L’eros, il cibo e i cinque sensi

Sono solo due i piaceri che coinvolgono pienamente vista, udito, olfatto, tatto, gusto… È un caso che siano “proibiti”?

Va bene. Il piacere della lettura. Dell’arte. Della musica. Del viaggio. Della natura. Dell’amicizia. Del dono della solidarietà totalmente disinteressata. Della compagnia degli animali. Della spiritualità. Eccetera.

Tuttavia, se liberiamo la mente da sovrastrutture, moralismi e pruderie varie, dobbiamo riconoscere che sono soltanto due i piaceri che si avvicinano alla perfezione, impegnando interamente tutto il nostro corpo, i nostri sensi, e che quindi ci permettono di raggiungere una gioia purissima, una felicità assoluta, anche se limitata nel tempo. Essi sono il cibo e l’eros (e non necessariamente in quest’ordine).

Quando mangiamo e facciamo l’amore sono coinvolti, anzi esaltati, tutti i nostri cinque sensi: dalla vista all’udito, dal gusto all’olfatto e al tatto. Qualcuno potrebbe obiettare che non sia vero. Ad esempio, cosa c’entra l’udito con un buon pasto? Cosa? Lo sfrigolio di una pietanza che cuoce, il rumore del pane croccante che si spezza, o delle stoviglie… Tutto è da gustare. Così come i sapori di una portata arricchita da mille odori e spezie; le labbra, la lingua e il palato che toccano le infinite varietà delle forme di pasta; la vista deliziata dai colori, dalle tonalità, dalla disposizione delle vivande… E, sull’altro versante: la vista della persona amata, i suoi occhi, le sue forme; i suoi intimi sapori e odori, inconfondibili; lo scorrere con le dita sul suo corpo; l’ascolto del suono della sua voce, dei suoi gemiti di piacere…

Giacomo Leopardi, infatti, in una sua celebre riflessione del luglio 1820 raccolta nello Zibaldone, scriveva che: «L’anima umana (e così tutti gli esseri viventi) desidera sempre essenzialmente, e mira unicamente, benché sotto mille aspetti, al piacere, ossia alla felicità, che, considerandola bene, è tutt’uno col piacere». Però eros e cibo non possono prolungare per molto la propria intensità, quanto a forza, né estendersi all’infinito, quanto alla durata. Ecco, pertanto, l’arte e gli altri piaceri “minori”, che sono meno possenti, ma più estesi nel tempo. Ma nulla è soddisfacente quanto ciò che trascina tutti i sensi…

Bassi piaceri? Istinti animaleschi? Al contrario. Una delle caratteristiche che distingue l’umanità dagli altri poveri animali che abitano questo pianeta dominato dal dolore e dalla precarietà, è proprio la complessità che nell’uomo sono venuti ad assumere l’alimentazione e l’eros. Mentre gli altri animali si nutrono solo quando hanno fame, senza esaltare i sapori del cibo con spezie, condimenti, odori, e si accoppiano soltanto nel periodo dell’“estro”, gli esseri umani, col tempo, evolvendosi anche spiritualmente e culturalmente, hanno raffinato le due attività che la Natura ha reso così stimolanti e urgenti per motivi molto semplici. Mangiando assicuriamo la sopravvivenza di noi come individui. Accoppiandoci (e, quindi, procreando), garantiamo la conservazione della specie. È la vita, la sua forza, la sua energia.

Come gli animali, anche molti esseri umani “ingurgitano” e “scopano” – come direbbero essi stessi rozzamente – senza alcuna raffinatezza. Sono i mangiatori delle orrende “grigliate miste” da barbecue all’americana. Sono i consumatori di frettolosi e squallidi rapporti sessuali postribolari – e, quando abitudinari e costrittivi, sono postribolari anche e soprattutto quelli casalinghi, domestici, matrimoniali. Eros e cibo sono cultura, attenzione, scambio, amore. Amore e rispetto degli alimenti. Amore, rispetto e cura della persona con cui ci diamo piacere reciproco (e non egoistico). Il tempo, la lentezza, la calma, l’intimità, sono componenti essenziali. Ogni avidità, ogni sopraffazione, ogni prepotenza, va bandita. Chi mangia in fretta, senza assaporare, probabilmente sarà anche un amante (?) frettoloso ed egoista, che tenderà a raggiungere il proprio orgasmo in modo veloce e senza cura del partner. E, viceversa, chi è uno squallido amante sarà un pessimo degustatore.

Da sempre la sessualità è regolamentata, sanzionata e interdetta. Specie negli ultimi decenni anche il piacere del cibo è guardato con sospetto. Proprio mentre, da un lato, per la prima volta nella storia umana, gli alimenti sono in buona parte del mondo alla portata di tutti con una straordinaria abbondanza (sebbene, al contempo, si mangi cibo-spazzatura), dall’altro ha preso piede la moda indotta della forma fisica, con disturbi connessi come l’anoressia e la bulimia, per cui il cibo è circondato da un’aura di proibito. Come mai? Non crediamo di dire alcunché di nuovo e sorprendente se affermiamo che, se la maggioranza dell’umanità sapesse gustare tali beatitudini, sparirebbero di colpo tirannie, religioni fondamentaliste, costrizioni sociali che rendono disgraziati gli uomini. Esse si fondano, infatti, su repressione e inibizione, paura e infelicità, aggressività e dolore. Su sofferenza, sacrificio, rinuncia, costrizioni, come “valori”. Il contrario di ciò che rappresentano e forniscono eros e cibo. Il potere – politico, religioso, economico – necessita invece di esseri repressi-depressi-malati, di persone infelici e spaventate, sempre pronte al conformismo o a nuove guerre da scatenare ad hoc.

Tuttavia, forse la stragrande maggioranza dell’umanità merita questa condizione perpetua di oppressione e infelicità. “Ingurgitatori” e “scopatori” senza amore, senza alcuna ricercatezza, delicatezza, distinzione, servili e conformisti, incapaci di cogliere la bellezza, il piacere, e di custodire la libertà – il tesoro più prezioso dell’uomo… E il futuro, popolato da dieci miliardi e più di corpi umani e soggiogato da religioni integraliste e culture e consumi di massa, non lascia presagire alcuna evoluzione positiva…

Le immagini: copertina di Afrodita. Racconti, ricette e altri afrodisiaci (Feltrinelli) di Isabel Allende; dipinti riprodotti (o loro particolari): Nascita di Venere (1482-1485 circa, tempera su tela di lino, 172×278, Firenze, Galleria degli Uffizi) di Sandro Botticelli (Firenze, 1445 – Firenze, 1510); L’imperatore Rodolfo II in veste di Vertumno (1591, Stoccolma, Skoklosters Slott Museum) di Giuseppe Arcimboldo (Milano, 1527 – Milano, 1593); Primavera (1482, tempera su tavola, 203×314, Firenze, Galleria degli Uffizi), ancora di Botticelli; Educazione di amore (1528, olio su tavola, 155×92, Londra, National Gallery) di Antonio Allegri detto il Correggio (Correggio, 1489 – Correggio, 1534); L’ortolano o Ortaggi in una ciotola (1580 circa, natura morta reversibile, olio su tavola, 35×24, Cremona, Museo civico Ala Ponzone), ancora di Arcimboldo; Amor sacro e Amor profano (1515, olio su tela, 118×279, Roma, Galleria Borghese) di Tiziano Vecellio (Pieve di Cadore, 1480/1485 – Venezia, 1576).

Altre riflessioni di Rino Tripodi sulla bellezza, sul piacere e sulla gioia del vivere, a volte insidiati dal dolore e dalla morte, pubblicate su LucidaMente, sono:
Ecce Nietzsche: all’aria aperta!
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Rino Tripodi

(Lucidamente, anno VII, n. 82, ottobre 2012)

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