Paraguay, ossia come sfiorare la vittoria finale senza giocare

Si è conclusa la 43ª edizione della Coppa America di calcio, svoltasi in Argentina: trionfa l’Uruguay in un torneo che ha riservato molte sorprese

Domenica 24 luglio si è conclusa la 43ª edizione della Coppa America di calcio, il maggior torneo per squadre nazionali del Nuovo continente (e il più antico in assoluto, essendosi inaugurato nel 1916), che quest’anno si è svolto in Argentina.

Ha vinto l’Uruguay, allenato da Oscar Tabarez, che ha sconfitto in finale il Paraguay col punteggio di 3 a 0, grazie a una rete di Luis Suarez e a una doppietta di Diego Forlán.

Eliminate nei quarti, a sorpresa, le due grandi favorite dai pronostici, Argentina e Brasile, entrambe dopo l’esecuzione dei “calci di rigore”, al termine dei tempi regolamentari e supplementari (memorabile lo score dei giocatori in maglia oroverde, che sono riusciti nell’incredibile impresa di… sbagliare quattro rigori consecutivi!).

Oltre all’esito imprevisto, la Coppa America del 2011 si è caratterizzata anche per un altro evento inconsueto e non proprio edificante: il Paraguay è riuscito ad arrivare in finale pareggiando sempre, sia nel girone di qualificazione (0 a 0 con l’Ecuador, 2 a 2 col Brasile, 3 a 3 col Venezuela, venendo ripescata come una tra le migliori terze classificate), sia nei quarti (0 a 0 col Brasile, poi superato 2 a 0 ai rigori), sia in semifinale (0 a 0 col Venezuela, battuto, infine, ai rigori per 5 a 3). Un risultato per molti versi sconcertante, perché premia oltre i suoi meriti una squadra “catenacciara” e modesta, baciata dalla buona sorte e favorita dall’insipienza degli avversari, più che dalle proprie qualità tecniche (per molti versi, il Paraguay ricorda la Grecia che nel 2004 vinse a sorpresa il Campionato europeo).

Riteniamo che il ricorso alla “lotteria dei rigori” faccia sicuramente aumentare l’audience televisiva, ma rappresenti il De profundis del calcio sul piano dello spettacolo, perché induce le squadre, soprattutto quelle timorose di perdere, a puntare su una tattica attendista e ostruzionistica, sperando poi di vincere grazie ai penalty: in conseguenza di ciò, si tira poco in porta, si commettono molti falli e si scatenano continue mischie a centrocampo, con scontri spesso duri, e il divertimento è assente. In tutte le maggiori competizioni internazionali calcistiche, ormai, la tattica prevale sulla tecnica e raramente si assiste a qualche sfida “epica”. Solo il Barcellona e, in misura minore, la nazionale spagnola riescono, attualmente, a esprimere un calcio di qualità superiore, con trame di gioco elaborate e continue conclusioni verso la porta avversaria.

Si dovrebbero, pertanto, cambiare i regolamenti e introdurre nuove norme, finalizzate a invogliare chi gioca a cercare di vincere segnando molti gol: ad esempio, facendo passare il turno, in caso di scontro a eliminazione diretta, alla squadra che, in caso di pareggio dopo i supplementari, abbia conquistato negli incontri precedenti più punti, oppure abbia la migliore differenza reti complessiva, o abbia realizzato più gol. Non crediamo, tuttavia, che l’attuale dirigenza della Fifa introdurrà mai regole simili, perché la “meritocrazia” non si sposa con il football “commerciale” che piace tanto a chi ottiene lauti profitti grazie ai diritti televisivi acquisiti dalle pay tv. Queste ultime, infatti, hanno tutto l’interesse a mandare in onda un avvenimento sportivo che duri più di tre ore e si concluda con l’appendice “thriller” dei “tiri di rigore”, perché così aumentano gli introiti pubblicitari!

Guardando le immagini delle partite più significative degli anni Settanta, Ottanta e dei primi anni Novanta, e confrontandole con quelle dell’ultimo quindicennio, si può comprendere come il “gioco più bello del mondo” sia totalmente cambiato, diventando uno sport ripetitivo e con poche emozioni, infarcito di falli, proteste, simulazioni, pressing stressante, interruzioni pubblicitarie, stucchevoli commenti, ossessivi replay e asfissianti moviole. A discapito di chi lo ha sempre considerato soprattutto un gioioso passatempo e una palestra di vita per i giovani. Oggi, invece, il calcio è diventato soprattutto un grosso business, che non tiene conto né della deontologia (vedi i continui scandali), né del diletto di chi assiste alle partite.

Le immagini: alcuni highlights della finale Uruguay-Paraguay.

Giuseppe Licandro

(LucidaMente, anno VI, n. 68, agosto 2011)

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4 Comments

  • Dear Prof. Licandro, nonche` caro nipote, I AM SO PROUD OF YOU!!!!
    Love.
    Zia Silvana

  • BRAVO, OTTIME NOTAZIONI, MA DOVREMMO ANDARE ANCORA OLTRE X FAR DIVENTARE BELLO UN GIOCO CHE NON LO E’ AFFATTO, SE NON IN INGHILTERRA, OLANDA E PERSINO UN PO’ IN GERMANIA.

  • Premetto che in questo articolo ci sono svariati argomenti di discussione: lo strapotere delle televisioni, i regolamenti obsoleti che una Fifa conservatrice si ostina a mantenere e soprattutto il caso più unico che raro di una squadra, il Paraguay, a cui non hanno ancora spiegato cosa sia il calcio e che però si presenta in una finale di Coppa America. Tutti punti su cui riflettere, ma vorrei focalizzare l’attenzione in particolar modo sull’esempio “Barcellona” e più in generale sulla necessità di tornare a GIOCARE a calcio. Essendo irrimediabilmente innamorato di questo gioco non posso che stare male nel vedere che la maggior parte delle squadre nel panorama calcistico mondiale privilegia la fisicità, l’aggressività e la tenuta atletica. Sia chiaro, sono tutte componenti che nel calcio moderno devono essere necessariamente sviluppate, ma senza dimenticare l’importanza della tecnica di base. E sembrano non essersene dimenticati appunto in quel di Barcellona, dove si attua da anni un nuovo metodo di allenamento. Partendo dai ragazzini, la famosa “Cantera”, si lavora unendo parte tecnica e atletica, ovvero qualsiasi esercizio atletico viene eseguito con la palla, di modo che nel giocatore si instauri l’automatismo di conduzione della palla in qualsiasi situazione di gioco e ciò che ne deriva è un miglioramento sia fisico che tecnico. Inoltre si insegna alle giovanili un metodo di gioco simile a quello delle prima squadra così da essere già pronti per un futuro approdo tra i “grandi”. Eh sì… perché qui puntano davvero sul settore giovanile e non a caso vengono fuori i vari Messi, Xavi, Iniesta, Fabregas, Bojan e via dicendo. Per trovare l’ultimo talento coltivato da una grande del nostro calcio bisogna tornare indietro a Paolo Maldini, mi sa! Ora, è retorico e ridondante, ma quello che bisogna fare è avvicinarsi a questa mentalità… altrimenti continueremo a vedere il Napoli (terzo in campionato l’anno scorso) perdere 5 a 0 con lo stesso Barcellona, la Roma uscire dall’Europa League con Slovan Bratislava ed il Palermo con il Thun… può bastare?

    Simone Picciotto

    • Grazie Simone per il tuo competente commento. Condivido appieno le tue argomentazioni. E… viva il Barcellona!