Come ci nutriamo importa, eccome!

Allevamento industriale, inquinamento globale e cambiamenti climatici sono tutti elementi interconnessi. Vediamo in che modo influiscono anche sull’ambiente

Ormai è sempre più difficile ignorare il legame tra l’industria zootecnica e le critiche condizioni ambientali. Non esistono più scuse ed è necessario riconoscere come il nostro modo di mangiare abbia ripercussioni sull’ecosistema. Dell’argomento ci siamo in parte già occupati su LucidaMente con Vegan: scelta doverosa per salvare la terra?.

14b-carneIn questa sede è utile riprendere alcuni dati dell’articolo estratti a loro volta da Cowspiracy. Kip Andersen e Keegan Kuhn, i realizzatori del film-inchiesta, rivelano che «l’allevamento intensivo di bestiame è responsabile per il 51% del cambiamento climatico e per il 30% del consumo d’acqua mondiale. Inoltre, è colpevole per il 91% della distruzione della foresta amazzonica e occupa il 45% del territorio terrestre». Dati significativi. Le stesse Nazioni unite hanno confermato che la produzione industriale di carne è una delle principali responsabili dell’emissione dei gas serra. Non solo: nell’analizzare il fenomeno bisognerebbe considerare le risorse necessarie all’intero processo, alcune delle quali già esaminate dal documentario, come l’acqua e i terreni dedicati sia al pascolo sia alle colture destinate a foraggiare il bestiame (trattate con diserbanti, pesticidi e concimi chimici). Vi sono poi l’energia impiegata nella lavorazione del prodotto, i materiali per il confezionamento, la refrigerazione e il trasporto finale. All’abuso delle materie prime e all’inquinamento derivante è opportuno aggiungere anche quello dei mari, collegato agli allevamenti di pesce.

Una produzione, insomma, che, oltre a richiedere l’impiego di molte fonti, ha ritmi quasi insostenibili, sui quali sarebbe opportuno un accordo tra governi per impostare politiche ecosostenibili. Soprattutto se si prende coscienza di due fattori. Primo: «l’aumento degli allevamenti è dovuto all’aumento del benessere, quindi all’aumento del consumo di carne», così apre una puntata di Report del 13 aprile 2008 la conduttrice e giornalista Milena Gabanelli. Secondo: la Fao (Food and Agricolture Organization of the United Nations) stima che, considerato lo sviluppo della popolazione e la conseguente crescita dei consumi, da qui al 2050 la produzione alimentare dovrà aumentare quasi del 70% per soddisfare il fabbisogno mondiale.

14b-inquinamentoIl problema risiede nel modello perseguito; e, se i principi cardine della nostra nutrizione si basano sulla mera ingordigia a basso costo dei consumatori e sull’altrettanta ingordigia per i profitti dei produttori, il rischio è che a pagarne il prezzo sia il pianeta. La soluzione migliore dovrebbe essere una distribuzione equa delle risorse terrestri, combinata a incentivare consumi intelligenti e a ottimizzare ciò che è già a nostra disposizione. Dunque, la lotta alla salvaguardia ambientale passa inevitabilmente dalle nostre tavole. Un uso consapevole di portafoglio e forchetta potrebbe rappresentare quell’atto politico che ognuno nella propria quotidianità può fare. Un’opzione potrebbe essere limitare fortemente il consumo dei derivati animali. Negli ultimi dieci anni, tale possibilità è stata presa in considerazione da varie figure: saggisti, giornalisti, documentaristi, medici, ricercatori, istituzioni. Un esempio per tutti è lo scrittore Jonathan Safran Foer.

Egli, nel 2009, attraverso la pubblicazione del saggio Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?, ha risvegliato diverse coscienze, tra le quali quelle di alcune star americane che si sono fatte poi volti di battaglie animaliste o ambientaliste. Foer scandaglia, analizza e riporta i dati del reale impatto che gli allevamenti intensivi hanno sugli animali stessi, sul nostro stato di salute e sull’environnement. Lo scritto offre al lettore tutti gli strumenti e le motivazioni per modificare la propria dieta, perché, «se ci preoccupiamo per l’ambiente […] mangiare o non mangiare carne deve importarci». Gli autori di Cowspiracy estenderebbero il ragionamento all’intero settore dei derivati animali, ma il messaggio resta comunque chiarissimo.

Arianna Mazzanti

(LucidaMente, anno XIV, n. 163, luglio 2019)

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