LA CITAZIONE|19 maggio 2010 00:00

Federico Aldrovandi, un’assurda tragedia

Francesca Boari parla del giovane ferrarese nel suo libro “Aldro”, edito da Corbo Editore

Era l’alba del 25 settembre 2005, quando una donna segnalò al 113 la presenza di un giovane che sembrava stare male presso l’ippodromo di Ferrara. Arrivò immediatamente una prima pattuglia e poi una seconda alle 6,04. Dopo sei minuti fu chiesto l’intervento di un’ambulanza e di un’automedica, che arrivarono sul posto poco dopo. Il personale del 118 si trovò davanti un ragazzino di diciotto anni “riverso a terra, prono con le mani ammanettate dietro la schiena […] era incosciente e non rispondeva”: dopo numerosi tentativi di rianimazione cardiopolmonare non si poté far altro che constatare la morte per “arresto cardio-respiratorio e trauma cranico-facciale”.
BOARI.AldrovandiÈ proprio su questo straziante episodio che Francesca Boari, insegnante di Storia e Filosofia, tenta di far luce con il suo ultimo libro, Aldro (Corbo Editore, pp. 144, € 16,00). Grazie alla collaborazione e alla grande forza d’animo di Patrizia Moretti, la mamma di Federico, l’autrice ripercorre le tappe drammatiche dell’assurda vicenda, fino alla conclusione del processo con la condanna in primo grado dei quattro agenti della Polizia di Stato aggressori del ragazzo e al punto da divenire un “libro dell’anima”, come la stessa Boari lo definisce nell’intervista che segue.

In Aldro si parte da un fatto di cronaca per arrivare a un libro introspettivo, di sentimenti. Una caratteristica è l’alternarsi dei punti di vista della narrazione: Federico da vivo, Federico da morto, la madre, il padre, l’avvocato. Qual è la ragione di questa scelta letteraria?
«Aldro cerca di essere un libro dell’anima. È per questo che ho utilizzato il tempo della coscienza e non quello misurabile e quantificabile della razionalità e della scienza, che ordina tutto in senso strettamente cronologico: solo attraverso questo tempo si può continuare a parlare con chi si ama e restituirgli quello che ingiustamente gli è stato tolto».

La sua amicizia con Patrizia, la madre di Federico, è precedente o successiva alla stesura del libro? E in quale modo ha influito sul romanzo stesso?
«Ho conosciuto Patrizia nel giugno 2008 a seguito della pubblicazione del mio primo romanzo Il prezzo del riscatto (Cicorivolta). Patrizia è rimasta colpita dalla mia scrittura ed è nata l’idea di provare a entrare nella vicenda di Federico da madre e da maestra utilizzando un duplice sguardo e una duplice voce. Ho iniziato subito a scrivere e a dicembre il romanzo era concluso. Scriverlo attraverso l’immedesimazione è stata una esperienza difficile, che ho sempre condiviso con la mamma di Federico».

Nel suo libro è molto forte anche il tema dell’omertà della provincia. Come vive lei, da ferrarese, tale realtà?
«Nel libro sottolineo più volte l’indifferenza dei ferraresi dinanzi a una tragedia così grande, ma cerco sempre di tenermi distante da un giudizio. Quello che mi interessava era entrare nel cuore, nei muscoli e nel sangue di tutti quelli che riuscivano o volevano leggere la storia e farla anche propria: solo nella piena condivisione si può abitare la disperazione che un figlio strappato ti lascia».

All’uscita del libro lei ha ricevuto ripetute minacce telefoniche: come le ha vissute? E in che modo ritiene che la sua opera possa aver dato fastidio a qualcuno?
«Come ho vissuto le intimidazioni? Male, malissimo. Mi è dispiaciuto che, dopo che nei giorni immediatamente successivi alle telefonate i media avevano dato risalto alla telefonata, si sia poi steso il solito silenzio. Sono sicura che quelle minacce fossero volute, e rivolte alla mia persona. Così come sono altrettanto sicura di non avere offeso nessuno nel mio libro, ma solo aiutato e invitato alla comprensione e alla solidarietà. A volte penso che bisognerebbe imparare dai sassi il loro silenzio».

Alla luce della sentenza di condanna da parte del Tribunale di Ferrara nei riguardi dei quattro poliziotti, cosa direbbe oggi alla famiglia di Federico?
«Credo di condividere a pieno con la famiglia la necessità di veder letta la vicenda di Federico senza facili strumentalizzazioni politiche perché sarebbe un’ulteriore violenza. Ogni vicenda va vista e analizzata nella sua singolarità, inseguendo per dovere etico e morale sempre e solo la verità e in questo trovo che la famiglia Aldrovandi abbia dato prova di grande coraggio e amore intraprendendo una strada difficile, piena di ostacoli e di avversari. In tutto questo è stato possibile individuare anche la solidarietà e l’amore di tanti: tutti insieme abbiamo accompagnato Federico perché potesse distendersi nella luce della verità. Senza menzogna e paura».

L’immagine: la copertina del libro di Francesca Boari.

Jessica Ingrami

(Lucidamente, anno V, n. 55, luglio 2010)

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