IL LABORATORIO|13 giugno 2011 23:21

Come modernizzare il mercato del lavoro

Sarebbe utile riproporre le idee di Marco Biagi, però senza  strumentalizzazioni politiche

Come in ogni elezione che si rispetti, la parola più utilizzata anche in quelle del 2011, con slogan di varia natura, è stata: precario. Le ragioni e le argomentazioni usate sono state tra le più disparate, ma le domande sono rimaste sul tavolo. Come si possono conciliare profitti e salari? Come si coniugano flessibilità e tutele? Dov’è che si incontrano flessibilità e precariato? Che fine fa il lavoro nero?

Soprattutto, come si può rispondere a queste domande, fornendo certezze, però senza incorrere in dolorosi compromessi o epocali tragedie? Come si può dire “questa è la soluzione”, se non sperimentandola?

Il primo, importante suggerimento di Marco Biagi, credo fosse questo. Convinto delle proprie idee, ma senza certezze assolute. Ben consapevole delle difficoltà esistenti tra gli impianti teorici e le loro implicazioni pratiche. Figurarsi di quelle politiche.

Il Libro bianco – L’italiano è una lingua che facilmente si presta ai giochi di parole. Per esempio, proviamo a citare testualmente il Libro bianco sul mercato del lavoro in Italia (Ministero del lavoro e delle politiche sociali), curato nel 2001 da Biagi e da Maurizio Sacconi: «Il compenso corrisposto dovrà essere proporzionato alla quantità e qualità del lavoro eseguito, tenendo conto dei compensi normalmente corrisposti per prestazioni analoghe nel luogo di esecuzione del rapporto, salva la previsione di accordi economici collettivi». Roberto Maroni trasformò la parte in corsivo in «compenso autonomamente concordato dalle parti» e Cesare Damiano lo corresse in «analoghe prestazioni di lavoro autonomo». Non si tratta, però, di lavoro autonomo, anzi molto spesso di attività non qualificata e, quando lo è, il compenso autonomamente concordato frequentemente si trasforma in stage gratuiti, quali i primi ingressi nel mondo del lavoro.

Il contratto a progetto – I lavoratori, essendo uomini, grossomodo si possono suddividere in due categorie: coloro che hanno una certa predisposizione al rischio e altri invece in cui questa predisposizione è assente. Per i primi si può parlare di flessibilità. Per gli altri si parla di lavoro stabile, con tutte le tutele del caso. Questo perché esiste un’offerta di lavoro che non può essere che considerata stabile. Tralasciamo, tuttavia, i lavoratori stabili e occupiamoci dei flessibili. Molto spesso sono lavoratori stabili anche loro, cioè esauriscono la loro giornata lavorativa in un unico posto di lavoro. Eppure, il contratto a progetto non era stato concepito così. Senza vincoli d’orario, era il suo fulcro. Se, però, i vincoli ci sono, come si fa ad applicare la flessibilità a qualcuno che non è stato concepito quale suo destinatario? Si dovrebbe allora evitare l’utilizzazione delle collaborazioni a progetto in funzione elusiva o frodatoria della legislazione posta a tutela del lavoro subordinato, che viene stravolta parafrasando il Libro bianco.

Modernizzare il mercato del lavoro – Proviamo a lavorare di fantasia allora. Come potrebbe essere il mercato del lavoro? I lavoratori stabili non avrebbero problemi, godrebbero della legislazione posta a tutela del lavoro subordinato. I flessibili invece non ne avrebbero bisogno. Se venissero remunerati almeno come indicato nel Libro bianco e senza vincoli di orario, quali sarebbero le forze che andremmo a liberare? Permetteremmo a chi ha questa aspirazione, e magari non i mezzi, di vendere la propria professionalità a diverse aziende usando le strumentazioni delle stesse, senza quindi alcuna necessità di comprarne delle proprie. Sarebbero lavoratori che avrebbero davvero bisogno di formazione continua e che non necessiterebbero di corsi di formazione realizzati da enti accreditati spesso solo per accaparrarsi risorse. Sarebbero lavoratori che, se davvero assistiti e non ostacolati da Stato e aziende, non avrebbero bisogno di tutele, potrebbero organizzarsi il loro tempo ed avere delle soddisfazioni, sia economiche che professionali. A me piace credere che Biagi volesse liberare una parte del mondo del lavoro. Ecco perché i nodi erano, e rimangono, il salario, l’orario di lavoro e la lotta ai contratti utilizzati in maniera elusiva o frodatoria. Queste tre questioni non sono state ancora davvero affrontate.

L’immagine: copertina de Il riformista tradito. La storia e le idee di Marco Biagi (Boroli Editore) di Giuliano Cazzola.

Giuseppe Lavalle

(LucidaMente, anno VI, n. 66, giugno 2011)

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