LA CITAZIONE|13 luglio 2010 00:00

“L’ignoranza rende la gente malleabile”

Intervista a Girolamo De Michele, autore de “La scuola è di tutti” (minimum fax)

Un libro onesto, serio, scientifico, corredato di tabelle, dati, statistiche, fonti, che rivendica fin dal titolo un aspetto fondamentale della scuola, quello democratico. Aspetto che pare, ad oggi, minato ab imo. Parliamo de La scuola è di tutti. Ripensarla, costruirla, difenderla (minimum fax, pp. 344, euro 15,00) di Girolamo De Michele, che racconta come stanno davvero le cose nella scuola italiana.

la_scuola_e_di_tutti._ripensarla_costruirla_difenderla_di_girolamo_de_michele[1]De Michele, insegnante, esperto di filosofia e pedagogia, affronta i pregiudizi sulla scuola, ne chiarisce le origini e gli intenti di chi li diffonde, li smantella con rigore di logica e buonsenso ma soprattutto con un ricco apparato documentativo. Con inappuntabile metodo scientifico fa venire al pettine nodi reali ma ne scioglie di fittizi, soffia via dagli occhi il fumo che certo apparato politico-massmediologico continua a diffondere. I temi affrontati concorrono a dare un quadro di completezza perché toccano tutti i risvolti del complesso-scuola, anche quelli apparentemente minoritari come l’insegnamento di religione: «E diventa scandalo, in una scuola non fascista o antifascista, introdurre un contenuto dogmatico: perché la scuola non deve inculcare valori, ma favorire la crescita consapevole e autonoma di strumenti cognitivi che consentano a ogni libera mente di tracciare la propria scala di valori e credenze, all’interno di un quadro di norme generali che coincide con la Costituzione. Pretendere di insegnare un valore presentandolo come il valore, una religione pretendendo che sia la religione, è, nel senso evangelico del termine, scandalo. Ed è uno scandalo potenzialmente fascista.

Così come sono potenzialmente fasciste le parole del ministro che ha affermato in occasione dell’apertura dell’anno scolastico 2009-10, Roma, 25 settembre 2009, ndr: «Perché avvenga l’integrazione degli stranieri, ndr, è indispensabile insegnare la nostra lingua, la nostra cultura, la nostra religione e la nostra storia: perché è dalla caduta del fascismo che l’Italia non ha una religione dì Stato». Dalla questione del sovrannumero di insegnanti e bidelli (inculcato e diffuso demagogicamente dal governo e da molti dei mezzi di comunicazione mediatica), a quella del bullismo, della (finta) emergenza scuola e dei programmi inadeguati, dallo scandalo delle famigerate Ssis (Scuola di specializzazione all’insegnamento secondario) a quello dei finanziamenti alle scuole private: «La Regione Lombardia, governata da 15 anni da Roberto Formigoni, assegna alle scuole private, nelle quali studia il 9% della popolazione studentesca lombarda, l’80% dei fondi regionali per il diritto allo studio, cioè circa 50 milioni di euro all’anno, ricorrendo, come denuncia il Rapporto sul buono scuola 2009, a un vero e proprio trucco contabile».

La volontà di fare a pezzi la scuola pubblica è un passo importante di un più vasto progetto che risponde a un preciso piano di controllo sulla libertà e sull’autonomia dì pensiero: l’ignoranza rende le persone più malleabili. Come procede questa demolizione? Attraverso un linguaggio impreciso, infido, attraverso manovre scorrette e nocive, spesso contrarie ai dettami costituzionali, attraverso dati opportunamente mutilati e appoggiati da giornalisti mentitori o allocchi. La scuola è di tutti si può definire un’analisi critica della situazione odierna del sistema scolastico. Contro i luoghi comuni, contro le ovvietà. Gli intenti del libro sono molteplici, ma per raggiungerli De Michele punta innanzitutto sulla consapevolezza. Ripensare la scuola tale quale essa è. Costruirla e difenderla dai continui attacchi, tenendo ben presente che la sua funzione all’interno della nostra società non può prescindere dall’essenza democratica: la scuola ci appartiene, anche se non siamo più studenti, anche se non siamo insegnanti. Perché è da lì che arriveranno i futuri cittadini. Un’opera importante e preziosa per tutti. Indispensabile per i tanti che hanno studiato – in preparazione agli esami di pedagogia e didattica della Ssis – libri obsoleti, inadeguati, sovente poco chiari. Libri – guarda caso – spesso scritti dagli stessi professori che li propinavano, e divenuti testi di studio non perché fossero realmente utili, ma solo per aumentarne le vendite.

Abbiamo sentito De Michele ed ecco cosa ci ha detto.

Quando ha maturato l’esigenza di un libro che raccontasse la scuola a fondo e con precisione?
«È stato un processo, non una decisione immediata. Nel 2006, quel pomeriggio in cui aspettavamo gli esiti finali dei conteggi sui senatori per sapere come erano andate le elezioni, Christian Raimo (direttore di collana di minimum fax) mi ha cercato per propormi un’inchiesta fenomenologica sulla scuola. Io, dopo averci pensato, gli proposi un pamphlet, perché raccogliere il materiale avrebbe significato un impegno troppo gravoso, e avevo un romanzo da scrivere (ne ho poi scritti due).
Le due proposte si sono poco a poco avvicinate – io ho accumulato sempre più materiale; il taglio del pamphlet, che all’epoca non convinceva, è stato in qualche modo imposto, pur con notevoli smussature, dallo stato di cose che andava maturando; e, a un certo punto, mi è apparso chiaro che questo “sporco lavoro” io ero in grado di farlo, e la gravità della situazione mi imponeva di farlo a scapito di altri progetti».

Un dato tecnico: in quanto tempo ha raccolto il materiale documentativo su cui poggia l’opera?

«Il primo documento, che è l’indagine sulle competenze alfabetiche degli italiani, lo conoscevo dal 2001, e l’ho materialmente reperito nel 2004, quando ho scritto un testo, La precarietà del sapere, che è circolato in rete».

Il problema della decostruzione della scuola legata all’annichilimento dell’autonomia di pensiero. In che direzione punta il sistema?

«Il sistema capitalistico è fondato, da un lato, sul profitto o, se si preferisce, sulla trasformazione del profitto in rendita; e, dall’altro, sull’imposizione di un ordine sociale che renda la società civile “governabile”.
L’imposizione di tale ordine, che per effetto della crisi di lunga durata (quella iniziata con la crisi fiscale e l’avvio dei processi di finanziarizzazione – fondi pensione, titoli-spazzatura, ecc. – lo scorso secolo in America) è diventata prioritaria rispetto ai profitti (ovvero il modo di trarre rendita dall’economia finanziaria è inscindibile dai processi di governance) richiede una delimitazione e una riduzione dei saperi, che tendono a produrre processi ingovernabili (vedi l’esplosione del welfare durante le lotte degli anni Sessanta e Settanta). La distruzione della scuola pubblica è finalizzata principalmente alla creazione di un’élite ristretta in possesso degli strumenti cognitivi e culturali necessari ad orientarsi nella società complessa e di una stratificazione sociale subalterna (al cui ultimo posto sono i migranti) che non sarà in grado di esercitare attivamente i diritti di cittadinanza.
Ma non dimentichiamo che il mercato della formazione e dell’istruzione rappresenta, in un’epoca di vacche magre, un’appetitosa fetta di torta sulla quale si allungano le mani di potenti lobby finanziarie, prima tra tutte la galassia che ruota attorno a Comunione e liberazione e alla Compagnia delle opere. Che, con l’accumulazione di capitali che realizzerà attraverso l’Expo 2015, punta ad accrescere la propria presenza nel mercato dell’istruzione privata».

Perché è importante la precisione, nel linguaggio?
«Perché il linguaggio serve tanto per dire la verità – o, con più modestia e realismo, il verosimile – quanto a mentire. E la produzione di quella che Calvino chiamava “la peste del linguaggio” serve a produrre una zona grigia nella quale i significati e i valori si confondono.
Riporto la pagina di Calvino, un autore che, con buona pace di certi critici letterari in cerca di facili effetti (o forse incapaci di un’autentica comprensione), è tutt’ora imprescindibile: «Peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze».
In queste condizioni il potere di chi detiene il controllo dei mezzi di produzione degli enunciati aumenta, mentre diminuisce la possibilità di una critica dell’esistente. A scanso di equivoci, considero parte di tale peste del linguaggio una buona percentuale delle sciocchezze e delle futilità in cui si dibatte il mondo intellettuale italiano, per il quale la priorità sembra (per citare Jeriko One, un leader afroamericano radicale ucciso dalla polizia) riordinare le sdraio sulla tolda del Titanic…».

Questo libro sfata diversi luoghi comuni. Ce ne dice due?
«I test internazionali collocano la scuola italiana negli ultimi posti al mondo. Falso: poste le grandi riserve che ho su questi test, i risultati collocano la nostra scuola elementare tra i primissimi posti al mondo, e i licei al di sopra della media (anche in matematica). La crisi (crisi, non emergenza!) è il frutto di quarant’anni di egemonia della cultura di sinistra scaturita dal Sessantotto. Falso: la cultura e gli ideali del Sessantotto (espressione, peraltro, estremamente generica e imprecisa) non sono mai davvero penetrati nella società italiana, men che meno nella scuola. Pensa che io, diplomato nel 1980, ho fronteggiato una scuola che, dai docenti alla manualistica, era ancora profondamente crociana».

Se un giorno lei diventasse ministro dell’Istruzione, qual è il primo provvedimento che prenderebbe?

«Premetto: non lo diventerò. E infatti sarei disposto a battermi per un referendum abrogativo delle leggi attuative della Riforma Gelmini: ma qui occorrerebbe chiedere ai sindacati perché dedicano il loro tempo a isolare la federazione degli operai metalmeccanici e lisciare il pelo a Marchionne, invece di battersi davvero contro Gelmini. E ai diversi candidati in pectore alla successione di Berlusconi o (ma ci vorrebbe un piano tariffario ad hoc per contattarli tutti) alle primarie del Partito democratico cosa farebbero “loro”, se per caso vincessero le elezioni.
Ciò detto, se vogliamo giocare alla fantapolitica: un decreto urgente che cancelli i provvedimenti del ministro Gelmini (art. 1), ripristini la situazione esistente al 2006 (art. 2) come base minima, e reperisca attraverso tagli alle spese militari, alle esenzioni fiscali concesse alla Chiesa e alle scuole private i fondi necessari (art. 3)».

E il secondo?
«Art. 4: istituzione di una commissione parlamentare con mandato a tempo delimitato che in non più di sei mesi elabori un elenco di questioni (questioni, non proposte) fondamentali».

E il terzo?
«Art. 5: l’istituzione degli Stati generali della Scuola, che a partire dalle assemblee di base (collegi docenti, assemblee degli studenti e dei genitori), via via fino alle assemblee cittadine, provinciali e regionali, compili, in risposta alle questioni proposte dalla commissione, i Cahier de doléances della scuola sulla cui base procedere, in accordo con i rappresentanti eletti direttamente dal mondo dell’istruzione, a una vera riforma generale dell’ordinamento scolastico».

Tra i diversi argomenti affrontati, ha dedicato poco meno di una ventina di pagine alla “Scuola di Paola Mastrocola”. Cosa c’è di insidioso nella scuola da lei proposta?
«Te lo dico in una battuta: libera “gnagnera” in libera sala insegnanti. Il mondo della Mastrocola è un mondo retrò, da cofanetto Sperlari, dove le piccole cose di pessimo gusto sono scambiate per perle didattiche. Una scuola che consola il docente, senza fargli percepire l’inutilità della sua funzione. È una scuola che piace a quegli insegnanti (e ce ne sono, e sono tanti) che vogliono una scuola in cui ripetere sempre la stessa lezione, nella quale le preoccupazioni siano poche, che lasci loro il tempo per lo shopping, il lifting e l’abito firmato. E soprattutto, che non vogliono misurarsi con la fatica e il rischio del pensiero. Paola Mastrocola è al tempo stesso l’emblema e l’utile idiota di questa scuola».

Il suo libro ha dimostrato come un messaggio si sedimenti nell’opinione pubblica anche attraverso una cattiva informazione, spesso facendo leva sull’ambiguità, o sulla tecnica della ripetizione dello stesso. In che direzione sta andando la nostra informazione?
«Verso quella peste del linguaggio di cui parlavo prima. Posso ricordare una grande lezione di civiltà? La prima costituzione moderna che conosciamo, la “Grande Legge della pace” delle Sei nazioni irochesi, proibiva agli uomini politici l’essere sfaccendati e il pettegolezzo: “They must not idle nor gossip“, recita l’articolo 27.
Ma c’è di peggio: oggi è del tutto evidente – quasi autotrasparente – l’esistenza di una rete di controllo, di un vero e proprio apparato di cattura sulle vite e sulle intelligenze. Come al tempo della schedatura ordinata al generale Giovanni De Lorenzo dal presidente Antonio Segni. Pochi sanno che, dopo l’ictus che colpì Segni, il senatore Cesare Merzagora, che esercitava l’interim, si vide consegnare un rapporto che riferiva dei comportamenti sessuali di alcuni giornalisti nel corso della settimana e scoprì che un simile rapporto era consegnato al presidente della Repubblica con cadenza periodica.
Oggi gli autori di queste operazioni sono alla direzione di testate apparentemente frivole, si esibiscono in televisione, insomma non fanno nulla per nascondersi. È un clima che tende ad assuefare: pensa alla curiosità morbosa che circonda figure come Roberto D’Agostino, Maurizio Corona, Alfonso Signorini, che vengono accettati come parte della nostra quotidianità televisiva invece di suscitare disgusto e indignazione».

Che scenario si prospetta per il futuro?
«In linea generale, pessimo. Non credo che in Italia ci sia non dico un’idea, ma uno straccio di consapevolezza rispetto al fatto che, per effetto di questa crisi, nulla potrà più essere come prima. Non che veda segnali incoraggianti fuori dall’Italia, ma la mia impressione è che i nostri apparati di potere abbiano già optato, con estrema miopia, per quella posizione di rendita che deriverebbe dal collocamento dell’Italia sul fondo della scala gerarchica delle nazioni industriali (bassi salari, zero diritti, ecc.)».

Cosa ne pensa degli insegnanti – precari ma anche di ruolo – che si disinteressano a ciò che accade nella scuola? O, più in generale, che cosa ne pensa del disinteresse verso queste grandi questioni?
«Che, come aveva compreso Piero Gobetti, gli italiani hanno bisogno di essere bastonati per capire l’aria che tira. Ma ciò non consola: se non saremo in grado di fermare l’attacco alla scuola pubblica, i costi sociali di quello che sta succedendo li pagheremo per una generazione. Con ogni mezzo necessario».

Che reazioni si aspetta a questo libro?
«Nel migliore dei casi, cioè con l’ottimismo della volontà, che contribuisca a fomentare l’indignazione e l’insorgenza sociale. Cinicamente, che qualcuno si renda conto che la scuola può essere un terreno vincente sul piano elettorale. Col pessimismo della ragione: mi aspetto problemi sul posto di lavoro, com’è successo a diversi colleghi nella mia regione. Il dirigente scolastico regionale dell’Emilia-Romagna, la scorsa primavera, aveva inviato una circolare riservata nella quale intimava (adombrando una qualche attività di sorveglianza) ai docenti di non assumere posizioni pubbliche nei rapporti con la stampa e con le famiglie, e di non appellarsi in modo improprio alle alte autorità dello Stato. Nel fare ciò questo alto funzionario pubblico citava l’articolo 11 del codice di comportamento dei pubblici dipendenti in modo improprio e infedele, inserendo virgolette e corsivi che lasciavano credere che tale articolo contenesse solo divieti, e non anche il diritto intangibile di «esprimere valutazioni e diffondere informazioni a tutela dei diritti sindacali e dei cittadini». Non ho sentito un solo dirigente scolastico dell’Emilia-Romagna prendere posizione contro questa circolare riservata, non foss’altro che per segnalare l’infedele citazione di una legge dello Stato».

L’immagine: la copertina del libro di Girolamo De Michele.

Marilù Oliva

(LucidaMente, anno V, n. 60, dicembre 2010)

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