Bettino Craxi e le sue perplessità e profezie sull’Unione europea

Europa, un paradiso mancato? Mentre dubbi e incertezze affiorano ovunque, il pensiero del leader socialista italiano ritorna di attualità

Negli anni della Prima Repubblica Bettino Craxi (presidente del Consiglio dal 1983 al 1987, nonché a lungo segretario del Psi, Partito socialista italiano, il più antico d’Italia) è stato un protagonista assoluto della scena politica del nostro Paese. Eppure oggi il suo nome è rimasto legato all’inchiesta di Mani Pulite e allo scandalo di Tangentopoli. Ancora oggi la sua figura è associata più a quella di un malfattore che di un politico, più a quella di un latitante che di uno statista.

Nonostante ciò, a quasi vent’anni dalla sua scomparsa, il suo pensiero, i suoi scritti, le sue idee risuonano più attuali che mai. Il declino di Craxi iniziò con l’operazione Mani Pulite del 1992, lo stesso anno (coincidenza o meno) in cui venne firmato il Trattato di Maastricht. Questo trattato, che segna l’inizio dell’odierna Unione europea, includeva al suo interno i famosi “parametri”. Tra questi il divieto di avere un debito pubblico annuale superiore al 3% del Pil e l’impegno a uno stretto controllo dell’inflazione. Lo scopo di questi “parametri” era quello di far convergere le economie europee in modo da predisporle all’adozione della moneta unica. I loro criteri ispiratori si basavano però su condizioni destinate a mutare nel tempo e Craxi lo segnalò tempestivamente quando affermò che «l’andamento di questi anni non ha corrisposto alle previsioni dei sottoscrittori. La situazione odierna è diversa da quella sperata. Più complessa, più spinosa, più difficile da inquadrare se si vogliono evitare fratture e inaccettabili scompensi sociali».

D’altronde, anche l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti nel libro Mundus Furiosus (2016) ha osservato che la parola «crisi» compare una sola volta in un trattato di oltre cento pagine, come se la possibilità del suo verificarsi fosse un’eventualità totalmente irrealizzabile. Parrebbe che a Maastricht si sia dunque ideato un mondo capace di funzionare, sì, in modo perfetto, ma solo in teoria. Ed è proprio su questa materia, sulla nascente Unione europea, che la visione craxiana si è rivelata quanto mai profetica.

Il leader socialista non ha mai creduto alla possibilità di un’Europa fondata sulla moneta unica, arrivando a dire di sé: «Io sono qualcosa di più di un euroscettico, sono un europessimista». Questo non significava che fosse contro l’Europa, ma, nella sua idea di Europa, gli stati, avendo ognuno un proprio destino, dovevano mantenere la loro sovranità. Secondo Craxi indebolire il ruolo delle nazioni avrebbe minato la solidità delle fondamenta delle più ampie unità interstatali che si volevano costruire. I parametri di Maastricht impedivano in pratica agli stati di utilizzare la loro sovranità nazionale per gestire i momenti di crisi. Per questo Craxi ne criticò la totale astrattezza e capì che la nascente Europa sarebbe stata «in preda alla disoccupazione e alla conflittualità sociale». Oggi si sente spesso dire che bisognerebbe rinegoziare i criteri di convergenza, ma Craxi lo affermava già ai tempi del suo esilio tunisino (1994-2000). Tutto ciò mentre l’intera opinione pubblica acclamava l’entrata nell’euro pregustando esclusivamente i vantaggi della moneta unica senza effettuare una vera riflessione critica sui numerosi rischi cui si andava incontro.

Craxi riteneva invece di conoscerli bene e al riguardo affermava: «Si presenta l’Europa come il paradiso terrestre, ma per noi nella migliore delle ipotesi sarà un limbo e nella peggiore delle ipotesi sarà un inferno. La cosa più ragionevole di tutte è quella di richiedere e pretendere, essendo noi un grande paese, la rinegoziazione dei parametri di Maastricht». Parole dal significato non troppo diverso sono queste: «La patria moderna dev’essere abbastanza grande, ma non tanto che la comunione di interessi non vi si possa trovare, come chi ci volesse dare per patria l’Europa». A scriverle non è un semplice populista euroscettico, è Giacomo Leopardi!

17-Tremonti mundus furiosusSono passati 27 anni dal Trattato di Maastricht e non si può certo dire che la situazione economica italiana sia migliorata; basti pensare che il debito pubblico nel 1992 ammontava al 105% del Pil mentre oggi è al 132%. Trattati che avevano lo scopo di unire le economie non hanno fatto altro che aumentare il divario tra loro. L’idea per cui sarebbe bastato federare i portafogli per federare anche i cuori degli europei si è rivelata fallimentare, dal momento che partiti sovranisti ed euroscettici non sono mai stati tanto popolari come oggi. Non bastano certo una serie di riforme scritte sui testi di legge a rendere i popoli più virtuosi, a far diventare gli italiani più tedeschi, olandesi o svizzeri (come pare abbia detto Mario Monti). Craxi era consapevole che la trasformazione di un popolo è operazione delicata e facilmente soggetta a pericolose derive autoritarie, egli era ben conscio che dietro all’apparente paradiso europeo si celava invece una costrizione da cui sarebbe stato difficile liberarsi.

Governare la tentazione di emettere giudizi perentori su personaggi che hanno inciso nella Storia un solco profondo è sempre molto difficile, ma non v’è dubbio che, nel dopoguerra italiano, Bettino Craxi appartenga alla categoria di uomini politici che sono stati giudicati con molta fretta e approssimazione, come se l’ansia di voltare pagina avesse prevalso sugli aspetti oggettivi della razionalità. Nel breve periodo, in questo genere di duelli che ambiscono ad assegnare una vittoria univoca, di norma prevalgono sempre i giudizi che si accodano a quelli espressi nell’interesse dei vincitori, ma, inevitabilmente, col tempo, tali giudizi si rivelano instabili. Puntellare queste vittorie bollando di revisionismo i tentativi di rivalsa fatti dai reduci sconfitti o dagli osservatori neutrali si rivela sempre operazione vana, poiché i fatti, prima o poi, tornano a galla e rimescolano le carte a verità che si ritenevano acquisite.

Le immagini: Craxi in un comizio del Psi; il leader socialista in tribunale; la copertina del libro di Tremonti citato nell’articolo.

Francesco Lorenzo Nascetti

(LucidaMente, anno XIV, n. 161, maggio 2019)

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