Tra provocazioni culturali contro il consumismo e reale, completa, desacralizzazione della nostra società. Intanto, i presepi vengono proibiti, vandalizzati o distrutti e la parola “Gesù” non può essere pronunciata nei canti natalizi… Verso una società materialista e postcristiana
Le provocazioni e i paradossi, oltre che spesso divertenti, possono essere utili se servono a denunciare una contraddizione del nostro mondo. Ad esempio, nel 1918 il corrosivo Giovanni Papini scrisse Chiudiamo le scuole. Il breve libello intendeva denunciare l’educazione scolastica che soffoca la libertà, la creatività, la vitalità dei giovani.
Con un bel po’ di anticipo sul sociologo Erving Goffman, lo scrittore fiorentino aveva intuito la pericolosità delle “istituzioni totali” (1961) come carceri, ospedali, manicomi, caserme, monasteri, collegi, e pure scuole, dove l’individuo è sottoposto a meccanismi di omologazione e controllo totalizzante.
La provocazione de ilPost
Pertanto, prendiamo come una provocazione anche l’articolo (un po’ snob e radical chic) Buoni motivi per abolire il Natale, uscito lo scorso 16 dicembre su ilPost. In realtà, si tratta della riproposizione del capitolo «Contro il Natale» dell’ottavo numero (intitolato A Natale tutti insieme) della rivista cartacea de ilPost Cose spiegate bene, uscita a dicembre di due anni fa.
L’articolo intende essere soprattutto una critica del frenetico consumismo delle festività natalizie: cibo gettato nella spazzatura, spreco di energia elettrica e non solo, regali inutili o proprio sgraditi, una marea di imballaggi, indebitamento delle famiglie per regali, cenoni, viaggi. Per non dire dello stress, dei rapporti umani falsati, ecc.
Si tratta di un punto di vista laico/ateo, “green”, anticonsumista, e le critiche sono certamente condivisibili. Quello che turba è che sembra si voglia – letteralmente – “buttare il bambino con l’acqua sporca”. E, in questo caso, il bimbo è il bambinello, Gesù di Nazareth. Possibile che non passi nemmeno per un attimo per la mente che Natale non è – o non dovrebbe essere – occupato dai pagani alberi di Natale e Santa Klaus (reso popolare dalla Coca-Cola negli anni Trenta dello scorso secolo), mangiate aberranti, spreco consumistico, ma una ricorrenza cristiana? Il consumismo è un corollario indegno del santo Natale e non il contrario (nascita del Salvatore sullo sfondo di orge di cibo, schiamazzi e imbecillità varie).
Indifferenza o, addirittura, ignoranza, completo oblìo?
Siamo pronti per l’estinzione religiosa, culturale e non solo
Chiarisco. Sono ateo/agnostico, ma provo una certa pena nel leggere l’articolo e soprattutto i relativi commenti postati su Facebook! Ormai ci si è dimenticati che il Natale è il massimo e centrale evento cristiano. E anche per chi non ha la fede, non crede alla natura divina di Gesù e al suo messaggio salvifico, il cristianesimo è, con la cultura della Grecia classica, di Roma antica, del Rinascimento, la base della civiltà occidentale e di quei princìpi di libertà, bellezza, democrazia, diritto, umanesimo ecc., che sono quanto di meglio ha espresso la specie dell’homo sapiens.
Arte, architettura, musica, letteratura, filosofia, così come sono, hanno alla loro base il cristianesimo. Questo vale anche per chi non crede in tale religione: basti leggere il celebre saggio del 1942 di Benedetto Croce Perché non possiamo non dirci “cristiani”. (Per non cadere nello zuccheroso, lasciamo perdere il calore, gli affetti, i sentimenti che comunque accompagnavano le festività natalizie, essenzialmente di ambito famigliare e parentale).
Si è giunti all’autodisprezzo, all’oicofobia, e quindi si è pronti per la sottomissione sia al materialismo di stampo neoliberista o materialista, sia a chi vela le donne, non riconosce la laicità dello stato, è sessuofobico, autoritario, ecc. ecc.
L’aspetto più inquietante è che in Occidente l’indifferenza religiosa non riguarda solo una cerchia di intellettuali atei, ma le masse. E, pertanto, non si tratta di un ateismo ragionato e motivato [leggi La risposta (giusta ma improponibile) dell’ateismo], per cui alla religione tradizionale si sostituisce un alto pensiero filosofico, un progetto umanista o un’altra spiritualità, ma di bieca ignoranza, soprattutto tra i giovani.
Presepi vietati, stravolti o distrutti
La prova è costituita da decine di fatti di cronaca riguardanti i canti di Natale, i presepi, le tradizioni natalizie. Nei loro confronti l’analfabetismo di massa, il politicamente corretto, la cancel culture e il wokeismo si palesano con varie modalità:
- Ignoranza completa (anche culturale) verso la storia di Gesù e del Natale;
- Indifferenza;
- Disprezzo;
- Ostracismo (i presepi e i canti natalizi vietati nelle scuole e nei luoghi pubblici);
- Stravolgimento (divieto di pronunciare il nome “Gesù” nei canti natalizi, presepi con coppie gay o trans, sostituzione dell’iconografia tradizionale con elementi blasfemi), addirittura col consenso di sacerdoti;
- Deturpazione e distruzione di presepi nelle vie, nelle piazze, all’aperto, spesso a opera di immigrati di religione islamica.
Dunque, si corre, velocemente, e sotto la spinta del capitalismo planetario e delle stesse massime istituzioni politiche, come l’Unione europea, verso una società materialista postcristiana, desacralizzata (e forse preislamizzata).
Allora, sì, evitiamo il consumismo, ma, appunto, salviamo il Natale dal consumismo, non il consumismo dal Natale… E salviamo la nostra civiltà dai barbari, italiani e stranieri.
Le immagini: a uso libero e gratuito da Pixabay secondo la Licenza per i contenuti (foto di drehkopp; Tama66; Tutanchamun; artbejo).
Rino Tripodi
(Pensieri divergenti. Libero blog indipendente e non allineato)

















