Il lento, triste disorientamento del mondo “globale”

Smarrimento spirituale e crisi della democrazia: il Manifesto antimoderno (Rubbettino Editore) di Luigi Iannone

«Nella dimensione pubblica della massa si è costituita progressivamente la cifra della modernità. Ed è sufficiente insistere su un punto: siamo automi che hanno poco da invidiare alle descrizioni orwelliane, saldati da poche idee in comune che però rendono possibile una determinata concezione della natura, della vita e dell’economia, sufficienti per farci stare a posto con la coscienza. Fino al 1989 si erano contrapposte due visioni del mondo che sembravano alternative, ora ci siamo accorti che non è caduto il muro ma solo qualche consonante. Il Grande Fratello comunista si è geneticamente modificato nel Grande Fratello consumista che vive e lotta insieme a noi. Tutto diventa simile e sovrapponibile, come il rapporto che intercorre tra progresso e nichilismo; tra fondamentalismo religioso e scontro di civiltà; tra campagna e città, punto di partenza e di approdo di ogni società».
(da Luigi Iannone, Manifesto antimoderno, Introduzione di Marcello Veneziani, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2010, p. 110)
 
Cadute miseramente – per esaurimento, consunzione o completo fallimento – le costruzioni idealistiche genericamente progressiste o di tipo marxista, si è, fortunatamente, esaurita la lunga fase della “conventio ad excludendum” del pensiero “di destra”, un tempo falsamente identificato con il rozzo rimpianto mussoliniano o un aggressivo neonazismo.
In realtà la cultura “di destra” – è d’obbligo usare le virgolette perché molto vi sarebbe da disquisire sul come definire tale area culturale – è molto variegata e comprende scrittori e pensatori per loro natura refrattari a ogni etichettatura e persino collegamenti con esponenti dello stesso gruppo, visto che, in ultima analisi, la loro caratteristica è quella di essere anarcoidi. Per fare qualche esempio: Nietzsche, Evola, Cioran, Eliade, Hamsun, Céline, Drieu La Rochelle, Malaparte, Giono, Pound, Jünger, Mishima… e tanti altri “gaglioffi” irriducibili a facili schematismi.
E, soprattutto, refrattari alla “norma” e ben più “antisistema” di tanti sinistrorsi.
 
Un libro colto
E del tutto “antisistema”, fin dal titolo, appare il Manifesto antimoderno (Introduzione di Marcello Veneziani, Rubbettino, pp. 176, € 14,00) di Luigi Iannone.
Innanzi tutto, un elogio obbligato va alla casa editrice per l’ottima veste grafica e, ancor più, all’autore per la scrittura densa e prova di smagliature o parti “deboli”, nonché per i contenuti coltissimi (continui sono i riferimenti non solo alla filosofia e alla sociologia, ma anche all’arte, alla letteratura, al cinema, con numerosissime citazioni a molteplici altri autori, oltre ai “classici di destra” ricordati all’inizio: Augé, Baudrillard, Bauman, Bergman, Castoridias, DeLillo, Dostoevskij, Galimberti, Hesse, Hillman, Huxley, Kafka, Kundera, Lyotard, Musil, Ortega y Gasset, Schmitt, Severino, Tolkien, Weil, ecc.)
I contenuti del libro, inoltre, oltre che sapienti, sono sempre tutt’altro che scontati, anzi spesso originali e sorprendenti nel pervenire a una critica della contemporaneità secondo ottiche e punti di vista davvero inconsueti rispetto ai soliti sociologismi e alle ripetitive banalità alle quali siamo abituati.
 
Una contestazione del conformismo moderno
Il tema centrale dell’opera è la critica della modernità e, soprattutto, del conformismo che non ci permette di vedere la realtà, vale a dire, in parole semplicissime, che le cose non stanno andando tanto bene e che l’idea che il presente sia sempre meglio del passato, così come il futuro lo sarà del presente, è un’emerita sciocchezza.
Il libro si articola in quattro capitoli: «Il disagio della realtà», «La morte della bellezza», «Tempo e storia», «Sulla tecnica».
In sintesi, il primo tratta dei costumi e delle mode contemporanei e, insieme, mette in rilievo il senso di disagio e di avvilimento, la depressione, che accompagnano l’uomo occidentale odierno. Il secondo denuncia la perdita del sacro, il decadimento dell’arte, la distruzione della natura, in una parola la perdita complessiva della bellezza nel mondo attuale. Il terzo capitolo è incentrato sul disvelamento della crisi della politica e dell’istituto democratico. L’ultima parte punta il dito sulla tirannia della tecnica nella nostra società e sul lavoro precario e alienante che oggi occupa la maggior parte della vita degli esseri umani.
 
Ciò che abbiamo perso con la “modernità” e la “globalizzazione”: la tirannia della sfera economica
Si chiede Iannone:
«Come si fa a rimodulare una produzione di senso in una prospettiva globale, in una società pluralizzata ma omologante, sorretta da un esclusivo principio economico?».
In un mondo dominato dal profitto e dalla mentalità capitalista, appare ovvio che siano spariti principi e valori quali il Sacro, la Terra, la Natura, lo Spirito, l’Armonia, l’Onore, la Virilità, la Bellezza, l’Autorità, l’Amicizia, la Fedeltà, l’Onestà, la Lealtà…
E, in un mondo ingannato dalla “globalizzazione:
«Scompaiono, così, sotto la pressione delle oligarchie tecnocratiche, lingua e memorie condivise, cultura e tradizioni, mentre proprio in un momento come questo dovremmo sentirci più sicuri e inseriti in un contesto avvolgente, familiare. La globalizzazione è, invece, annichilente perché ha unito il mondo partendo dal mercato e il modello occidentale è la chiave di volta di un processo di omologazione che tende inesorabilmente all’annullamento delle specificità differenziate: stessa geografia urbana e infrastrutture, stessi bisogni (la stessa macchina, gli stessi film, eccetera), la stessa lingua, stessi sistemi educativi, stessi difetti, tanto che è quasi illogico discettare contro di essa visto che è il sistema all’interno del quale ognuno di noi vive».
E, ancora sui guasti della globalizzazione:
«La conseguenza più grave della globalizzazione è la scomparsa dello spazio pubblico […] oramai assistiamo, quasi inermi, a una disaffezione generalizzata verso l’istituto democratico, al ritorno a forme più o meno moderne di populismo, al ridimensionamento delle funzioni parlamentari, alla personalizzazione della politica, alla crisi dei partiti e della loro capacità rappresentativa. […] si sta creando una frattura insanabile tra le istituzioni democratiche e il cittadino, che va ben oltre una riformulazione dell’istituto del voto. […] Quella che ci ostiniamo a chiamare opinione pubblica è solo un magma indistinto tenuto in piedi dagli anabolizzanti del consumismo».
 
L’illusione, anzi l’inganno “democratico”
Entriamo così nelle pagine più “attuali” e limpide del libro di Iannone, quelle riguardanti la crisi della democrazia occidentale, ormai poco più di un ingannevole simulacro.
Il Manifesto antimoderno denuncia «il depotenziamento della democrazia perché ciò che interessa è una società di apolidi, dove le funzioni del popolo sovrano possono essere ridotte e limitate progressivamente alla funzione elettorale». Una «democrazia che, nei decenni, ha subito non poche mutazioni ed è forse un istituto incapace di autoriformarsi seriamente. […] è evidente che siamo ancora lontani dal poter definire tali le democrazie occidentali, spesso centri di un potere oligarchico e autoreferenziale. E non bastano le pur utili iniziative referendarie o la mobilitazione dei cittadini se non vi è al contempo la necessaria traducibilità in termini di concretezza legislativa. Per ora, il potere dei cittadini sembra legittimarsi solo attraverso l’esercizio del voto e il progressivo allontanamento dalla vita pubblica ha toccato, in taluni casi, livelli di guardia».
Il saggista coglie nei “sistemi democratici” lampanti contraddizioni, che vediamo di continuo e vicinissime a noi:
«Più la società moderna ha progressivamente inneggiato al pacifismo e si è ritenuta la guerra in atto criminale (nessun governo ammette di fare una guerra ma si dichiara pronto a difendere un alleato da un’aggressione; abbattere una tirannia; esportare la democrazia; eccetera), più si sono investite risorse in tecnologia militare e addestramento».
 
Una resistenza cosciente, delle coscienze
Di fronte agli sfaceli della contemporaneità, che riguardano non solo la sfera del pubblico (l’economia, la politica, la società), ma soprattutto quella del privato (l’interiorità, la spiritualità, la religiosità), non vi è molto da fare, e ridicolo sarebbe il rimpianto dei “bei vecchi tempi andati”.
Resta la resistenza cosciente, l’arma dello spirito provocatorio per condizionare chi ci sta vicino, il nostro ambiente.
Essere testimoni e libri viventi, quasi alla maniera dei personaggi di Fahrenheit 451, tenere un diario, come il Winston Smith di 1984, preservare una fiammella, in attesa che qualcosa accada…
 
L’immagine: la copertina del Manifesto antimoderno (Rubbettino) di Luigi Iannone.
 
Rino Tripodi
 
(LM EXTRA n. 24, 16 maggio 2011, supplemento a LucidaMente, anno VI, n. 65, maggio 2011)
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