INTERVISTE, STORIA|1 marzo 2019 23:01

Le storie nascoste dei criptoarmeni

Un’intervista in esclusiva alla scrittrice e storica Fatemeh Sara Gaboardi sul suo ultimo libro “II viaggio di una promessa. Attraverso la storia di un popolo dimenticato: gli armeni nascosti dell’Anatolia” (Edizioni DivinaFollia)

Nonostante sia passato oltre un secolo, il genocidio degli Armeni del 1915 per opera dell’Impero ottomano è ancora un argomento controverso. LucidaMente ha intervistato la storica e scrittrice Fatemeh Sara Gaboardi Maleki Minoo, che ha recentemente pubblicato il libro Il viaggio di una promessa. Attraverso la storia di un popolo dimenticato: gli armeni nascosti dellAnatolia (Edizioni DivinaFollia, 2018, pp. 316, € 18,00). Il saggio è dedicato alle storie dei criptoarmeni, cioè di quelle persone che, dopo il genocidio – o Medz yeghern, “il grande crimine”, in lingua armena – dichiararono la propria conversione all’Islam o nascosero la loro identità per lungo tempo.

15-1-GaboardiCom’è nata l’idea del libro?
«Il libro nasce da coinvolgimenti sia storici sia personali. Sono storica di formazione, ho una specializzazione in studi armeni e ho vissuto in Turchia per anni: l’interesse per gli oltre tre milioni di criptoarmeni residenti oggi nel Paese è quasi scontato. Inoltre, questa ricerca si lega alla storia delle mie origini [la Gaboardi è stata adottata da bambina da una famiglia italiana, ma è nata in Persia, ndr]: stavo cercando l’uomo che aveva aiutato i miei a fuggire dall’Iran dopo la rivoluzione del 1979 e ho scoperto tante vicende che ho deciso di raccontare. Perciò ho iniziato a cercare in Anatolia orientale (dove vive la maggior parte dei criptoarmeni) sia i discendenti di armeni che si sono convertiti al tempo delle persecuzioni, sia quelli di bambini adottati all’epoca da famiglie turche o curde e che hanno scoperto le proprie radici solo in un secondo momento. Persone forzatamente islamizzate, che ancora oggi sono costrette a nascondere la loro vera identità e a dichiararsi, per motivi di sicurezza, turchi o curdi e musulmani, relegando la propria cultura – linguistica e religiosa – all’intimità della dimensione privata».

15-ArmeniaCom’è strutturato il saggio?
«Si sviluppa su tre filoni complementari: il vissuto degli intervistati, che ho voluto raccontare per dare alla storia un volto umano e coinvolgere maggiormente il lettore; è stata inoltre l’occasione per parlare delle mie origini e concludere il racconto iniziato nel mio libro Con gli occhi del cuore. Storia di una famiglia iraniana nella Persia dello Shah, attraverso la figura dell’uomo che ha salvato la mia famiglia; infine, ho potuto approfondire la storia della Turchia contemporanea. Ci tengo a sottolineare che il progetto è stato interamente autofinanziato e autoprodotto, in primis perché l’idea di una ricerca sul tema è stata mia, poi perché non ho trovato molto sostegno: mi sono rivolta ad alcune personalità armene in Italia per avere appoggio per la pubblicazione ma, paradossalmente, mi è stato detto che non lo avrebbero fatto in quanto io non ero armena. Francamente, la cosa mi ha stupito: il fatto che un non armeno si interessi a un evento che non lo riguarda direttamente dovrebbe essere un valore aggiunto, non un ostacolo».

Come ha condotto le sue ricerche?
«Le ricerche sono state lunghe e difficili. Immaginate che nessuno conosca le vostre origini, che ancora oggi devono essere tenute nascoste: in Turchia sono ancora molti a negare il genocidio armeno, il primo esempio nella storia contemporanea di azione finalizzata allo sterminio di un popolo su base culturale e religiosa. Una volta individuati i soggetti, li ho intervistati in prima persona, a volte rischiando la mia stessa incolumità. Per garantire l’anonimato delle persone, ho preferito mescolare nel racconto le vicende delle diverse famiglie coinvolte, per evitare che qualcuno potesse essere riconosciuto».

15-2 l'autrice Fatemeh Sara GaboardiPerché, secondo lei, è necessario raccontare oggi un genocidio di oltre cento anni fa?
«Innanzitutto perché non è riconosciuto universalmente e non si è concluso, in quanto è ancora in corso la cancellazione di una cultura millenaria, al punto che vengono impedite non solo la pratica religiosa ma anche l’uso della lingua: non esiste un filone letterario dedicato agli armeni sopravvissuti e i pochi che conoscono la lingua sono costretti a parlarla di nascosto. Ci sono però dei tentativi di recupero: a Diyarbakır, nella Turchia sud-orientale, il sindaco ha attuato alcune iniziative nel tentativo di ripristinare la pluralità culturale esistente nella zona prima del genocidio. Ha istituito un corso di lingua armena per tutti coloro che volessero recuperare la propria origine e ha promosso la ristrutturazione della cattedrale armena, distrutta nuovamente nel marzo 2016 in seguito a combattimenti tra esercito turco e guerriglieri curdi».

Purtroppo, la discriminazione su base culturale e religiosa è ancora oggi realtà e stiamo assistendo in tutto il mondo al ritorno del nazionalismo. Che tipo di azioni si possono fare per contrastare questi fenomeni, soprattutto tra i più giovani?
«Penso che sensibilizzare i giovani alla storia sia assolutamente necessario per renderli consapevoli del passato e, soprattutto, per aiutarli a capire gli avvenimenti del presente. Lavoro molto con gli adolescenti: spesso vengo chiamata in vari istituti a fare dei seminari sul genocidio armeno e sulle problematiche dei Paesi islamici contemporanei. Ogni volta mi rendo conto di quanto il genocidio armeno sia ancora oggi affrontato nei libri di storia in modo superficiale. Gli stessi studenti sono sorpresi perché non ne sanno praticamente nulla, ma apprezzano molto le mie lezioni, non avendo davanti uno storico, bensì una persona che ha vissuto direttamente certe situazioni e che può raccontare la propria esperienza dando testimonianze tangibili, come foto e video. Penso che sia importante un approccio “umano” alla storia per renderla interessante, soprattutto per i più giovani, e sperare che non venga dimenticata».

15-3 genocidio armenoHa qualche aneddoto che vuole raccontare?
«Il libro si apre con il racconto delle reazioni dei miei amici di Istanbul quando ho detto loro che sarei partita per l’Anatolia orientale a fare ricerche sui criptoarmeni: tutti mi hanno esplicitamente detto che avevo perso la ragione. Ma non sono riusciti a farmi desistere: ormai avevo deciso che avrei scritto questo libro, non solo per dare una spiegazione storica al fenomeno, ma soprattutto per analizzarlo dal punto di vista umano. Volevo raccontare il dramma di persone che da anni vivono nel dualismo: in pubblico dicono di essere in un modo e solo in privato fanno emergere la loro vera natura. Che tipo di vita conducono? Quali sono i loro problemi e le loro sensazioni? Era questo ciò che più mi interessava. Purtroppo non è stato semplice: come ho detto, l’argomento in Turchia è ancora tabù e mi sono trovata anche in situazioni pericolose. Per fortuna è andato tutto bene e, a ripensarci, non saprei dire se sono stata più incosciente o coraggiosa: d’altra parte, spesso per ricercare la verità sono entrambe caratteristiche necessarie».

Per approfondire l’argomento, consigliamo di vedere questa puntata di Rai Storia sul genocidio armeno. Inoltre, qui e qui trovate ulteriori informazioni.

Le immagini: la copertina del libro Il viaggio di una promessa; cartina geografica; la storica e scrittrice Fatemeh Sara Gaboardi; una rara foto del genocidio degli armeni a opera dei turchi.

Elena Giuntoli

(LucidaMente, anno XIV, n. 159, marzo 2019)

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