Dal “pauper alter Christus” del Medioevo alla colpevolizzazione postluterana fino alle statistiche sociologiche e al Welfare State
In Europa, ma specialmente negli Stati uniti, le classi sociali meno abbienti sono oggi etichettate come focolai di delinquenza, alcolismo cronico e tossicomania. Negli anni Duemila è tornata la mitologia fuorviante del soggetto che delinque, sempre e comunque, a motivo del proprio disagio economico e della propria precarietà abitativa.
I mass media, in particolare le televisioni e il giornalismo populisti attribuiscono l’insicurezza collettiva agli individui che vivono in situazioni precarie o che non sono autoctoni. L’omicidio volontario, lo stupro e la rapina sono sempre “colpa del negro” o dello “zingaro rumeno” che diffonderebbe nelle periferie l’ozio, il vizio e la violenza. Ai ceti sociali non integrati sono spesso attribuite condotte illecite che poi magari si scoprono essere state attuate da cittadini di pelle bianca, insospettabili e ben radicati nel territorio o nel quartiere.
La situazione dal Medioevo al Settecento
Prima del Settecento, della rivoluzione industriale e della cosiddetta “modernità”, il vagabondaggio, gli spostamenti frequenti, i lunghi periodi di disoccupazione erano normali e socialmente accettati. Nella civiltà agricola presettecentesca, era normale ricorrere alla carità o, perlomeno, a una gestione più comunitaria delle risorse. All’interno di tali tranquille comunità rurali, il pauper era considerato alter Christus, ovverosia aveva diritto alla solidarietà collettiva, tranne nel caso in cui violasse gravemente la pace sociale con maleficia et delicta.
La marginalità, nella civiltà cattolica prima della riforma protestante e, in generale, prima del laicismo del XVIII secolo, non era colpevolizzata, né, tantomeno, esistevano “allarmi sociali”, in quanto nelle piccole comunità contadine esistevano soluzioni extragiudiziali che nulla avevano a che fare con i concetti contemporanei di “diritto penale”, “polizia” e “trattamento penitenziario”.
Con il laicismo settecentesco, figlio di un luteranesimo strumentalizzato e di un illuminismo ateista, la prospettiva cambia. Nasce lo “Stato”, che sostituisce “gli” Stati e “i” diritti non centripeti dello jus commune medioevale. Si fa strada, nel Settecento, l’idea di un Diritto penale che, più o meno consapevolmente, inghiotte le libertà individuali, come un Leviatano che genera un ordinamento di polizia in cui il potere centrale e accentrato neutralizza chiunque disturba la pace sociale e la quiete pubblica, attraverso un uso ipertrofico del carcere e della giuspenalistica. Ogni ambito della vita non strettamente privatistico viene codificato in ambito penale.
Nasce così il concetto attuale del povero e del delinquente “nemici” della società composta dai bravi cittadini onesti e laboriosi. Il soggetto economicamente e patrimonialmente disagiato, come pure l’emigrante cronico, viene colpevolizzato e cessa di essere il pauper alter Christus da aiutare e sostenere nel nome della suprema regola della charitas cristiana. Il disoccupato o il lavoratore precario divengono dei potenziali disturbatori dell’Ordine costituito.
Il ruolo del giornalismo in Inghilterra nel XVIII Secolo e la situazione francese
Per quanto possa apparire paradossale, la criminalizzazione della povertà coincide con la diffusione nazionalpopolare dei primi quotidiani o, quantomeno, dei primi fogli locali, che, nell’Inghilterra del Settecento, consentivano alla popolazione di informarsi con afferenza a fatti di cronaca nera e giudiziaria. Tale nascita della stampa giornalistica era in grado di creare quella che oggi viene definita “opinione pubblica”. Tuttavia, il rovescio della medaglia stava nella genesi di una diffusa “paura” cagionata da una cronaca nera spietata e morbosa, che imputava i delitti più violenti alle “classi pericolose” dei diseredati, degli operai sottopagati, dei nullafacenti e della plebaglia che veniva ad occupare i sobborghi degradati delle prime grandi metropoli industrializzate.
Il giornalismo, nell’Inghilterra del Settecento, ha diminuito le asimmetrie informative, ha rafforzato l’unità del regno inglese, ha dato origine alle prime ricerche criminalistiche; ma è pur vero che un conto era il moderato “allarme” sociale dei piccoli borghi presettecenteschi, un altro conto sono le “fobie” o, peggio ancora, le “xenofobie” delle grandi città moderne.
Anche nella Francia sette/ottocentesca, la popolazione era meno analfabeta e le prime testate giornalistiche avevano diffuso il falso mito di una Parigi abitata da “classi pericolose” di disoccupati, alcolisti, stupratori e rapinatori. Oltretutto, nella Francia dell’Ottocento, abbondava, con Balzac, Hugo, Sue e molti altri romanzieri, lo stereotipo del “miserabile” costantemente, perennemente e ontologicamente dedito alla delinquenza eterolesiva. L’operaio residente nelle periferie era l’incarnazione del male assoluto e la sua miseria era ineluttabilmente criminale e criminogena.
Pure nella cronaca giudiziaria dei quotidiani, si attribuiva una continua ed eccessiva enfasi ai delitti violenti commessi dalle cosiddette “classi inferiori” che non avevano mai conosciuto il potere salvifico del “lavoro”. Dunque, il povero non andava aiutato con un sistema socioassistenziale, bensì neutralizzato con un uso retribuzionista del carcere e del Diritto penale. Facevano eccezione le zone di campagna, rimaste legate a un’economia rurale ove la solidarietà “paesana” rendeva “dignitosamente poveri”.
La nascita delle prime statistiche criminologiche e la svolta “liberal” degli anni Quaranta del Novecento
Tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento, nacquero pure le prime statistiche criminologiche, le quali, seppur ancora rozze e atecniche, consentivano di delineare meglio il criminal profiling del “deviante”. Tuttavia, di nuovo, la Criminologia anglo-francofona ripeteva ossessivamente la falsa distinzione tra “classi laboriose” e “classi pericolose”; le prime, corrispondevano ai ceti borghesi, mentre le seconde comprendevano disoccupati, non abbienti e persone innocue sebbene dedite al vagabondaggio. Costoro erano i “nemici” della società perbene, i “cattivi” da eliminare, i “pezzenti” che creavano un presunto disturbo alla quiete pubblica. La neonata Criminologia dei Secoli XVIII e XIX è intrisa di fuorvianti pregiudizi sulla presunta natura criminogena della povertà e sull’inutilità della solidarietà sociale.
Soltanto con le Costituzioni democratico-sociali degli anni Quaranta del Novecento, l’Europa ha cercato di abbandonare lo stereotipo liberale del “pezzente e delinquente”. L’interventismo del Secondo dopoguerra ha tentato di includere l’individuo disagiato e di salvarlo da una marginalizzazione disumana e antidemocratica che negava la ratio medievale della “suprema carità”.
Istruzione, sanità, welfare e edilizia popolare hanno ripristinato una visione più umana e umanizzante del nullatenente o del precario. Con le Costituzioni postliberali, si è voluto tornare a una visione più cristianizzata della povertà, la cui natura criminogenetica non è scientificamente certa.
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Andrea Baiguera Altieri
(Pensieri divergenti. Libero blog indipendente e non allineato)




















Daje ai poveri…