IL LABORATORIO|31 luglio 2011 13:00

Più crisi economica, meno diritti per i lavoratori

Il terzo Rapporto globale dell’Ilo denuncia un incremento delle discriminazioni: non specializzati, migranti, laureati in cerca di primo impiego i più colpiti

Aumenta la discriminazione sul lavoro, un fenomeno costante e multiforme, particolarmente preoccupante per l’accesso all’occupazione. Cresce notevolmente la percentuale di lavoratori vulnerabili alla povertà, dunque si capovolge la tendenza positiva registrata negli ultimi anni. La discriminazione è sempre più diversificata, e diventa la regola, non l’eccezione.

Sono queste le tendenze confermate dagli organismi per la promozione dell’uguaglianza, che registrano un numero crescente di denunce per casi di disparità nel lavoro. La crisi economica e finanziaria mondiale, con l’ineluttabile conseguenza di una grave caduta dell’occupazione, caratterizza, infatti, lo scenario sociale delineato nel terzo Rapporto globale sulla discriminazione dell’llo (International Labour Organization), agenzia specializzata dell’Onu, col compito di promuovere la giustizia sociale e i diritti umani, in particolare quelli riguardanti il lavoro.

Nei periodi di crisi la discriminazione diretta o indiretta alimenta la disuguaglianza, l’insicurezza e il pericolo di esclusione. I comportamenti sono influenzati, diviene più difficile rafforzare le politiche e la legislazione contro le disparità. È bene sottolineare che quest’ultima è la conseguenza delle azioni dei datori di lavoro, della normativa e della prassi nazionale, di fattori socio-culturali e delle diverse percezioni delle cause delle difficoltà economiche e sociali. Il nesso fra discriminazione e instabilità sociale è particolarmente rilevante in un periodo di avversità economica.

Le diverse economie e i vari settori produttivi sono stati colpiti in maniera differente. I lavoratori che godono di relazioni d’impiego stabili sono meno vulnerabili alla crisi, rispetto a coloro che hanno un’occupazione temporanea o precaria. Il rischio è particolarmente elevato per i lavoratori non specializzati, i migranti e gli impiegati, compresi i laureati alla ricerca del loro primo impiego.

In numerosi Paesi l’occupazione femminile ha sofferto duramente dell’impatto della crisi sui settori d’esportazione. Le crisi precedenti avevano avuto degli effetti analoghi sull’occupazione e sul reddito delle donne, al punto da condurle in molti casi fra le fila dell’economia informale. Nonostante ciò, l’occupazione femminile nei Paesi con economie di mercato avanzate non ha subito un impatto eccessivo tale da essere attribuito a un aumento della discriminazione. È troppo presto per trarre delle conclusioni dai dati disponibili sui divari salariali, ma le tendenze che emergono appaiono contraddittorie. È chiaro che le soluzioni istituzionali, come i meccanismi di garanzia sulla parità di retribuzioni, sono utili, almeno per le lavoratrici il cui impiego non è minacciato nell’immediato.

Le misure che sono state adottate per mitigare gli effetti della crisi, in particolare i piani d’austerità, in alcuni casi hanno indirettamente e involontariamente contribuito ad accrescere la discriminazione contro alcune categorie di lavoratori. Di fronte alla mancata crescita e alla disoccupazione, questioni naturalmente ritenute prioritarie, la disparità rischia di cadere in secondo piano rispetto a politiche economiche e occupazionali di breve periodo o a decisioni di bilancio, in grado di avere delle ripercussioni sulle istituzioni pubbliche e private che si occupano di discriminazione.

In numerosi Paesi in via di sviluppo, i trasferimenti sociali garantiscono un sostegno al reddito delle famiglie povere a condizione che i figli frequentino la scuola e, insieme ai genitori, si rechino presso i centri sanitari. Tuttavia, queste misure avranno un impatto limitato sulla riduzione della povertà, qualora non siano affrontati anche fattori di vulnerabilità economica come la discriminazione etnica, razziale e di genere.

Sarà possibile ottenere una crescita più sostenibile con società più giuste, solo ponendo il diritto fondamentale di tutte le persone alla non discriminazione in materia di impiego e di professione al centro delle politiche di ripresa e della lotta alla povertà. Per garantire tutto ciò saranno necessari e indispensabili lo sviluppo della legislazione, il rafforzamento delle istituzioni, la sensibilizzazione, l’azione volontaria delle parti sociali e il cambiamento nei comportamenti attraverso l’istruzione.

Le immagini: foto gentilmente concesse dall’Ilo.

Francesco Fravolini

(LucidaMente, anno VI, n. 68, agosto 2011)

Print Friendly

No Comments