RECENSIONI, SALUTE-MEDICINA|2 gennaio 2011 00:00

Come la ’ndrangheta distrugge un territorio

Negli ultimi anni si è registrato, in varie regioni dell’Italia meridionale, un allarmante aumento di malattie gravi (cirrosi, epatiti, leucemie, tumori, ecc.), che qualcuno mette in relazione con il traffico illecito di sostanze altamente tossiche. Il volume Ecomafia 2010 (Edizioni Ambiente), curato da Legambiente, rivela che nel 2009 il fatturato delle ecomafie si è aggirato intorno ai 20,5 miliardi di euro e sono aumentati i reati ambientali, che hanno raggiunto la ragguardevole cifra di 28.586 (circa tre ogni ora!).
Antonio Nicaso e Nicola Gratteri, ne La malapianta (Mondadori), denunciano che lo smaltimento illegale di rifiuti tossici è gestito soprattutto dalla ’ndrangheta e ci informano che «da un’indagine condotta in Calabria, si è scoperto che almeno 350 mila tonnellate di arsenico, zinco, piombo, indio, germanio e mercurio, provenienti dagli scarti di una ex aerea industriale, sono state utilizzate per costruire parcheggi, strade e persino una scuola a Crotone».

39 naufragi sospetti e 3 morti misteriose
Per saperne di più su questa ennesima iattura che si è abbattuta sul territorio calabrese invitiamo a leggere il bel saggio di Claudio Cordova Terra venduta. Così uccidono la Calabria. Viaggio di un giovane reporter sui luoghi dei veleni (Prefazione di Ferdinando Imposimato, Laruffa Editore, pp. 188, € 10,00).
Nella Prefazione, Imposimato individua il pregio maggiore del libro di Cordova nell’efficace descrizione di «uno degli aspetti più drammatici del fenomeno criminale nel Mezzogiorno d’Italia», ricordando che «ben 39 sarebbero stati gli inabissamenti dolosi di grandi imbarcazioni realizzati dalle potenti organizzazioni criminali meridionali».
Dei naufragi sospetti Cordova parla nei primi capitoli del volume, soffermandosi in particolare sulla scomparsa dei bastimenti Rigel e Rosso, il primo colato a picco di fronte a capo Spartivento, il secondo arenatosi sulla spiaggia di Amantea (entrambi, presumibilmente, con un carico di sostanze tossiche). Ma i crimini non si limiterebbero solo all’affondamento dei mercantili.
Tra i probabili delitti legati alle ecomafie sono da annoverare, secondo l’autore, anche le morti – finora mai del tutto chiarite – della giornalista Ilaria Alpi, dell’operatore televisivo Miran Hrovatin e del capitano di corvetta della Marina militare italiana Natale De Grazia. I primi due sono stati uccisi in Somalia il 20 marzo 1994, in un agguato dai contorni oscuri, mentre lavoravano a un reportage che riguardava, tra l’altro, il traffico di rifiuti illegali e di armi. Il terzo è deceduto misteriosamente il 13 dicembre 1995, mentre si stava recando a la Spezia, insieme a due carabinieri, per interrogare l’equipaggio della Rosso.

La pista somala
Intorno alla morte della Alpi e di Hrovatin hanno indagato sia la magistratura, sia una Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Carlo Taormina.
Il processo ha portato alla condanna – a una lunga pena detentiva – del cittadino somalo Hashi Omar Hassan, accusato di aver fatto parte di un gruppo di banditi che, nel tentativo di sequestrare i due giornalisti italiani, li avrebbe accidentalmente uccisi.
La Commissione è giunta a conclusioni analoghe, ma alcuni suoi membri non ne hanno sottoscritto la relazione finale e hanno proposto a loro volta una relazione di minoranza, nella quale si suppone che le ragioni del duplice omicidio siano altre e che «Ilaria Alpi stesse indagando anche su traffici di rifiuti pericolosi». Pochi giorni prima dell’agguato, infatti, la giornalista della Rai aveva intervistato il sultano di Bosaso, Abdullah Mussa Bogor, ponendogli una serie di domande intorno a una nave da pesca della compagnia di navigazione Shifco, la Farah Omar, che secondo talune indiscrezioni sarebbe stata «mezzo di possibili traffici di armi e rifiuti radioattivi».
Francesco Fonti, collaboratore di giustizia, ha parlato di un coinvolgimento dei servizi segreti in questi loschi commerci, dichiarando quanto segue: «Il traffico di rifiuti radioattivi, se non ha delle connivenze istituzionali, non può andare avanti, perché è un traffico fatto da multinazionali, da governi, noi della ’ndrangheta eravamo solo il braccio e venivamo contattati da uomini dei servizi segreti».
Le indagini, pur non risolvendo gli enigmi che circondano la morte di Ilaria e Miran, hanno fatto emergere i loschi affari intrapresi in Somalia da alcuni controversi personaggi, tra cui: l’ingegnere Giorgio Comerio («tramite grossi e pesanti penetratori […] avrebbe inabissato in acque dai fondali profondi e soffici un’ingente quantità di rifiuti pericolosi»); Guido Garelli, ideatore del Progetto Urano per lo smaltimento di rifiuti tossici («un uomo da romanzo innanzitutto perché è uno “007”, e poi perché ha, alle proprie spalle, una storia fatta di misteri»); l’imprenditore Giancarlo Marocchino («È uno che sa stare al mondo, che sa destreggiarsi con disinvoltura e spregiudicatezza anche in zone calde come la Somalia»); il faccendiere Luciano Spada («legato, in un modo o nell’altro, a grossi e oscuri traffici internazionali»).

A caccia di navi fantasma
Il procuratore capo di Paola, Bruno Giordano, ha avviato nell’estate del 2009 un’inchiesta finalizzata ad accertare le cause che hanno provocato l’aumento della temperatura e della radioattività e il moltiplicarsi dei tumori nel territorio compreso fra i comuni di Aiello Calabro e Serra d’Aiello, situati a poca distanza dalla spiaggia di Amantea su cui nel dicembre del 1990 si è arenata la motonave Rosso. Nell’area sopra indicata è stata rinvenuta dai periti dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente della Calabria (Arpacal) «una quantità assai ingente di rame e zinco, nonché di policlorobenzeni» e persino «la presenza di Cesio 137 nel sottosuolo».
Particolarmente interessato dallo smaltimento di rifiuti sospetti è il greto del torrente Oliva, dove «sono evidenti anomalie magnetiche, collegabili ad interramenti di materiali ferrosi». Nel settembre del 2009 nel tratto di mare antistante Cetraro, un paese della provincia di Cosenza, è stato rinvenuto il relitto di una imbarcazione «lungo almeno 120 metri con un profondo squarcio sulla prua dal quale si intravedono anche dei fusti». Stando alle dichiarazioni fatte da Fonti, si tratterebbe della Cunsky, una nave della compagnia di navigazione Ignazio Messina & C. contenente scorie radioattive, che nel 1992 sarebbe stata affondata da affiliati della ’ndrangheta.
Il Ministero della Salute ha inviato nella zona la nave Mare Oceano per svolgere accertamenti più approfonditi, dalle cui risultanze però è emerso che il relitto sarebbe quello del piroscafo Catania, colato a picco nel corso della Prima guerra mondiale. Il caso è parso a questo punto chiuso e ha iniziato a incrinarsi la credibilità del pentito Fonti, quando è accaduto l’ennesimo colpo di scena: nei primi mesi del 2010 il giornalista Gianni Lannes ha scoperto che, in verità, il Catania ha navigato fino al 1943, anno in cui è stato affondato… nel porto di Napoli! Si è, pertanto, infittito l’ennesimo mistero italiano, in attesa che ulteriori indagini facciano luce sugli aspetti più intricati di questa strana vicenda.

Una città contaminata: Crotone
Una delle denunce più significative presenti in Terra venduta riguarda le scorie prodotte dalla Pertusola Sud e illegalmente smaltite a Crotone. La Pertusola Sud è stata una delle più importanti aziende metallurgiche italiane, specializzata nella produzione di zinco, e ha operato sul mercato fino al 1999. Di proprietà della società francese Penarroya, la fabbrica crotonese è poi passata sotto la gestione della Gepi e, negli anni Novanta, è stata definitivamente inglobata dall’Eni.
La fine della Guerra fredda ha provocato la crisi del settore metallurgico mondiale, con un’imponente riduzione dei prezzi che ha indotto l’Eni ad abbandonare gradualmente la produzione di zinco. È stato dapprima chiuso il reparto Cubilot, addetto al trattamento dei residui della lavorazione, che permetteva di riciclare quasi totalmente il materiale di scarto con un impatto ambientale pressoché prossimo allo zero.
La fabbrica ha continuato a produrre zinco ancora per qualche anno, ma senza il supporto del reparto Cubilot, cosicché hanno cominciato «ad accumularsi montagne nere di ferriti», il cui smaltimento ha insospettito il pubblico ministero di Catanzaro, Luigi De Magistris, che ha aperto un’indagine sulla «illecita gestione di 30.000 tonnellate di rifiuti pericolosi» sotterrati «in aree a vocazione agricola, come i territori di Cassano Ionio e la Sibaritide». De Magistris, tuttavia, è stato trasferito a Napoli – rientrando poi a Catanzaro tra il 2002 e il 2008 – prima di chiudere l’inchiesta, che si è conclusa senza esito per la subentrata prescrizione dei reati contestati.
Nel 2008 il pubblico ministero di Crotone Pierpaolo Bruni ha aperto una nuova istruttoria, dal significativo nome di Black Mountains, che si è chiusa dopo appena un anno con 45 rinvii a giudizio, tra cui quello dell’ex presidente della Provincia di Crotone, Sergio Iritale, e dell’ex sindaco di Crotone, Pasquale Senatore (stralciata, per competenza territoriale, la posizione dell’ex ministro dell’Ambiente, Edo Ronchi, coinvolto nella vicenda). L’inchiesta ha riguardato «scuole, parcheggi, strade, case e opere pubbliche costruite con materiale di scarto industriale, rifiuti tossici e sostanze cancerogene».
Nella città pitagorica sono in preoccupante aumento i tumori, soprattutto tra i giovani. Molti studenti sono entrati in contatto con i veleni dell’ex Pertusola, «impiegati nell’edilizia invece di essere smaltiti con le cautele di legge»: ben quattro scuole, infatti, sono state costruite ricorrendo a impasti di calcestruzzo contenenti sostanze tossiche! Su iniziativa di due ex operai della Pertusola Sud, Pino Greco ed Enzo Zizza, a Crotone si è costituita l’associazione Fabbrikando l’avvenire. Il suo obiettivo prioritario è far sì che nella bonifica dell’area della dismessa azienda metallurgica vengano impiegati i suoi ex lavoratori, onde garantire competenza e trasparenza.
La Syndial, società del gruppo Eni che dovrebbe risanare il sito, sta però facendo pressioni affinché in luogo della bonifica si realizzi la demolizione dell’intero impianto. Ma, se ciò avvenisse, si escluderebbe il ricorso agli ex operai della Pertusola Sud. Perché si vogliono estromettere gli ex lavoratori dalle operazioni di bonifica? È un dilemma di cui nemmeno Cordova riesce a fornire una spiegazione plausibile.

I rifiuti tossici seppelliti a Capo d’Armi
A circa nove chilometri da Reggio Calabria, lungo la costa ionica, si staglia un promontorio di pietra bianca, che i Greci chiamarono Leukopetra Akroterion e i Romani Leucopetra Promontorium, oggi denominato Capo d’Armi. Il promontorio sorge nei pressi di Lazzaro, località balneare piuttosto frequentata durante l’estate, facente parte del Comune di Motta San Giovanni.
Secondo le risultanze di un’inchiesta avviata nel 2005 dal sostituto procuratore della Repubblica Sara Ombra, a Capo d’Armi, in località Giammassaro (una collinetta a trecento metri dal mare), sarebbero state interrate abusivamente circa 184.000 tonnellate di scorie tossiche provenienti dalla centrale Enel di Brindisi. Secondo la ricostruzione fatta da Cordova, «i rifiuti venivano occultati in una cava d’argilla nei pressi di un’industria di laterizi di proprietà della ditta Caserta snc. in un’area sottoposta a vincolo idrogeologico e paesaggistico».
Le scorie sarebbero state camuffate da alcuni laboratori privati, declassificandole tramite certificazioni fittizie al rango di «rifiuti non pericolosi». Grazie a questo espediente gli scarti potevano essere riutilizzati nella produzione di laterizi, salvo poi essere occultati sotto terra, onde evitare il pericolo di ulteriori controlli. La complessa operazione sarebbe stata diretta da tre funzionari della centrale Enel di Brindisi (Carlo Aiello, Diego Baio, Francesco Lemma) per risparmiare sui costi di smaltimento, con la complicità delle ditte Caserta, Ikos Puglia e Sabatelli. Dieci persone sono state rinviate a giudizio e il processo ha avuto inizio lo scorso aprile.

Altre verità nascoste
Nelle acque antistanti il promontorio dalla pietra bianca si nasconde un altro mistero, che però non ha niente a che vedere con i rifiuti tossici: durante il Secondo conflitto mondiale, tre navi della nostra Marina furono affondate dagli inglesi e una di queste, la Laura C, conteneva un ingente quantitativo di tritolo, che sembra sia stato recuperato a suo tempo dalle cosche locali per essere forse utilizzato in vari attentati terroristici. Oltre Capo d’Armi si apre uno dei litorali più belli della Calabria, con spiagge ampie e sabbiose e mare caldo e terso.
Eppure i guasti dovuti alle ecomafie qui non mancano. Nel marzo 2007 il comando della stazione di Bagaladi del Corpo forestale dello stato ha posto sotto sequestro un deposito abusivo di rifiuti pericolosi, situato nel greto del torrente Tuccio, che sfocia nei pressi di Melito Porto Salvo. Il sindaco di tale cittadina, Giuseppe Iaria, ne ha disposto la rimozione. Questa è però solo la punta di un iceberg di cui non si conoscono bene le dimensioni: secondo Enzo Vinci, direttore di Melito Tv, «la Valle del Tuccio […] dà ormai l’impressione di essere un luogo abbandonato a se stesso, in cui non si riesce neanche più a far rispettare le elementari norme di civiltà».
Qualcosa di strano sembra stia avvenendo nel circondario di Melito Porto Salvo, dove sono in sensibile aumento i casi di tumore, legati forse all’inquinamento ambientale, al punto che è sorto un Comitato per la salute pubblica fondato da Giancarlo Liberati. Lo stesso Cordova è testimone oculare dello stato di degrado in cui versa l’alveo del Tuccio: «Io una “passeggiata” […] l’ho fatta: non ho trovato i fusti di cui alcuni parlano, ma ho visto lastre di amianto e una quantità immensa di rifiuti di ogni genere». Stando alle dichiarazioni rese dal pentito Fonti e da Giampietro Sebi, faccendiere che si occupa del traffico illegale di rifiuti tossici, sembra che nelle acque antistanti Melito Porto Salvo sia stata affondata un’altra “nave dei veleni”, con l’ausilio della cosca locale dei Iamonte. Ma nessuna indagine è stata finora aperta per appurare se ciò sia vero; quindi, «la nave al largo di Melito Porto Salvo continua a restare un fantasma».
Nella parte conclusiva del suo libro Cordova parla di altri reati ambientali perpetrati sul suolo calabrese: i presunti siti di stoccaggio illegale di rifiuti ubicati negli anfratti dell’Aspromonte; i bidoni della società svedese Akzo Nobel Surface Chemistry, contenenti tensioattivi, che sono stati rinvenuti sulla spiaggia reggina di Bocale II; un’altra presunta “nave dei veleni” affondata al largo della costa prospiciente Lamezia Terme.
Dalla lettura di Terra venduta si evince che la Calabria – come scrive l’autore nelle Conclusioni – «sia stata, per faccendieri di tutto il mondo, una vera e propria discarica» e che «i rifiuti radioattivi sepolti nel terreno, o quelli affondati nel mare, non siano di certo rifiuti calabresi e, talvolta, nemmeno italiani».
Ben vengano, dunque, inchieste giornalistiche come quella di Cordova, che infrangono il muro di silenzio e di omertà costruito attorno ai traffici internazionali di rifiuti tossici, lanciando all’opinione pubblica calabrese l’esplicito invito a mobilitarsi in difesa dell’ambiente e a sostenere quei magistrati e quelle associazioni che, come Libera, si battono apertamente contro lo strapotere della criminalità organizzata.

L’articolo è stato già pubblicato, col titolo La terribile minaccia che incombe su uno dei territori più belli, sul n. 15 (ottobre 2010) della rivista on line Excursus (http://www.excursus.org/). Il suo direttore Luigi Grisolia – che ringraziamo – ne ha cortesemente concesso la ristampa su LucidaMente, che ha ripreso il testo limitandosi a operare qualche piccola modifica.

L’immagine: la copertina del libro di Claudio Cordova.

Giuseppe Licandro

(LM MAGAZINE n. 14, 15 gennaio 2011, supplemento a LucidaMente, anno VI, n. 61, gennaio 2011)

Print Friendly

No Comments