volume (nella Biblioteca Vaticana, ndr) nel quale vi è la trascrizione mendace.

La moderna storiografia artistica considera Coppo l’anello di congiunzione (mancante fino a qualche anno fa) tra la pittura bizantina orientale e le esperienze figurative che stavano sorgendo a Roma intorno alla fine del XIII secolo.

(Francesco Cento, Coppo di Goffo-Pittore, seconda metà del XIII-1280?)

L’immagine: La bella e la bestia (1993; tempera all’uovo su carta; Cosenza, Collezione privata) dello stesso Francesco Cento. Per ammirare altre opere di questo notevole artista, si può navigare nel suo sito personale: http://www.francescocento.it/index.html.

Simone Jacca

(LucidaMente, anno V, n. 54, giugno 2010)

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