IL PIACERE DELLA CULTURA|7 gennaio 2011 00:00

L’indipendenza ebbe i suoi inizi… a teatro!

L’inizio della Seconda guerra d’indipendenza italiana passa da Genova, la quale, nel 1859, nel bene e nel male, continua a essere una delle protagoniste nel percorso che porterà verso l’unità d’Italia. E, all’epoca, il Teatro Carlo Felice è il luogo più rappresentativo del capoluogo ligure, tant’è vero che Napoleone III, approdando a Genova per l’inizio della campagna militare, non può fare a meno di recarsi in quel teatro come se si presentasse a tutta la città.

Quando cantò Cavour
Si narra che Camillo Benso conte di Cavour, la mattina del 19 aprile 1859, si mettesse a cantare a squarciagola il celebre coro della Norma: “Guerra! Guerra!”. Qualcun altro lo vuole straziante cantore della Pira verdiana.
Qualunque sia stato il brano, è certo che quella mattina il conte doveva essere particolarmente felice. Finalmente l’Austria s’era decisa a dare l’ultimatum al Piemonte. Se entro tre giorni lo stato sabaudo non avesse interrotto i preparativi militari e congedato i volontari che, numerosi, spingevano sulle frontiere del Lombardo-Veneto, sarebbe stata la guerra.
L’ultimatum, presentato a Torino dal barone di Kellersberg il 23 aprile alle 17,30, ebbe risposta negativa alle 18,30 del 26.

A Plombières
Tutto questo, secondo i piani di Cavour, doveva preludere all’intervento di Napoleone III, all’epoca imperatore dei francesi, con un passato remoto di carbonaro sul suolo italiano e un passato prossimo di villeggiante delle acque termali di Plombières, ridente località presso Ballon d’Asace ai piedi degli Alti Vosgi.
In questa località giunse, in gran segreto, anche il primo ministro del Regno di Sardegna e, il pomeriggio del 21 luglio 1858, i due vacanzieri, facendo una passeggiata sopra un agile tiro a due, misero a punto un progetto destinato a scardinare l’assetto politico dell’Europa. E in tale progetto vi era, tra le altre cose, la guerra contro l’Austria. Ma doveva essere quest’ultima a provocarla e non il contrario. Così Cavour, che possedeva una moralità pari allo zerbino sul quale si puliva le scarpe, fece di tutto perché si arrivasse al quel fatidico 19 aprile 1859.

Genova agognata, Genova umiliata
Nel piano Cavour-Napoleone III Genova rappresentava un punto importante. Assicurava l’arrivo delle truppe francesi e l’abbrivio della guerra. Lo sbocco a mare, garantito dal Congresso di Vienna al Regno di Sardegna, si confermava acquisizione quanto mai provvidenziale. Con Genova, però, stante che aveva dato i natali (e la formazione) a Giuseppe Mazzini e ricetto ai più accaniti patrioti italiani (prima che il Regno di Sardegna si santificasse alla causa italiana), le cose non erano sempre andate lisce. E certo, la macchia del cannoneggiamento di Genova, da parte delle truppe piemontesi, al comando del generale Alfonso Lamarmora, durante la rivolta dell’aprile del 1849, non ebbe mai uno smacchiatore efficace, lasciando un alone che ancora adesso offusca la figura del Re Galantuomo.

L’ultimo giorno di Pompei e… il primo della Seconda guerra d’indipendenza
Genova, dicevamo, ebbe un ruolo notevole durante tutta l’epopea del Risorgimento. Nello specifico, si ritrovava a dover accogliere sia le truppe francesi (tra il 26 aprile e il 12 maggio), sia l’imperatore Napoleone III (nel pomeriggio del 12 maggio). E, nonostante la belligeranza in corso, l’imperatore dei francesi si presentò alla città di Genova nel luogo più emblematico dell’epoca: il Teatro Carlo Felice. In quei giorni si rappresentava l’opera Jone, ovvero L’ultimo giorno di Pompei. Dramma lirico in quattro atti di Giovanni Peruzzini (tratto dal romanzo The Last Days of Pompeii di Edward Bulwer-Lytton), con musica di Errico Petrella, eseguito per la prima volta alla Scala di Milano, il 26 gennaio 1858.
Nell’allestimento genovese ne erano interpreti Carlo Negrini, Maria Lesniewskaja, Maria De Giovanni Vives, Achille Rossi Ghelli, Cesare Della Costa, Antonio D’Antoni. Direttore d’orchestra Angelo Mariani.

Arriva l’imperatore
Il 12 maggio, alle due del pomeriggio, ventuno salve di cannone annunciarono alla città che, scortata da altre navi, stava entrando in porto la “Reine-Hortense” con a bordo Napoleone III, proveniente da Marsiglia. Fra due ali di folla, l’imperatore arrivò in via Balbi, a Palazzo Reale. Il principe Eugenio di Savoia-Carignano, luogotenente del regno, faceva gli onori di casa e, passando da via Acquaverde, si guardò bene dal sottolineare la presenza, in quella piazza, di un grande monumento a Napoleone I abbattuto da una folla festante, parimenti alla presente. Il capitano Jean-Claude Ramiè, arrivato a Genova già dal 26 aprile con il primo contingente di truppe, così scrive nei suoi appunti: «Accolto il Sovrano con straordinaria esultanza dalla popolazione, alla sera dello stesso giorno si recò al teatro Carlo Felice sfarzosamente illuminato e decorato in tutti i palchi da bandiere italiane e francesi intrecciate. Si dava l’opera Jone. All’apparire dell’Imperatore, accompagnato dal principe Napoleone Gerolamo, ndr, dal principe di Carignano e dal ministro Conte Camillo di Cavour, mentre l’orchestra eseguiva l’inno imperiale Partant pour la Syrie, gli spettatori proruppero in una vera ovazione di plausi, che continuarono a lungo e si rinnovarono più volte sempre più energici e concitati».

Jone e l’inno della regina Ortensia
La stampa locale, rappresentata dalla maggiore testata dell’epoca, la Gazzetta di Genova, impegnata a seguire da vicino gli avvenimenti concitati di quei giorni, non prestò molta attenzione all’opera in programma al Carlo Felice. Chi scrive ne ha trovato traccia sul Corriere mercantile del 17 maggio 1859, sul quale, alla fine della recensione (“Quanto all’opera Jone, parmi che troppo bella fama la precedesse perché potesse ottenere una favorevole accoglienza…”) si legge: «Ma la novità musicale che più sorprese e fece dolce impressione si fu l’inno della Regina Ortensia: Partant pour la Syrie, ridotto appositamente per la nostra orchestra dal Maestro Mariani, e col quale venne salutato l’Imperatore al suo apparire in teatro. E’ una bella e cara melodia che si desidera venga replicata per meglio gustarla ed applaudirla. Troppo vive erano le impressioni, e siccome la cosa era stata fatta col solito mistero, i soli francesi riconobbero il loro inno prediletto».

Napoleone III al Carlo Felice
Ancora una testimonianza ci permette di mettere meglio a fuoco quella serata al Carlo Felice. Carlo Bossoli, corrispondente del The Times dal campo alleato, così racconta: «18 Maggio [1859, ndr]. La rappresentazione dell’opera “Ione” […] iniziò come sempre alla 20, davanti a un pubblico folto, ma deplorevolmente distratto, con il teatro illuminato a festa e decorato con i tricolori francese e sardo. Poco dopo le 21, giusto prima dell’inizio del balletto, un silenzio generale percorse la platea e annunciò l’arrivo di sua Maestà, che di lì a poco comparve e si affacciò al palco, impallidì leggermente, mi parve, mostrando un’emozione che, se era realmente sentita, difficilmente poteva essere causata da qualche dubbio sulle accoglienze, dopo quanto era avvenuto durante il giorno. […] All’interno del teatro tutti si alzarono; le signore, tre o quattro per palco, si sporgevano e sventolavano i fazzoletti; alle loro spalle gli uomini applaudivano e acclamavano, costringendo l’Imperatore a mostrarsi tre volte per ricevere il loro plauso, prima che il balletto potesse iniziare. Napoleone sedeva al centro del palco d’onore, che, contrariamente al palco reale del Teatro di Sua Maestà Britannica, non si distingue semplicemente per le sue dimensioni, ma è straordinariamente adatto a far mostra dei suoi occupanti, giacché è posto al centro della seconda fila di palchi e sporge a semicerchio all’interno del teatro, sostenuto da due pilastri di marmo, che formano l’ingresso della platea; ebbi, quindi, la possibilità di osservarlo con cura. Alla sinistra di Sua Maestà c’erano il Principe di Carignano, reggente del Regno e il Conte di Cavour; alla sua destra il Principe Napoleone [Gerolamo, ndr] e il Ministro francese De La Tour d’Auvergne; solo i reali stavano seduti, mentre il sindaco di Genova era in piedi dietro le loro poltrone. Una volta sola, sfidando l’etichetta, una voce gridò “Viva Cavour” e alcuni applausi salutarono quel nome popolare, ma il Conte diede un piccolo sobbalzo e si ritrasse a quel suono».
L’imperatore si fermò a Genova due giorni. Il terzo giorno, dalla stazione di Principe, partì per Alessandria. In questa città stabilì il suo quartier generale, che diverrà, mediante “fili elettrici” (il telegrafo), fulcro e perno di tutte le attività successive. Attraverso quei “fili” stava correndo quella che, per gli storici, sarebbe stata la Seconda guerra d’indipendenza italiana.

L’immagine: particolare di Genova, arrivo dell’imperatore Napoleone III, litografia di Carlo Bossoli, tratta da La Guerra in Italia nei disegni di Carlo Bossoli, Londra, Day & Son, 1859 (riproduzione anastatica dell’originale, Torino, Point Couleur, 1990).

Francesco Cento

(LM MAGAZINE n. 15, 15 marzo 2011, supplemento a LucidaMente, anno VI, n. 63, marzo 2011)

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