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Home IL LABORATORIO

«Questo dicevano gli occhi di Silver a Totò»

Dalla redazione by Dalla redazione
4 Settembre 2012
in IL LABORATORIO
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I disturbi psichici, l’impossibilità di vincere la malattia e l’amore di un cane per il padrone sono i temi del racconto “Festa di compleanno” di Gabriele Astolfi

Proseguiamo con il seguente racconto la pubblicazione dei migliori lavori (vedi anche «E chi cazzo si porterebbe un seminarista in giro per Bologna?» e «Il vecchio cadde in ginocchio») emersi al termine del Corso di scrittura creativa, organizzato dalla nostra rivista a Bologna tra aprile-giugno 2012 e tenuto, tra gli altri, dallo scrittore Roberto Pazzi, due volte finalista al Premio Strega.

Quel giorno tutto doveva essere perfetto. La festa, la torta, gli invitati. Perfino Totò, il cane, avrebbe dovuto essere perfetto. Perciò era stato portato in un centro di toelettatura, fatto lavare e profumare. Tanto che l’amico a quattro zampe si sfregava contro mobili e pareti quanto un orso contro un albero, per togliersi di dosso quel mefitico odore di borotalco. Un odore che, al suo naso, era di pessimo auspicio per il giorno seguente che, pur presentendo speciale, ignorava essere il compleanno del suo padrone.

Il ritorno alla vita di Silver, la vittoria sulla malattia, era stata salutata con enorme sollievo da genitori, parenti, amici e fidanzata, dopo mesi di apprensione e momenti di autentica paura. Paura che il loro caro non riuscisse a guarire veramente, e precipitasse nel gorgo di quel morbo infido e traditore fino a esserne sopraffatto.
Un morbo che non assale il corpo ma l’anima, e spegne tutte le luci che, nel buio, segnalano la strada della vita, non diversamente dalla pista di atterraggio di un aeroporto di notte, e la cui definizione è riassunta in una parola che oggi, quanto a spavento, rivaleggia solo con il vocabolo “cancro”: “depressione”.

Silver, prima di cadere in quella trappola mortifera, era uno che andava sempre di corsa, senza mai voltarsi indietro né guardarsi intorno. Senza mai fermarsi, che il correre, il fare ogni cosa di fretta, era il ritmo normale della sua vita, quasi il senso della stessa, fine e mezzo a un tempo. Non sapeva cos’era la depressione. Ma neppure cos’era la tristezza, o quel velo di malinconia, quella stretta al cuore, quel senso di vaga e, talvolta, pure dolce mestizia che prende talora sentendo certe notizie, o guardando un tramonto, o un vecchio, o gli occhi di un bambino, o lo sguardo triste di una donna, o senza alcun motivo.

Poi era scivolato dentro quelle sabbie mobili, senza sapere come c’era finito e perché. Un piccolo insuccesso sul lavoro. O un successo non proprio pieno, un risultato non perfettamente conforme alle attese, e perciò non del tutto soddisfacente, con conseguente scadimento della propria autostima e quindi del proprio valore, non solo per la contingenza, ma in assoluto. Una sciocchezza, una cosa da nulla, ma che aveva scalfito la sicurezza in se stesso. Una sciocchezza a cui, peraltro, aveva subito posto rimedio. Ma il fatto di avervi rimediato, anziché rassicurarlo, gli aveva fatto nascere un tarlo. Il tarlo di poter sbagliare, di essere come tutti gli altri e non al di sopra. Un buco dentro la corazza. Finché il buco si era allargato al punto da occupare la corazza intera, da annullarla, e farlo sentire nudo e, alla fine, da annullare lui stesso.

E una volta nel baratro di quella luce nera, senza più alcun istinto vitale, la capacità di alzarsi, di muovere un dito o un’idea, lo sguardo affisso alla parete o al soffitto, era stato costretto a curarsi, ad andare da uno “strizzacervelli”, come li chiamava prima. Poi aveva cominciato a chiamarli col loro vero nome, “psichiatri”, e a chiamare “psicofarmaci” la cura per ritrovare un barlume di vita. Si era isolato dalla famiglia, dagli amici, dalla fidanzata. E, per vincere il giogo della malattia e mitigare quella solitudine che si era imposto per non sentirsi giudicato, si era preso un cane.

Era andato al canile e, poiché si vergognava a dire che la bestiola era per lui, quasi che chi va al canile a prendersi un cane abbia scritto in fronte «sono solo», aveva detto che era per la moglie, che non aveva. Ed era arrivato Totò.

L’amico a quattro zampe, raccogliendo la sua pena attraverso le carezze e trasmettendogli col pelo, con la lingua, il proprio amore, sembrava poter placare la sua ansia, incidere la cancrena distruttiva della sua volontà e scioglierla in un misto di abbandono, un impasto di velata tristezza che, blandita da sempre nuovi massaggi sul suo mantello, sarebbe potuta approdare a una languida serenità, a una ritrovata pace nel cuore.

Totò pareva dirgli, senza parole, che la vita, anche quando sembra abbandonare chi la vive, non smette di parlargli; che la malattia spesso è solo il sintomo di un malessere diverso, più profondo, e che anch’esso ha qualcosa da dire, che si deve stare a sentire, e non sopprimere coi farmaci, o fingere che non ci sia, per raggiungere un benessere migliore, vero e non fasullo, per diventare davvero soggetti della propria esistenza, e non un suo semplice trofeo. Questo dicevano gli occhi di Totò a Silver.

La paura dell’inadeguatezza, di un futuro che non aspetta chi si ferma o si attarda, chi ha perso ogni certezza, in un tempo la cui accelerazione ne cancella il senso e riduce l’uomo a inseguire i ritmi imposti dalle macchine, nel quale i mezzi creati per realizzare i desideri sono più veloci dei desideri stessi e, alla fine, perso il senso del tempo e delle cose, il mondo diventa evanescente. E così pure il proprio essere nel mondo, la propria identità, ma soprattutto la propria anima, di cui la malattia rivela il disagio. Questo dicevano gli occhi di Silver a Totò.

Ed era venuto il giorno del suo compleanno. Il giorno della festa. Il peggio è passato, aveva detto a ogni singolo convitato, chiamandolo al telefono perché non mancasse alla celebrazione del suo anniversario, sollevandogli il cuore per la gioia di sentirlo di nuovo e alleviandogli il senso di colpa per aver accettato il suo isolamento senza mai cercarlo. Per non aver aspettato chi s’era attardato.

Il giorno della festa gli ospiti si trovarono nella sua casa di campagna, tutta in pietra bianca e travi a vista. Passarono dal cancello del giardino, che era aperto, e, indirizzati dalle luci che erano lungo il percorso, attraversarono il ciottolato che portava all’ingresso. Anche la porta di casa era aperta, e le lampade in entrata accese, a condurre nella sala da pranzo, con la tavola imbandita d’ogni tipo di tartine e dolciumi. Dolce e salato, come la vita.
In fondo alla sala, ad attendere i convitati, Silver, sorridente come una volta, appeso per una corda a una trave, e sotto Totò, che guardava il suo padrone penzolare dall’alto, e lo perdonava del suo gesto.

«Il peggio è passato» diceva la faccia di Silver. «Ora sto bene».

Le immagini: Sulla soglia dell’eternità (olio su tela, 81×65, 1890, Otterlo, Kröller-Müller Museum), Dolore (litografia, 44,5×22, Londra, collezione privata) e Ritratto del dottor Gachet (olio su tela, 67×56, collezione privata) di Vincent van Gogh (Zundert, 30 marzo 1853 – Auvers-sur-Oise, 29 luglio 1890).

Gabriele Astolfi

(LicidaMente, anno VII, n. 81, settembre 2012)

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Tags: amicoastolficanecompleannodepressionefestagiornomalattianarrativaocchipaurapsicofarmaciracconto
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