SCIENZA|2 giugno 2017 00:15

Una larva mangiaplastica per salvare l’ambiente

Scoperto da una ricercatrice italiana un metodo naturale per smaltire il polietilene, un composto chimico tra i più diffusi e inquinanti

Quasi dieci milioni di tonnellate. È la quantità di plastica che ogni anno finisce negli oceani, compromettendo la salute dell’intero ecosistema. Una marea di rifiuti che può impiegare fino a 400 anni per decomporsi. L’allarme arriva da un recente studio dell’Unione per la conservazione della natura (Iucn), un’istituzione di riferimento in molti settori ambientali.

32-larva-mangia-plastica-brucoMa forse un comune insetto potrebbe contribuire alla riduzione dell’inquinamento globale: si tratta del Galleria mellonella, una larva che si nutre di cera d’api, usata anche come esca dai pescatori. La scoperta è stata fatta casualmente da Federica Bertocchini, una ricercatrice quarantanovenne originaria di Piombino, impegnata in Spagna presso l’Istituto di Biomedicina di Cantabria, a Santander. Qui la scienziata si occupa di biologia dello sviluppo, ma grazie all’hobby dell’apicoltura ha scoperto le capacità digestive dei parassiti della cera. Durante la pulizia degli alveari ha gettato alcuni esemplari che infestavano i favi in una comune borsa di plastica, ritrovandola poco tempo dopo ricoperta di fori.

Così è cominciato il percorso di ricerca sul Galleria mellonella, che ha coinvolto anche Paolo Bombelli e Chris Howe, due biochimici dell’Università di Cambridge. Durante il primo esperimento un centinaio di larve messe a contatto con la plastica sono riuscite a intaccare il materiale già nei primi 40 minuti, e in meno di 12 ore hanno divorato ben 92 milligrammi di polietilene. Ma come riesce questo “super-bruco”a metabolizzare la plastica?

32-larva-mangia-plastica-inquinamentoIn realtà la cera contiene un legame molecolare molto simile a quello della plastica, formato da una catena di atomi di carbonio che si ripete. Grazie a un enzima contenuto nel proprio sistema digerente il bruco è in grado di scomporre la struttura chimica di entrambi i materiali. Ora gli scienziati dovranno capire come isolare l’enzima responsabile di questo procedimento, per poterlo riprodurre in laboratorio e quindi renderlo utilizzabile ai fini della biodegradazione dei rifiuti. La tarma della cera non è l’unico organismo in grado di digerire la plastica, ma certamente è il più vorace. Già nel 2016 gli studiosi del Kyoto Institute of tecnology avevano scoperto il batterio Ideonella sakaiensis in grado di metabolizzare il polietilene tereftalato (Pet), un tipo di plastica più complesso. Ma se l’Ideonella distrugge 0,13 milligrammi di Pet per centimetro quadro al giorno, il Galleria mellonella digerisce almeno il doppio di polietilene (Pe) ogni ora.

La ricerca – pubblicata lo scorso aprile su prestigiose riviste di settore come Science e Current Biology – ha ottenuto risonanza livello mondiale. Ciò nonostante, la dottoressa Bertocchini si trova al momento senza lavoro. Il contratto con l’Università di Santander non le è stato rinnovato a causa del ristretto budget del Cnr spagnolo al quale è affiliata. I tagli ai fondi per la ricerca hanno duramente penalizzato gli studiosi europei, e la situazione spagnola non fa eccezione. Nell’attesa di un nuovo incarico la dottoressa rimarrà all’estero, contando di ricominciare al più presto gli studi sul prezioso bruco.

Alessia Giorgi

(LucidaMente, anno XII, n. 138, giugno 2017)

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