Football e fisco: chi tassa di più i calciatori

Portogallo, Spagna e Germania le più severe. All’estremo opposto Russia (e Qatar). La situazione in Italia, simile alla Francia, e il boom delle scommesse

L’inizio del campionato di serie A, che partirà con gli anticipi Roma-Udinese e Juventus-Fiorentina di sabato 20 agosto, è ormai alle porte. Anche i tifosi più “puri” hanno ormai preso coscienza che non si tratta di un semplice sport o gioco o spettacolo o divertimento. Nell’articolo che segue prendiamo in esame il rapporto tra football e fisco statale.

Il legame che collega il calcio con il fisco è sempre più importante per stabilire gli introiti che questa attività è capace di sviluppare in Italia, così come nel resto del mondo e in particolare in Europa. Nel Vecchio Continente, è la Russia lo stato con il prelievo fiscale minimo. Qui i calciatori limitano le loro tasse al 13% dei loro guadagni.

1-calcio-soldi-fisco-tasseQuesto significa, in soldoni, che, per un ingaggio annuo pari a 2 milioni di euro, bisogna pagare a Mosca la cifra piuttosto ridotta di 260 mila euro. I dati, che si riferiscono al 2013-2014, provengono dall’autorevole quotidiano economico-finanziario Il Sole 24 ore. Un articolo di Marco Mobili dello scorso 11 luglio (L’Europeo del fisco va alla Russia) vuole analizzare e farci capire come e dove si trovano i paradisi fiscali per lo sport professionistico, di cui il calcio nel nostro paese è senza dubbio l’esempio massimo. Assieme alla Russia si distingue anche il Qatar, dove addirittura sull’imponibile l’Emirato non chiede nemmeno un centesimo di prelievo fiscale. Restando invece in campo europeo, solo la Turchia insidia il record russo. Qui il prelievo ammonta a 700 mila euro, rispetto ai 2 milioni usati come unità di misura standard. Si tratta quasi del 40% dell’ingaggio di un calciatore. Segue la vicina Grecia, con 833 mila euro. Di seguito, pressoché appaiati, Inghilterra con 880 mila euro, sempre su 2 milioni di ingaggio, nonché Italia e Francia (in entrambi i paesi “cugini” siamo attorno agli 883 mila euro di prelievo fiscale).

Le nazioni che invece tassano in maniera ancora maggiore rispetto al nostro sono innanzi tutto il Portogallo, quindi Spagna e Germania. Qui, da un certo punto di vista, più si incassa e più si versano soldi allo stato. Su due milioni lordi in Germania l’atleta incassa solo 1,073 milioni. Il calcio professionistico in Europa paga un prezzo davvero salato allo stato, visto che nel 2013 in Italia sono stati pagati all’Erario ben 895,1 milioni di euro, più 125,5 milioni di gettito erariale connesso alle scommesse sul calcio. Ma si tratta di un dato che continua a decrescere dal 2011 in poi, soprattutto a causa della riduzione delle entrate fiscali derivanti dalle scommesse. Va molto meglio al fisco britannico: 1,7 miliardi di euro versati. Distanziatissime Germania (875) e Francia (793).

S1-scarpe+calcio[1]i evince la grande difficoltà con cui il calcio italiano deve convivere. La voce più importante resta quella delle ritenute sul reddito da lavoro dipendente e autonomo, che, però, sono in costante calo dal 2010: nel 2013, in particolare, ha raggiunto i 504,5 milioni di euro, con una riduzione rispetto all’anno precedente del 3,9 per cento. Tuttavia, c’è un settore che sta crescendo nel nostro paese ed è quello che interessa le scommesse sportive, in particolare quelle legate al calcio di serie A. Ad esempio, le scommesse di calcio sui prossimi campionati con William Hill, con quote, statistiche e ogni tipo di informazione in diretta live 24 ore su 24, capaci così di orientare gli utenti verso le partite più coinvolgenti e più interessanti sulle quali scommettere.

Tutto questo per far capire che dietro il mondo del calcio ci sono sempre più interessi di natura finanziaria, oltre che sportiva e agonistica. Proprio quello che Giuseppe De Bellis ha affermato nel suo recente pamphlet Ci stiamo giocando il calcio (Società europea di edizioni – il Giornale, pp. 50, € 2,50) attraverso l’esplicito sottotitolo della pubblicazione: L’unica strada per salvare la Serie A è capire che il pallone è un business, non un gioco.

(g.b.)

(LucidaMente, anno XI, n. 128, agosto 2016)

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