Una ragione di vita chiamata Zimbabwe

Situazioni talvolta stravaganti ma soprattutto una grande e costante umanità narrate nel romanzo di Francesco Grieco “Le logiche di Frank. Dalla precarietà allo Zimbabwe” (Editrice Uni Service)

Francesco Grieco esordisce in campo letterario proponendo al lettore strategie di vita alternative rispetto a quelle proposte dalla società attuale. Il romanzo Le logiche di Frank Dalla precarietà allo Zimbabwe (Editrice Uni Service, pp. 220, € 15,00) narra in prima persona le vicende di Frank: un laureato in Economia aziendale con tanto di master in Gestione integrata d’impresa, che vive a Rionero in Vulture, in Basilicata. L’arco di tempo considerato punta verso il futuro poiché va dal 2005 al 2116: tanti sono gli anni necessari al protagonista per passare da uno stato di serio disagio economico alla consapevolezza del proprio scopo nella vita. Il ritmo dell’opera è incalzante e tutt’altro che noioso: Grieco ha la capacità di farci calare realisticamente nelle situazioni vissute dal protagonista, anche se talvolta le circostanze raccontate appaiono al limite della credibilità. Inoltre, l’autore utilizza spesso espressioni consone più al linguaggio orale che a quello scritto.

Nell’immaginario del lettore, il testo appare suddiviso in tre parti distinte: nella prima vengono narrate le disavventure del protagonista in sèguito a una precarietà lavorativa legata alla mancanza di un lavoro fisso o quantomeno dignitoso. È fra queste pagine che si scorge una sorta di “decalogo del disperato”; una dimostrazione di come “meno si consuma e meno si spende”, quasi dimenticandosi che bisogna pur vivere! Il lettore si imbatte in proposte di lavoro al limite della decenza umana, in termini economici come di tempo da impiegarvi; rimane con il fiato sospeso a causa di un’incredibile prova di coraggio superata da Frank, che inizialmente fa pensare addirittura a un suo tentativo di suicidio; viaggia in Russia, Slovenia, Taiwan e Albania insieme al protagonista e alle persone da lui conosciute. Di questi itinerari, si apprezza la buona descrizione,che consente di sentirsi in sintonia con il protagonista. La seconda parte del testo è brevissima e segna il passaggio di Frank da uno stato di semipovertà finanziaria a quello addirittura di ricchezza economica: il romanzo da lui scritto nel tempo libero ottiene uno straordinario – non sempre così scontato nella vita reale – successo di vendita.

La parte del romanzo che risulta emotivamente più toccante è la terza. Il protagonista, spinto dalla consapevolezza della fortuna economica che detiene, sente improvvisamente l’esigenza di aiutare chi vive costantemente in stato di povertà e malattia. Senza pensarci una volta di più, rimette a nuovo la sua affezionata Punto: l’automobile – sul cui cruscotto appare un numero incredibile di chilometri percorsi – si rivelerà più che necessaria. Alla sua guida, Frank parte all’avventura verso Harare, nello Zimbabwe. Guidato da Mutade Ngono, un esperto del posto, vede con i propri occhi cosa significhi vivere in quelle terre, ricche soltanto di estrema povertà e di Aids. Conosce Patricia: la facoltosa donna inglese ha scelto – non senza sensi di colpa nei confronti del ricco padre – di lasciare il proprio paese per una missione di volontariato nello Zimbabwe. Qui ha creato la Pat Farm, un’oasi in un deserto di povertà che ospita madri-bambine e persone che non potrebbero sopravvivere altrimenti. Con l’aiuto – anche economico – di Frank, la farm viene ingrandita sensibilmente: diviene per gli ospiti zimbabwesi anche un punto strategico di istruzione in svariati campi, da quello economico-giuridico a quello delle scienze. E proprio nella Nuova Pat Farm si chiude il cerchio della storia raccontata: come in una favola a lieto fine, vi si riuniscono tutti i diversi personaggi conosciuti da Frank, negli svariati viaggi compiuti. Non manca nessuno: Jan Sue, una prostituta di Taiwan; Violetta, una giovane albanese con un’ottima prospettiva di lavoro; Ekaterina, una ragazza russa che lo aveva ospitato in un viaggio avventuroso improvvisato anni prima. Ognuna di loro – unitamente ad altri personaggi incontrati nella storia – offre un personale contributo; c’è chi vi si ferma stabilmente per lavorare, chi vi sosta soltanto per qualche giorno, con la promessa di ritornarvi quanto prima.

A noi piace immaginare che – date le svariate affinità con i requisiti di Grieco – Frank impersoni in realtà l’autore. Così come vogliamo – ancora oggi – credere nel più nobile dei sogni: che persone benestanti decidano di devolvere ricchezze materiali e forze fisiche in progetti umanitari che allievino la povertà radicata in alcune zone del pianeta. Concludiamo con una frase che emoziona più di altre presenti nel romanzo; quella pronunciata da Little Girl, una madre-bambina zimbabwese, consapevole che la propria vita sta volgendo al termine a causa dell’Aids: «Che il tempo della vita sia lungo o sia breve, è il modo in cui viviamo quel tempo che ne determina il valore. È il senso che diamo a quel tempo che fa la differenza…».

Su LucidaMente è apparsa un’altra recensione de Le logiche di Frank: Precari globalizzati, ma ironici e umani.

Le immagini: la copertina di Le logiche di Frank. Dalla precarietà allo Zimbabwe e cartina e bandiera dello stato africano.

Emanuela Susmel

(LucidaMente, anno VIII, n. 85, gennaio 2013)

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