Giorgio Ciccarelli, musica e parole, interiorità e rabbia

Bandiere” (FMA/Abramo Allione Edizioni) è il secondo disco del musicista milanese: canzoni italiane, tra tradizione e sperimentazioni

Per chi ha amato Robert Wyatt, come chi sta scrivendo questa recensione, e le sue straordinarie creazioni musicali, è già titolo di merito che l’Intro e l’ultimo brano di un disco, per di più quello che dà il titolo all’album e il più “politico”, riprenda le atmosfere pianistiche aereo-acquoree e lo stile minimalista del grande musicista britannico.

1-ciccarelli_bandiereOvviamente, il valore di un disco non si misura su un solo pezzo. E i pregi di Bandiere (produzione Fma/Abramo Allione Edizioni), secondo album solista del milanese Giorgio Ciccarelli, ormai navigato musicista, sono tanti. E non potrebbe essere altrimenti, visto che si tratta del chitarrista degli Afterhours, nonché fondatore dei Sux, collaboratore di Greg Dulli, Mark Lanegan, Mina e Patti Smith, compositore e arrangiatore. Nove tracce, con almeno tre particolarità: le canzoni sono in lingua italiana; l’uso per la prima volta, nella carriera di Ciccarelli, di synth ed elettronica; il fatto che ogni brano, apparentemente “normale”, indirizzato su ben delineati binari, presenti «un’invenzione, uno scarto rispetto ai canoni, un ribaltamento della prospettiva: qualcosa che rimette in gioco tutto».

1-ciccarelliLe canzoni parlano di molteplici tematiche, muovendosi dall’interno all’esterno dell’artista: la difficoltà – forse l’impossibilità – di essere onesti, soprattutto con se stessi (Voltarsi indietro); la falsa “discrezione” e il “quieto vivere”, che si trasformano in ipocrisia impedendoci un rapporto sincero e leale, implicante il confronto e la discussione, per cui alla fine siamo più soli che mai; il recupero della comunicazione sincera, comprese le rime (Dentro e fuori); l’amore che non si spegne, pur tra difficoltà (Conterò i tuoi no), e quello, malato, basato sulla dipendenza e le debolezze reciproche (Due per tre, la traccia più rock del disco). E così via, tra tumulti bilanciati, chiaroscuri e ritmi intricati e radenti.

Rino Tripodi

(LucidaMente, anno XIII, n. 149, maggio 2018)

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