IL PIACERE DELLA CULTURA|15 agosto 2011 17:16

Quando una festa della donna reca prosperità al marito e alla famiglia

In Nepal si svolge ogni anno il Festival del Teej, tra digiuni, canti religiosi e offerte al dio Shiva

Donne nepalesi in fila per la benedizione durante il Festival del Teej

Tra la fine di agosto e l’inizio di settembre, donne nepalesi di tutte le estrazioni sociali, sposate o nubili, purché abbiano raggiunto la pubertà, partecipano all’annuale Festival del Teej. Pregano il dio Shiva, affinché possano avere un matrimonio felice e duraturo, possano trovare un buon marito, definito dalle ragazze più giovani “l’uomo dei sogni”, che le ami e le rispetti.

È anche un’occasione per manifestare contro la condizione di inferiorità nella quale versa ancora la donna nella cultura induista e rivendicare i propri diritti, ancora troppo spesso violati proprio all’interno delle mura domestiche.

Piatti con le offerte durante il Festival del Teej

Secondo i libri sacri per l’induismo, per conquistare il dio Shiva, la dea Parbati ha digiunato e pregato per tre giorni, affinché diventasse suo sposo. Colpito dalla sua devozione, Shiva decise di sposarla. In segno di gratitudine la dea inviò un suo emissario a predicare e diffondere questo digiuno religioso tra le donne mortali, promettendo loro prosperità e longevità per le famiglie, in particolare per il marito. Nasce così il Festival del Teej. Per questo Shiva rappresenta tutti gli uomini nepalesi, mentre Parbati le donne che pregano per il benessere del matrimonio, per il marito e, oltre che per la purificazione del proprio corpo e della propria anima, per ottenere maggiore rispetto sia per il proprio genere, sia come mogli.

Tempio di Patan, seconda città della valle di Kathmandu

Per tre giorni le donne digiunano dall’alba al tramonto, alcune seguono rigorosamente i dogmi tradizionali, altre assumono frutta e acqua anche durante la giornata. Solo al calar del sole possono mangiare. Tale astensione provoca malori durante le varie cerimonie, nelle quali esse devono sostenere ore e ore di fila per recarsi a portare le varie offerte al dio. Le celebrazioni più sontuose avvengono nel tempio di Pashupatinath, il più sacro tra i luoghi di culto indù in Nepal, a Bhaktapur, terza città della Valle di Kathmandu, dove si cremavano i corpi anche dei defunti della famiglia reale le cui ceneri venivano poi sparse nel fiume Bagmati.

Donna nepalese che fila

File interminabili di donne nepalesi stanno fuori, attorno e dentro ai templi di Shiva, dove si recano con offerte di frutta, fiori, riso, dolci e monete per il dio. Rigorosamente vestite di rosso, adornate di gioielli, aspettano il loro turno per la benedizione. È un festival di colori, profumi e sorrisi, tutto al femminile, interrotto qua e là dalla presenza dei brahmini, membri della casta sacerdotale, presenti per la consacrazione delle offerte. Queste vengono donate soprattutto durante il secondo giorno di digiuno, il puja, quando coloro che si recano a Pashupatinath camminano attorno al lingam, simbolo fallico del dio, in segno di buon auspicio. Durante il primo giorno di Teej, chiamato Dar Khane Din, le donne si riuniscono in un unico luogo, ballano e intonano canti sacri. Il terzo giorno, Panchami Rishi, invece, rendono omaggio a varie divinità, facendo il bagno nel fango rosso trovato sulle radici del Datiwan, pianta sacra nepalese. Questo è l’atto conclusivo del festival, con il quale si possono considerare assolte da ogni peccato.

Tempio indu di Pashupatinath, a Bhaktapur

Uno scontro tra tradizione e modernità, al cui interno da un lato emerge una donna ancora sottomessa al marito, spesso costretta a sposare un uomo sconosciuto e imposto dalla famiglia, mentre dall’altro cominciano ad affiorare timide rivendicazioni di maggiori diritti, libertà e potere del gentil sesso, che non solo si augura di poter trovare uno sposo che lo rispetti, ma spera in una emancipazione della condizione femminile.

Le immagini: foto di Alessandro Sensini.

Francesca Gavio

(LM MAGAZINE n. 18, 22 agosto 2011, supplemento a LucidaMente, anno VI, n. 68, agosto 2011)

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