«Gli davano da mangiare dietro il banco nei buffet delle stazioni»

Ferrovieri generosi, solidarietà e socialismo nel brevissimo racconto – ambientato nel 1919, tra Bologna e la Romagna – Il rivoluzionario” di Ernest Hemingway

Non sarà né il più bello, né il più noto, ed è tra i più brevi de I quarantanove racconti (1938) di Ernest Hemingway (1899-1961), premio Nobel per la Letteratura nel 1954. Tuttavia, Il rivoluzionario, in tempi di Festa provinciale socialista (Bologna, 1-24 agosto 2014), ci è particolarmente caro. Perché si svolge a fine estate, anche a Bologna e in Romagna, e soprattutto perché ci parla di un’altra epoca – siamo alla fine della Prima guerra mondiale –, caratterizzata da idealismi, da illusioni, da lotte, da reti di solidarietà, da internazionalismo, da socialismo, dall’Avanti! e da ferrovieri “rossi” e generosi. Ecco, di seguito, il racconto.

24-hemingway (3)Nel 1919 girava l’Italia in treno, con un pezzo di tela cerata datagli dalla direzione del partito su cui stava scritto in inchiostro indelebile che si trattava di un compagno che aveva molto sofferto sotto i Bianchi a Budapest e si chiedeva ai compagni di aiutarlo in tutti i modi. Egli usava quello invece del biglietto. Era timido e molto giovane e gli uomini dei treni se lo facevano passare da una squadra all’altra. Non aveva denaro ed essi gli davano da mangiare dietro il banco nei buffet delle stazioni.

Era entusiasta dell’Italia. Diceva che era un bellissimo paese. Gli abitanti erano tutti gentili. Aveva girato molte città, camminato molto, visto molti dipinti. Di Giotto, Masaccio e Piero della Francesca aveva delle riproduzioni e le teneva avvolte in una copia dell’Avanti! Mantegna non gli piaceva.

24-Hemingway (2)Giunse a Bologna e io lo condussi con me in Romagna dove dovevo andare a trovare un tale. Fu una bella gita. Erano i primi giorni di settembre e la campagna era piacevole. Egli era ungherese, era un ragazzo molto perbene e molto timido.
Gli uomini di Horthy gli avevano fatto alcune cose brutte. Me ne parlò un poco. Nonostante l’Ungheria egli aveva ugualmente fede nella rivoluzione mondiale.
«Ma come va il movimento in Italia?» chiese.
«Molto male» dissi io.
«Ma andrà meglio» disse lui. «Non vi manca nulla. Questo è l’unico paese in cui tutti si sentono sicuri. Sarà il punto di partenza di tutto».

Io non risposi.

A Bologna ci salutò e prese il treno per Milano diretto ad Aosta per passare a piedi in Svizzera. Io gli parlai dei Mantegna che sono a Milano. «No» disse lui, con timidezza. Non gli piaceva Mantegna. Gli scrissi un appunto con gli indirizzi di un posto dove poteva mangiare e di alcuni compagni. Mi ringraziò molto ma già era distratto perché pensava al modo di valicare il passo. Ci teneva a mettersi in cammino prima che si guastasse il tempo. Gli piacevano le montagne in autunno. L’ultima volta che ebbi notizie sue, gli svizzeri lo tenevano in prigione vicino a Sion.

(Ernest Hemingway, Il rivoluzionario, in I quarantanove racconti, Traduzione di Giuseppe Trevisani, Arnoldo Mondadori, Milano, 1975, pp. 215-216)

(n.m.)

(LucidaMente, anno IX, n. 104, agosto 2014)

Print Friendly