Sud Ossezia, la guerra silenziosa

Il conflitto dimenticato alle porte dell’Europa rivela il difficile rapporto della Georgia con la potenza russa. Intervista a Nestan Gagadze, una donna che ha vissuto linstabilità regionale sulla propria pelle

L’Ossezia del Sud, regione tra le montagne della Georgia, è stata dilaniata dall’ultimo conflitto nel 2008. La Russia, responsabile di aver provocato ed esacerbato la situazione, resta impunita; nel silenzio internazionale. Negli ultimi vent’anni Mosca ha inglobato diversi territori del Caucaso: Sud Ossezia, Daghestan e Kabardino-Balkaria sono solo alcuni. In Georgia la tensione si respira ancora oggi e il senso di insicurezza è fortissimo. Nestan Gagadze, donna attivista per la pace ed ex abitante della zona occupata, ci racconta la sua esperienza del conflitto.

1-georgia-osseziaCom’è scoppiato il conflitto?
«Era agosto e arrivarono notizie che l’esercito russo si stava muovendo verso la regione. Da più di vent’anni i soldati erano già presenti nella zona dell’Abkhazia sul mar Nero: una sorta di cellula dormiente finalizzata a inasprire lo spirito indipendentista e a promuovere sentimenti filorussi. La gente era in attesa, nessun politico prendeva la parola, nessuna iniziativa, eravamo totalmente isolati. Inoltre, non avevamo idea di cosa stesse succedendo nel governo centrale, a Tbilisi».

Che ruolo ha avuto il governo georgiano?
«È difficile da definire; si può dire che l’allora presidente Mikheil Saakashvili, dichiaratamente contrario alla politica russa, abbia implementato il pericolo di un conflitto aperto. La zona aveva già vissuto situazioni di instabilità interna negli anni Novanta, ma si stava lavorando a una situazione di equilibrio anche grazie ai massicci investimenti nella zona».

1-soldatiCom’è iniziata la sua esperienza da rifugiata?
«La mia famiglia decise quasi subito di mandarmi fuori dalla regione, da una zia; ero poco meno di un’adolescente allora. A pochi giorni dall’inizio degli spostamenti russi ricevetti la notizia che la zona era stata occupata e i miei genitori mi chiamarono per avvisarmi di non tornare. Sentivo costantemente notizie del conflitto; molti luoghi erano già stati distrutti e lo stato aveva diffuso la chiamata alle armi. Non andai a scuola per cinque mesi, quando finalmente il governo attivò un programma per i rifugiati e ci mandarono nella capitale, Tbilisi. Nel 2009 venne costruito con fondi internazionali un quartiere prefabbricato. Non ho più rivisto la mia casa».

È possibile tornare nella regione?
«No, è stato creato un procedimento per impedirlo. I nostri documenti sono ancora nella zona occupata e inizialmente era necessario il lasciapassare dei soldati nella regione per recuperarli. La procedura è stata variata diverse volte dopo il 2008 e si è giunti a imporre per la domanda dei documenti in vigore il possesso dei precedenti. Questo era chiaramente impossibile senza il lasciapassare per il recupero degli originali. Oggi il procedimento si è inasprito e per entrare nella zona è necessario negare la nazionalità georgiana e acquisire passaporto russo. Si riconosce così l’appartenenza alla nazione russa».

1-ossezia-del-sudSi può affermare che il conflitto sia stato provocato dallo spirito filorusso di parte della popolazione nelle zone di confine?
«No, la guerra è scoppiata con altri motivi. Piuttosto che di spirito filorusso si dovrebbe parlare di spinte indipendentiste nella regione, rispetto al Governo centrale di Tbilisi. Queste, sicuramente presenti, sono state esacerbate dalla Russia e veicolate per giustificare l’offensiva. Lo stesso sta capitando nella regione dell’Abkhazia: lo stato di continua tensione e la presenza dell’esercito russo sul territorio hanno predisposto la base per un rapporto sempre più difficile con la capitale georgiana».

Qual era quindi lo scopo dell’occupazione?
«La regione dell’Ossezia del Sud lega i territori russi con Azerbaijan e Turchia. In particolare, è attraversata da una strada fondamentale per il commercio. In questo modo, tra Sud Ossezia e Abkhazia, Mosca ha acquisito uno sbocco sul mar Nero e l’azzeramento del pedaggio sul commercio della zona».

1-montagne-georgiaIn questo momento la zona può essere considerata sicura?
«Non esattamente; non si combatte più apertamente, ma non è consigliato avvicinarsi al confine. Chi viene arrestato in quelle zone non è tutelato. Lo dimostra l’arresto di diverse persone dalla zona occupata di Tskhinvali e l’omicidio di un ex soldato, Archil Tatunashvili, commesso il 23 febbraio di quest’anno. Le forze russe lo hanno torturato e il corpo è stato restituito alla famiglia solo dopo 25 giorni. Aveva le gambe spazzate e il naso e le dita tagliate. Un altro caso è quello di Basharuli Davit, anch’esso ucciso. Mentre Sergo Darbaidze, Lasha Glurjidze, Koba Macharashvili, Giorgi Kereselidze e molti altri sono stati rapiti sul confine».

Miriam Mazzoni

(LucidaMente, anno XIII, n. 152, agosto 2018)

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