Be a Bear, produrre musica accattivante e di qualità

Esce oggi il secondo disco dell’orso bolognese Filippo Zironi. “Climb your Time” (La Fame Dischi) risulta un’opera piacevole quanto originale

Sì, tanti suoni sanno di pop, luminose e seducenti tastiere dei felici anni Ottanta, serate in discoteca, divertimento, canzoni da mettere in sottofondo. Eppure, il disco non è soltanto questo.

3-be-a-bear-2È stato bravissimo ad accantonare lo stile strumentale, dando più spazio a voce e parole, senza cadere nel cantautorato o nella canzonetta pop. Questa l’impresa del bolognese Filippo Zironi, in arte Be a Bear (ma lui, in effetti, è tutt’altro che un misantropico orso), compiuta tutta con il suo solo iphone… E l’autore la realizza col suo secondo album, Climb your Time (prodotto da La Fame Dischi), con la collaborazione (voce e parole), in alcuni componimenti, di Davide Degli Esposti, Gabriele Gaggioli, Marco Milani e Victor De Jonge. Nove tracce dissimili tra loro, ma unite da uno stesso, piacevole, stile sonoro. In apparenza, prevalgono spontaneità, semplicità e orecchiabilità, in realtà le armonie dei brani creano atmosfere e sonorità sorprendenti, suggestive, che coinvolgono ed emozionano l’ascoltatore fin dalle prime note.

U3-be-a-bearna musica gioiosa, vitale, gaia, solare, che, però, fa riflettere e appassionare. Splendido l’esordio del disco con la prima composizione, Give me // change me, canto ipnotico e trasognato. Say goodbye ci riporta davvero all’abbagliante elettropop di tanti anni fa. Più d’atmosfera e allo stesso tempo ballabile la quarta traccia, Yes elettronic. Misteriosamente ritmata e ripetitiva Waiting for my lover. Stranger love è forse il brano più bello dell’intero disco, con suoni e voci che punteggiano il favoloso ritmo, suadente quanto trascinante. Azzeccato l’explicit della nona traccia, Mr. Dust. In conclusione, un’opera sofisticata senza essere snob, pop senza cadere in volgarità da discoteca di quart’ordine. Il tutto avvolto da luci accecanti attraversate da sottili, intriganti luminescenze.

Rino Tripodi

(LucidaMente, anno XIII, n. 149, maggio 2018)

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