LA CITAZIONE|23 gennaio 2011 00:00

Potere e passione in epoca longobarda

Il narratore Roberto Pazzi torna al romanzo storico con Mi spiacerà morire per non vederti più” (Corbo editore)

Quella mattina di agosto del 590 d.C. Gregorio Magno si aggirava in incognito nel Foro Romano. Lo accompagnava il fedele diacono Pietro. Di pelle bruna, la barba grigia e rada, la figura minuta, dal cappuccio del mantello ben calato sul viso, dava poco nell’occhio. Amava mescolarsi ai suoi romani per rendersi conto di persona delle condizioni del gregge provato dai lunghi assedi dei barbari e della peste. E a cinquant’anni non mutava abitudini neanche nella nuova condizione. A febbraio era stato acclamato papa da diacono. A settembre lo aspettava, con l’ordinazione a sacerdote e a vescovo, la definitiva consacrazione. Ed eccolo appoggiarsi al bordone, fermarsi davanti a un gruppo di giovani barbari in vendita, di pelle chiara, dalla splendida capigliatura bionda. Colpito da tanta bellezza, s’informa da quale terra provengano. Gli rispondono che i giovani venivano dall’isola della Britannia. Ed eccolo insistere per sapere se gli abitanti fossero cristiani o ancora prigionieri del paganesimo. E, alla risposta che erano pagani, il monaco esclama: «Ahimè, il signore delle tenebre è ancora padrone di uomini dall’aspetto così luminoso, e un volto di tale bellezza racchiude una mente priva di grazia interiore!».
Dopo un certo silenzio, rivoltosi ai barbari chiede: «Come vi chiamate?». “Angli” risponde uno di loro non digiuno di latino. «No, non Angli, ma angeli siete».

Roberto Pazzi

(da Mi spiacerà morire per non vederti più, Corbo editore, 2010)

PAZZILA RILETTURA

Roberto Pazzi, pluripremiato scrittore ferrarese, già due volte finalista al Premio Strega e autore di Cercando l’imperatore, Vangelo di Giuda e Conclave, torna in libreria con Mi spiacerà morire per non vederti più (Corbo editore, pp. 320, euro 18,00) – del quale abbiamo riportato in apertura il prologo -, cui l’etichetta di romanzo storico da sola non rende giustizia. Si tratta infatti di un’opera dall’intreccio complesso, che con l’espediente del racconto nel racconto mescola abilmente storia e temi universali, spaziando a capitoli alterni dalla contemporaneità alla fine del VI secolo.

La vicenda si apre nel 590, con la visione dei barbari in catene nel foro romano, i bellissimi Angli, e prosegue a Roma, in piena età longobarda, nel passaggio tra l’antica morale pagana e quella nuova cristiana, rappresentate da due cugini, il papa Gregorio Magno, che invierà in Britannia una missione a convertire gli Angli, e il colto senatore romano Eusebio Simmaco, difensore della cultura del paganesimo, destinata a venire travolta dal cristianesimo. Questi vive con naturalezza ancora pagana, immune da sensi di colpa, la sua sessualità, e s’invaghisce del palafreniere Celeste, amante della figlia Ottavia. I due giovani, quindi, per sottrarsi al padre di lei, si rifugeranno proprio presso papa Gregorio, poi fuggiranno da Roma inseguiti da Eusebio.

Il contrasto esplode quindi drammatico tra uomo e donna, padre e figlia, maturità e giovinezza, nel racconto di due storie d’amore, una omo e l’altra eterosessuale, entrambe profonde e sofferte. Tutto questo viene narrato a un ospite, casualmente in vacanza nello stesso albergo, da un personaggio odierno, l’ingegnere milanese Gregorio Eusebi, oppresso dal mestiere di famiglia, che trova nella narrazione un modo per reinventare la sua stessa vita.

220px-RobertoPazzi[1]Si tratta quindi di un romanzo avvincente, che concilia letteratura alta ed epica popolare, dove ritroviamo alcuni archetipi antichi, quali un matrimonio che non s’ha da fare, brame di potere, equivoci e passioni, bellezza e desiderio, quel legame indissolubile tra amore e morte già espresso nel titolo, ma anche il contrasto etico e culturale tra il cristianesimo, che con la riduzione dell’erotismo a funzione procreativa porta alla condanna dell’omosessualità, e la visione più aperta e naturale del precedente paganesimo, in una profonda riflessione sui limiti del dogmatismo morale che con la negazione del piacere porta alla tragedia.

L’immagine: la copertina di Mi spiacerà morire per non vederti più di Roberto Pazzi e foto dello scrittore.

Viviana Viviani

(LM EXTRA n. 23, 14 febbraio 2011, supplemento a LucidaMente, anno VI, n. 62, febbraio 2011)

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