ATTACCO FRONTALE, DALL'ITALIA|3 ottobre 2018 12:06

Taser, violenza e forze dell’ordine, tra eroismi, abusi e colpevoli silenzi

Sulla mia pelle, il film di Alessio Cremonini presentato alla Biennale del Cinema di Venezia e uscito nelle sale e su Netflix il 12 settembre, racconta gli ultimi sette giorni di vita di Stefano Cucchi. Ma soprattutto apre un dibattito rimasto archiviato per troppo tempo

«Quand’è che la smetterete co’ ’sta storia delle scale?». «Quando le scale smetteranno de menacce». Non è facile parlare di violenza. Non lo è stato per Stefano Cucchi, arrestato nella notte del 15 ottobre 2009 per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, che di violenza sarebbe morto sette giorni dopo. Non lo è per la sorella Ilaria, che da anni porta avanti una battaglia per la verità, dopo ingiuste assoluzioni e omissioni di colpa. Non lo è per Riccardo Casamassima, appuntato dei carabinieri che ha deciso di offrire la propria testimonianza facendo riaprire il processo e per questo è stato minacciato e allontanato dalla sua caserma.

39-Sulla mia pelleE, al di là della magistrale interpretazione e spiazzante bravura degli attori, il film Sulla mia pelle di Alessio Cremonini ci regala questo: l’occasione di fare giustizia, di cercare la verità, di schierarsi dalla parte del bene senza temere di essere messi a tacere (vedi, in questo stesso numero di LucidaMente, la recensione al film). Vi sono molte ragioni che rendono difficile raccontare storie di questo tipo. In primis, i protagonisti: da una parte i fermati, spesso persone con trascorsi difficili, che attraggono facili (pre)giudizi, dall’altra individui appartenenti alle forze dell’ordine, ai quali vengono mosse accuse gravi, che rischiano di danneggiare l’intera categoria. Di Cucchi si è detto che era un tossico, debilitato dalle sue stesse dipendenze, che sarebbe morto di epilessia. Del diciottenne Federico Aldrovandi (leggi anche il nostro Amnesty International, Aldrovandi e i diritti umani in Italia), si è detto che era sotto effetto di stupefacenti, che avrebbero provocato prima reazioni violente verso gli agenti, poi il decesso. Di Giuseppe Uva si è detto che, ubriaco e in crisi nervosa, prendesse a testate muri e pavimenti, provocandosi da solo le lesioni.

Come se queste “colpe” giustificassero la loro morte. È estremamente semplice minare la credibilità di tali persone: avere commesso atti illeciti, indipendentemente dalla gravità – Uva fu fermato perché produceva schiamazzi e spostava transenne – li pone in cattiva luce, rende le loro dichiarazioni poco credibili, i loro diritti un po’ meno degni di rispetto (Non solo Stefano Cucchi, tutte le morti assurde nelle carceri italiane, TPI). Il peso dell’opinione pubblica rappresenta un altro dei fattori che rendono complicato ricostruire queste vicende: tra le forze dell’ordine regna un forte senso di appartenenza che spinge molti dei membri a coprire le malefatte dei colleghi, o semplicemente a non testimoniare, nel tentativo di proteggere il proprio mestiere da scandali e attacchi.

19-FedericoAldrovandiAnche chi vuole denunciare è trattenuto dal farlo poiché teme ritorsioni, come dimostra perfettamente il trattamento ricevuto da Casamassima. Un pubblico ufficiale sospettato di aver provocato il decesso di un ragazzo a suon di botte provoca una reazione ben diversa da un più usuale pestaggio tra detenuti. Si parla infatti di colui che dovrebbe prima di tutto provvedere alla sicurezza dei cittadini: il fatto che anche chi è deputato alla protezione della persona possa perdere il controllo è inquietante e certamente non ispira fiducia. Trincerarsi dietro un muro di brutalità non è però la soluzione per chi richiede un Paese più sicuro. Antonio Sbordone, questore di Reggio Emilia e già a capo della polizia ferrarese, ha dichiarato che se ci fosse stato il taser, Federico Aldrovandi sarebbe ancora vivo (Il questore: “Col taser Aldrovandi sarebbe vivo”. Il padre di Federico: “Andava usato su chi lo stava uccidendo”, la Repubblica).

Affermazione non solo scandalosa, ma anche sbagliata. Secondo uno studio di Reuters sull’uso di tale arma negli Stati Uniti, sarebbero 1.042 le persone abbattute dopo essere state colpite. Non è chiaro se la morte sia stata direttamente provocata dall’arma, ma analizzando 712 autopsie, in più di un quinto dei casi il taser risulta come fattore che ha contribuito al decesso. Per non parlare dei rischi che una scossa elettrica di cinque secondi può avere su chi ha problemi cardiaci. Oltretutto, il taser non sarebbe sostitutivo della pistola: verrebbe utilizzato sicuramente con molta più facilità. Fioccano in rete video di poliziotti statunitensi che applicano le scosse senza troppe remore: un quarto delle persone decedute soffriva di problemi mentali, in nove incidenti su dieci la vittima non era armata. Va peraltro detto: le forze dell’ordine americane sono ben più violenti delle nostre, anche perché operano in una società molto più aggressiva, dove il possesso e l’uso delle armi è libero.

19-taserIl pericolo è che, non essendo il taser mortale nella maggior parte dei casi, gli agenti siano meno restii a usarlo. Infine, per smentire Sbordone: il taser non sostituisce le manganellate. Quelle non andrebbero sostituite con nulla, perché non ci dovrebbero essere su un individuo già immobilizzato dagli ufficiali. Sono sicuramente molti gli episodi di buon operato delle forze dell’ordine, se non di eroismo. Il loro non è un mestiere facile, né privo di rischi. Per questo è necessario premiare, anziché punire chi denuncia abusi e irregolarità, perché risulti manifesto che gli sbagli di alcuni non coinvolgono l’intera categoria. E soprattutto perché vengano alla luce vicende che ad oggi rimangono insolute per mancanza di testimoni. Incoraggiare la competenza, la capacità di affrontare situazioni di tensione mantenendo la lucidità, l’onestà, anziché la violenza, fornendo nuovi strumenti pericolosi. Condannare pubblicamente i soprusi anziché giustificarli. Proprio perché pestaggi e omissioni dovrebbero divenire l’eccezione, è importante parlarne apertamente. Sempre.

Le immagini: la locandina del film Sulla mia pelle di Alessio Cremonini; il “ricordino funerario” di Federico Aldrovandi; il taser in uso (fonte: Creative Commons).

Alessia Ruggieri

(LucidaMente, anno XIII, n. 154, ottobre 2018)

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