IL PIACERE DELLA CULTURA, LIBRI, STORIA|20 agosto 2011 18:00

Quegli otto “eroi” liberalsocialisti della laicità italiana

Le figure di Napoleone Colajanni, Gaetano Salvemini, Piero Gobetti, Carlo Rosselli, Aldo Capitini, Piero Calamandrei, Guido Calogero e Norberto Bobbio delineate in “Intellettuali laici nel ’900 italiano” (Vincenzo Grasso editore) di Nunzio Dell’Erba

Che l’Italia sia una nazione con un forte deficit di laicità crediamo sia lapalissiano. Inutile ricordare l’invadenza della Chiesa cattolica e, più in generale, la carenza di un’area di pensiero pragmatica e libera da pregiudizi ideologici e post ideologici. Fortunatamente, qualche studioso talvolta ricorda alcune figure di area laica, tanto più apprezzabili in quanto il loro percorso umano, intellettuale e soprattutto politico non è stato certo agevole.

Molto gradito e opportuno, pertanto, risulta il saggio di Nunzio Dell’Erba, docente presso la facoltà di Scienze politiche di Torino, Intellettuali laici nel ’900 italiano (Vincenzo Grasso editore, pp. 276, € 24,00). Sono otto le figure analizzate, e si tratta senz’altro, pur nella loro diversità, di pensatori di grandissimo spessore. In ordine cronologico, esse sono: Napoleone Colajanni, Gaetano Salvemini, Piero Gobetti, Carlo Rosselli, Aldo Capitini, Piero Calamandrei, Guido Calogero e Norberto Bobbio.

L’intento dell’autore, oltre che di fornire un ritratto delle vite e del pensiero degli otto straordinari personaggi, è anche quello di evidenziarne l’area politica comune, vale a dire la democrazia laica tra liberalismo e socialismo.

Per gentile concessione dell’autore, ne pubblichiamo la sua Introduzione.

I capitoli di questo libro riguardano otto intellettuali, che nel corso del XX secolo hanno rappresentato la cultura laica del nostro Paese. Essi ripercorrono l’itinerario biografico di alcuni scrittori, la cui attività culturale e politica si colloca nel Novecento, considerato comunemente il secolo più tragico della storia umana per i terribili eventi delle due guerre mondiali, dei totalitarismi moderni e dei rivolgimenti sociali provocati dal colonialismo e dal terrorismo internazionale.

Ho creduto opportuno disporre le varie biografie secondo un ordine cronologico, sia per dare un assetto unitario al libro sia per seguire l’evoluzione storica degli otto intellettuali, che a mio avviso esprimono la cultura laica più dinamica del Novecento. Quanto alla struttura della ricerca si può rilevare come il carattere unitario dei racconti autobiografici – certamente non esaustiva sul piano della vicenda culturale dei personaggi – può essere colta nella loro collocazione in un’area politica ben definita di democrazia laica, che sta tra liberalismo e socialismo.

Il volume si apre con la figura di Napoleone Colajanni, di cui è inquadrata l’attività politica che egli svolse nel primo ventennio del Novecento. Fiero oppositore del «giolittismo», egli si distingue per un meridionalismo laico, simile per molti aspetti a quello del cattolico Luigi Sturzo, ma critico verso la linea del Partito socialista, che con tacito accordo privilegia la classe operaia del triangolo industriale a detrimento dei ceti contadini del Sud. Gli aspetti nodali del suo programma politico sono colti nella difesa del protezionismo e nella condanna del colonialismo, l’uno indispensabile per rilanciare l’economia meridionale e l’altro responsabile di sperperare il denaro pubblico nella corsa alle spese militari. Seppure contrario alla guerra di Libia, Colajanni appoggia l’interventismo durante il Primo conflitto mondiale proprio per completare l’Unità italiana e realizzare una democrazia più compiuta. Le sue scelte politiche negli ultimi anni di vita sono condizionate in larga misura dalla denuncia del militarismo e dall’adesione al «Fascio parlamentare di difesa nazionale», che alla fine del 1917 costituisce l’unione dei deputati interventisti sull’onda del disastro di Caporetto e della «vittoria mutilata». Il rifiuto del «bolscevismo dissolvitore» spinge Colajanni a una ferma polemica contro i partiti della Sinistra italiana, accusati di guardare con simpatia all’esperienza comunista e di nutrire un’avversione pregiudiziale al nascente movimento fascista. Il giudizio positivo del fascismo come «argine» al «terrore rosso e all’anarchia serpeggiante nel Paese» porta il deputato repubblicano a una valutazione storica, che è interrotta dalla sua morte sopraggiunta nel settembre 1921.

Su questo aspetto una visione quasi identica si ritrova nei giudizi di Gaetano Salvemini, che considera la «rivoluzione» fascista alla stregua di Colajanni come un fenomeno transeunte, destinato cioè a scomparire dopo la sconfitta del bolscevismo antinazionale. I giudizi elogiativi su Mussolini e la critica alla leadership socialista sono dettati da schemi concettuali elaborati nell’età giolittiana, ma ben presto superati per la comprensione della reazione fascista alle esigenze della democrazia sociale. Il discorso sul fascismo è strettamente associato alla questione della democrazia, che deve misurarsi con la lezione storica per rimuovere le cause che ne hanno favorito il successo lungo un percorso di rinnovata coscienza dei cittadini all’amore per la libertà e al bene comune.

Al pari di Salvemini anche Piero Gobetti imposta la riflessione politica sulla concretezza del processo storico, riprendendo le sue conclusioni sulla democrazia liberale e sullo Stato inteso come risultato dell’attività cosciente dei cittadini. L’elemento volontaristico porta il giovane intellettuale all’opzione federalista, ossia a uno Stato strutturato su una ampia convergenza di autonomie, che superi i limiti della politica e delle sue periodiche crisi storiche quali si sono manifestate nel «giolittismo» e nel fascismo. La sua visione della libertà come espressione di autonome manifestazioni politiche confluisce nella formula della Rivoluzione liberale che Gobetti utilizza per denunciare i ritardi storici dello Stato unitario e per proporre il rinnovamento politico tramite il ricambio costante della classe dirigente. L’esigenza di un nuovo liberalismo, motivata da un’istanza di carattere storico e improntata ad un senso della responsabilità, deve trarre alimento dalla Riforma protestante, proposta come il passaggio fondamentale per affermare una concezione democratica dello Stato.

Come intellettuale laico del Novecento, anche Carlo Rosselli s’interroga sul significato storico della democrazia e delle forme con le quali essa può essere realizzata. La sua riflessione politica, che sfocia in un’interpretazione nuova del socialismo per la sua coniugazione con il metodo liberale, pone le basi di un socialismo democratico alternativo al marxismo. Essa si sostanzia in un progettodemocratico per l’Italia postfascista e trova un fondamentoteorico nel suo famoso saggio Socialismo liberale (1930). Assuntocome programma ideale del movimento di «Giustizia e Libertà», ilvolumetto non è ben accolto negli ambienti della Sinistra europeaper le critiche del Pci e per la proposta avanzata d’un rinnovamentodei partiti antifascisti. Il nuovo movimento, invece, radicalizza lalotta antifascista e critica la fiducia dei comunisti nelle masse, ritenendoopportuna l’azione di minoranze attive in grado di sconfiggerefascismo e nazismo. L’indirizzo impresso da Rosselli al movimentogiellista non ha alcun successo e si conclude con la suatragica morte prima di assistere al crollo dei totalitarismi europei aseguito di una guerra mondiale lunga e catastrofica. Rimane la suaproposta politica incentrata sull’istanza liberale e sulla giustizia socialeper creare nuovi istituti di rappresentanza politica.

Aldo Capitini, protagonista della vita culturale antifascista, svolge un’intensa attività sociale, che – oltre a ispirarsi ai valori pedagogico-religiosi – si propone di conciliare i principi di libertà e giustizia sociale con nuovi concetti come «nonviolenza» e «noncollaborazione». La sua riflessione confluisce in una tensione religiosa, ma non si chiude in un atteggiamento contemplativo, aprendosi a un impegno pratico finalizzato a cogliere le incongruenze di specifiche situazioni storiche. Dalla giovanile formazione letteraria, intrisa di motivi esistenziali, Capitini perviene a una visione liberaldemocratica impostata sul messaggio pacifista di Gandhi e sulla filosofia morale di Kant. Da questi pensatori egli trae il concetto di«nonviolenza» e di «aggiunta» ad integrazione del metodo dialetticomarxiano, volto a valutarne positivamente il dinamismo storico,ma diretto anche a rilevarne i limiti proprio nell’assenza di un afflatoreligioso e di un progetto educativo. Il pacifismo religioso di Capitini,dopo la caduta del fascismo e la fine del secondo conflittomondiale, si arricchisce per le sue considerazioni sull’«omnicrazia».Questa, intesa come partecipazione di tutti al potere, trova nell’impegnopolitico diretto un suo peculiare significato, che diventa cosìil motivo centrale della sua proposta religiosa.

Nel suo sviluppo storico l’itinerario culturale di Capitini si differenzia da quello di Guido Calogero: l’aspetto di distinzione, su cui si può porre l’accento, riguarda l’enunciazione di una nuova religiosità, intesa come apertura al dialogo e all’incontro degli uomini in una convivenza pacifica e armonica. Il tema del dialogo è posto così nella dimensione culturale della democrazia, che – oltre a vivificare l’impegno per la libertà – è arricchito da una concezione liberalsocialista, di cui anche Piero Calamandrei condivide l’aspirazione etica e la funzione politica svolte in direzione di un profondo rinnovamento sociale. Nel solco del movimento resistenziale egli interviene sulle questioni politiche lasciate insolute dalla dittatura fascista per ricostruire un sistema democratico libero da ogni forma di oppressione e armonicamente rivolto alle più avanzate democrazie occidentali.

Sul ruolo di Norberto Bobbio come intellettuale laico, la sua riflessione culturale sviluppa il nesso fra politica e cultura, ponendo precisi interrogativi sul ruolo dell’intellettuale e pervenendo alla conclusione che l’uomo di cultura non deve stare in disparte, ma deve suscitare istanze etiche vincolate al dovere di cittadinanza. La sua riflessione, che giunge a maturazione negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, si consolida nel periodo compreso tra la pubblicazione di Politica e cultura (1955) e la stesura della voce Intellettuali (1978), sollevando un rapporto problematico con la cultura marxista e il confronto con quella liberale. La sconfitta del Partito d’Azione e il suo fallimento politico vanificano in parte la ricerca di una «terza forza», ma non spengono la passione etica e il ruolo intellettuale di sparute minoranze, che – come ha ricordato più volte Bobbio – devono essere riconosciute per il loro spirito di sacrificio e per la tenacia con cui hanno difeso la libertà contro il dispotismo politico, la tolleranza contro la sopraffazione e l’unità del genere umano contro le divisioni delle razze, delle classi e delle patrie.

(Nunzio Dell’Erba, Introduzione a Intellettuali laici nel ’900 italiano, Vincenzo Grasso editore, pp. 7-11)

Le immagini: copertina del libro di Nunzio Dell’Erba e foto dell’autore.

Rino Tripodi

(LM MAGAZINE n. 18, 22 agosto 2011, supplemento a LucidaMente, anno VI, n. 68, agosto 2011)

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