IL LABORATORIO, INTERVISTE, SCIENZA|1 dicembre 2017 19:54

Italia, vulcani sconosciuti sotto le acque marine

Nelle profondità del mar Tirreno corre una dorsale di crateri, la cosiddetta catena di Palinuro, scoperta nella sua interezza dal geologo Guido Ventura. Che si è lasciato intervistare per illustrare ai lettori di LucidaMente le prospettive ambientali ed economiche legate alla notizia

Al di sotto del mar Tirreno c’è una catena di 15 vulcani sommersi, lunga 90 km e larga 20, che si estende dalla costa a sud di Salerno fino a quella calabra, a circa 30 km a est di Sangineto (Cosenza): la cosiddetta catena di Palinuro.

F12-guido-venturaino a poco tempo fa si conoscevano solo otto vulcani sottomarini, mentre altri sette sono stati appena rintracciati. La scoperta porta il nome di Guido Ventura, geologo, vulcanologo e coordinatore delle ricerche di un team internazionale composto da esperti dell’Ingv (Istituto nazione di geofisica e vulcanologia) e dell’Iamc (Istituto per l’ambiente marino costiero), del Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche) e del Gns (Geological and Nuclear Sciences) della Nuova Zelanda. Lo scienziato italiano di fama internazionale si è lasciato intervistare in esclusiva per LucidaMente.

Quand’è iniziata la campagna oceanografica che ha consentito di rilevare i vulcani sottomarini?

«Circa cinque anni fa; la scoperta è infatti il risultato di diverse campagne oceanografiche».

Si tratta di vulcani di diverse dimensioni?

«Sì, i rilievi hanno grandezze disomogenee. Se consideriamo lo spazio coperto dall’intera catena, questi vulcani occupano un volume maggiore di tutte le isole Eolie. Alcuni di loro hanno un aspetto di dorsale, altri una forma conica, come il Vesuvio».

Quali regioni sono interessate dalla catena?

«Tutta l’area meridionale del mar Tirreno. Il limite nord del piano di subduzione [zona di slittamento di una placca sotto un’altra confinante, ndr] passa sotto l’arco calabro. La parte ionica va a finire sotto la Calabria e forma un piano di subduzione nelle cui prossimità, situate lateralmente a nord, vi è una catena che non è una dorsale ma prende alimentazione da questa frattura. La zona del Tirreno è molto calda a 1 km di profondità e tale dato ci dice che c’è magma».

Che tipo di magma contengono questi vulcani?

«Abbiamo rilevato che si tratta di una composizione chimica mista tra quella dello Stromboli e quella del Vesuvio».

Acida, dunque, che nel caso delle eruzioni crea attività esplosiva

«Sì, ma a quella profondità non rappresenta un pericolo. Nessun problema da questo punto di vista».

12-vulcaniCi sono stati anche ulteriori studi su vulcani già noti, come per esempio il Marsili?

«Anni fa era partito un progetto sperimentale sul Marsili [il più esteso vulcano d’Europa, a 40 km a nord della Sicilia e a circa 150 km a ovest della Calabria, ndr] per sfruttare l’energia geotermica al suo interno. Per un problema di valutazione di impatto ambientale e scarsità di finanziamenti, l’operazione non è andata in porto. Ci sono comunque due novità: è un vulcano attivo a tutti gli effetti ed è una microdorsale oceanica. In passato ha eruttato in maniera anche esplosiva, emettendo al 60% lave acide. Tuttavia, essendo sottomarino, non vi è un elevato pericolo di eruzione. Il problema di questi vulcani, come degli altri della catena di Palinuro scoperti di recente, sta nel rischio connesso al franamento dei loro fianchi» (si veda anche l’intervista a Diego Paltrinieri, precedentemente pubblicata su LucidaMente: Il Marsili, un vulcano per dare elettricità all’Italia).

Ci spiega meglio tale questione?

«Si tratta di coni in cui, attraverso le fratture presenti, si infiltra l’acqua del mare e questo non fa che indebolire i vulcani. Al loro interno ci sono le camere magmatiche, che possono esercitare forze e innescare frane, e che a loro volta generano tsunami [maremoti, ndr], anche se è molto difficile che ciò avvenga».

Esiste un sistema di allerta in tal senso?

«Sì, per il rischio di tsunami esiste. Tuttavia, per i vulcani sottomarini non dico che siamo all’età della pietra ma ancora c’è molto da fare poiché non conosciamo le caratteristiche meccaniche di quelle rocce a una simile profondità».

Di quale profondità stiamo parlando?

«Nel caso della catena di Palinuro si parla in media di mille metri, mentre i crateri sommitali si trovano a settanta-ottanta metri sotto il livello del mare. Alcune zone dalla base alla sommità raggiungono anche i tremila metri di altezza».

È possibile controllare eventuali variazioni di attività dei vulcani sottomarini?

«Ci sono apparecchiature che possono monitorare le loro deformazioni e la sismicità, strumenti in grado di misurare variazioni di pressione per informare su eventuali alterazioni. Tuttavia, l’applicazione di queste tecnologie è molto dispendiosa. Pensi che un giorno su una nave oceanografica richiede 15-20.000 euro, senza considerare il costo della strumentazione e del personale: si figuri il totale per un mese di ricerche».

12-palinuroQuali sono i vostri obiettivi futuri?

«Abbiamo in corso dei progetti per lo sfruttamento dei depositi idrotermali che si trovano sul più alto dei vulcani, noto come Palinuro, che contiene zolfo, noduli di ferro e manganese, utilizzabili a livello industriale. Abbiamo poi in programma quattro step: conoscere l’età delle rocce di tali vulcani; studiarne la composizione chimica; analizzare i gas; vedere se ci sono depositi idrotermali industrialmente sfruttabili lungo la catena. Dato che l’Italia non possiede navi oceanografiche, siamo costretti a chiedere finanziamenti europei e a collaborare con colleghi spagnoli, francesi, neozelandesi, e stiamo valutando anche il coinvolgimento dei tedeschi. La spaccatura di 90 km ha sorpreso gli addetti ai lavori anche all’estero. Situazione analoga si riscontra nella zona di Tonga del Pacifico e nel mar dei Sargassi nei pressi di Cuba».

Avete idea del nome da dare ai vulcani appena scoperti?

«Sarà l’ufficio idrografico della marina militare, responsabile della cartografia della navigazione, ad avere questo compito. Comunque tra i vulcani anonimi ve n’è uno a largo di Capo Vaticano, appartenente al sistema delle Eolie, che non ha ancora nome e ha più di settecentomila anni! La bocca principale è a 1 km davanti a Ricadi».

Le immagini: foto del geologo italiano Guido Ventura, coordinatore delle ricerche che hanno portato alla scoperta di sette vulcani sottomarini e la localizzazione geofisica della catena vulcanica sommersa di Palinuro.

Dora Anna Rocca

(LucidaMente, anno XII, n. 144, dicembre 2017)

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