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Home ATTACCO FRONTALE

Che fine ha fatto il «Don’t be evil» di Google?

“Non essere cattivo”, una sorta di mantra inserito nel codice etico dell’azienda californiana, è stato sostituito da un’altra formula. Perché si è arrivati al «Do the right thing»?

Chiara Ferrari by Chiara Ferrari
8 Luglio 2018
in ATTACCO FRONTALE, ECONOMIA-FINANZA-SPESA, IL PIACERE DELLA CULTURA, MONDO E GLOBALIZZAZIONE, WEB E NUOVE TECNOLOGIE
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“Non essere cattivo”, una sorta di mantra inserito nel codice etico dell’azienda californiana, è stato sostituito da un’altra formula. Perché si è arrivati al «Do the right thing»?

Tra aprile e maggio 2018 «Don’t be evil», storico motto di Google, ha lasciato il posto a «Do the right thing», slogan ufficiale di Alphabet, holding sorta nel 2015 dalla riorganizzazione dell’azienda californiana di Mountain View. Nata per esprimere la diversità intrinseca di Big G [Google, ndr] dalle società tradizionali, fonte di aspre critiche e popolari consensi, la massima viene ora relegata alla fine di un documento dove il “rispetto” si sostituisce alla “fiducia”: «And remember… Don’t be evil, and if you see something that you think isn’t right – speak up!».

Nel 2000 due giovani ingegneri programmatori statunitensi, Paul Buchheit e Amit Patel, durante una delle prime riunioni aziendali – Google nasce nel 1998 come Internet company – coniano la formula “Don’t be evil”, che viene accolta favorevolmente dai fondatori, l’americano Larry Page e il russo Sergej Brin. Il motto diventa l’incipit del Codice di condotta dei dipendenti, una sorta di regolamento informale ed etico in cui si proclamano i valori dell’azienda. Una versione di questo, risalente al 21 aprile 2018, cita ancora nella prefazione i fatidici tre termini: «“Non essere cattivo”. I googler generalmente applicano tali parole a come serviamo i nostri utenti. Ma “Non essere cattivo” è molto più di questo […] si tratta anche di fare la cosa giusta in generale – seguendo la Legge, comportandosi in modo onorevole e trattando i colleghi con cortesia e rispetto». Un articolo di Gizmodo del 18 maggio 2018 è stato il primo a mettere in luce l’evoluzione del Codice di condotta, che dal 4 maggio non riporta più il motto nell’introduzione ma, come detto, si limita a un accenno verso la fine del testo.

Tuttavia, grazie a Internet Archive, la biblioteca digitale free più grande al mondo – chiamata spesso Wayback machine dal nome della sua interfaccia web –, è possibile accedere alle vecchie versioni del regolamento. La funzione del sito, infatti, è anche di archiviare pagine web, andando a “scovare” dati ora inabissati nel mare magnum di Internet. Parlando di passato, gli ultimi 18 anni sono stati segnati da un importante cambiamento che ha decretato la riorganizzazione interna dell’azienda di Mountain View: nel 2015, Page e Brin creano Alphabet, società che ingloba Big G e tutti i suoi “sottoprodotti”, come Maps, YouTube, Analytics ecc.; lo statunitense Sundar Pichai diventa il numero uno di Google e i fondatori rispettivamente Ceo [Chief executive officer, ovvero amministratore delegato, ndr] e presidente di Alphabet. La nuova “casa” libera i due dall’ingombrante nome della loro prima creatura, permettendo loro di estendere il campo delle ricerche in territori non strettamente web e di allontanarsi un po’ dal core business iniziale.

A questo proposito, un articolo di Esquire del 24 maggio 2018 analizza i progetti che, andando sotto l’etichetta di Google, hanno scatenato la reazione di utenti e dipendenti. Quello che ha sicuramente indignato di più i googler, provocando proteste e anche alcuni licenziamenti, è il controverso Project maven. Si tratta di un accordo preso con il Dipartimento della Difesa degli Stati uniti per sviluppare sistemi di intelligenza artificiale (Ia) in grado di analizzare le riprese dei droni sui teatri di guerra. In totale dissenso con la dirigenza, gli impiegati di Mountain View hanno scritto una lettera di protesta indirizzata a Pichai e, grazie anche alla risonanza mediatica della notizia, sono riusciti a ottenere il mancato rinnovo del contratto (previsto per il 2019). Recentemente presentata all’annuale conferenza degli sviluppatori Google, anche la nuova funzione dell’assistente vocale – Duplex – ha causato parecchie perplessità di natura etica. Infatti, grazie all’evoluto sistema di intelligenza artificiale basato sul deep learning, vengono riprodotti inflessioni e intercalari tipici del nostro linguaggio. In un audio – di cui si è poi messa in dubbio l’autenticità – l’Ia prenota un tavolo al ristorante riproducendo così bene la voce di una persona da non svelare la sua natura robotica.

Se questo basta a far immaginare inquietanti scenari in cui parleremo con una macchina che sembra umana, The Selfish Ledger – video del 2016 a uso interno Google, uscito dal circuito di riservatezza e pubblicato da The Verge il 17 maggio 2018 – completa il distopico scenario “alla Matrix”. Nel filmato vengono spiegate le potenzialità derivanti dall’utilizzo dei big data al fine di influenzare il comportamento individuale: «Cosa accadrebbe – domanda la voce fuoricampo – se il registro dei nostri dati avesse una volizione o uno scopo piuttosto che semplicemente agire come punto di riferimento storico?». Interpellati a proposito delle derive tecnocratiche immaginate nel video, i dirigenti di Big G hanno rassicurato gli utenti, affermando che «si tratta di un esperimento concettuale portato avanti anni fa dal team di progettazione che utilizzava una tecnica nota come “design speculativo” per esplorare idee scomode e concetti al fine di provocare discussione e dibattito. Non si riferisce a prodotti attuali o futuri». Se è pur vero che la tecnologia non è in sé buona o cattiva ma dipende dall’utilizzo che se ne fa, siamo sicuri che Google abbia intenzione di farne buon uso?

Chiara Ferrari

(LucidaMente, anno XIII, n. 151, luglio 2018)

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Tags: alphabetattualitàdon’t be evilfocusGoogleintelligenza artificialeinternetmountain viewproject maventecnologiathe selfish ledgerweb
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