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Home IL LABORATORIO

E se combattessimo la crisi emettendo nostre monete?

Domenico Letizia by Domenico Letizia
31 Luglio 2011
in IL LABORATORIO
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Gold-standard, free-coinage, Worker-Owned e anarco-capitalismo nel pensiero di
Menger, Rothbard, Nicosia e Proudhon
La storia economica dell’umanità ha sempre posto al centro dello scambio tra gli uomini la moneta intesa come “mezzo fiduciario” per rapporti commerciali tra vari individui.

Secondo Carl Menger e la scuola austriaca di economia1 fenomeni sociali come il linguaggio, il diritto e la moneta sarebbero il prodotto e la composizione di un numero indeterminato di soggetti inconsapevoli in azione, cioè il risultato libero e spontaneo delle aspirazioni individuali dei membri di una società. Si è sempre discusso, soprattutto in periodi di crisi, di cosa sia la moneta, quanta ve ne debba essere e come distribuirla.

Per Murray Newton Rothbard e la teoria economica anarco-capitalista2 i metalli preziosi (oro e argento) presenterebbero determinate qualità (l’oro, ad esempio, allo stato puro è incorruttibile, cioè non arrugginisce, è eterno, inalterabile, omogeneo, facilmente trasportabile) da renderli vincenti sul mercato. Rothbard non contesta lo sviluppo e la diffusione nella società di una libera emissione di moneta anche non ancorata ai metalli preziosi, ma ha sempre ritenuto tale sistema un’“irrazionalità monetaria” perché causa di iper-produzione monetaria, ritenendo che, come delineato con spirito critico da Fabio Massimo Nicosia nel suo ultimo volume Il Dittatore Libertario, raddoppiare o dimezzare la massa monetaria non raddoppia o dimezza la ricchezza, anzi raddoppierebbero i prezzi dei servizi sul mercato. Tale ragionamento, sempre come afferma Nicosia, dimentica proprio lo scopo della moneta quale “mezzo di fiducia”3 tra i consumatori. Un libertario non si cura di come, in concreto, potrebbero agire le persone, ma solo della possibilità se tali azioni siano concrete, dato che tali rapporti dipendono esclusivamente dalla fiducia.

Rispetto a Rothbard ben valutiamo, anche da un punto di vista storico e di studio, la tradizione libertaria americana che puntava al free-coinage. La diffusione e l’emergere di svariate monete diverse da quelle monopoliste dello stato e non ancorate ai metalli preziosi, come vorrebbe la tradizione anarco-capitalista, avrebbe un effetto redistributivo, abbassando i prezzi. Libertà di conio, quindi: seguendo i principi dell’individualismo metodologico, ognuno potrà emettere propria moneta, pragmaticamente, attraverso forme associative, istituzioni finanziarie e societarie, cooperative, comuni, comitati di quartiere e simili, sui modelli della tradizione libertaria americana4 e le teorizzazioni di Pierre-Joseph Proudhon.

Esempi di “moneta” alternativa sono visibili già oggi e accettati dal mercato: alcuni supermercati coniano una propria “moneta” da far circolare tra la loro clientela, ma a volte essa è ben accettata anche al di fuori dei circuiti strettamente commerciali dei supermercati. Altro fenomeno “monetario e fiduciario” fu quello della diffusione delle caramelle come resto di dieci o venti lire o del gettone telefonico Sip. In alcune edicole del Milanese, ad esempio, durante gli anni Sessanta veniva distribuita come resto una caramella alla menta con addirittura impressa sulla confezione l’effige delle allora dieci lire. Altro fenomeno tipico di certificazione (e fiducia monetaria) fu quello dei miniassegni emessi da tutti i più importanti istituti di credito. Attraverso la certificazione qualunque bene può essere reso “moneta” nel mercato e ognuno può emettere liberamente. La moneta conferisce valore, la più perfetta e universale unità di misura del valore.

Combattiamo la crisi finanziaria dei nostri tempi con il free-coinage, immaginiamo la diffusione di questo modello anche contro la perdita di potere dell’euro, immaginiamo che le cooperative di lavoratori che sembra stiano diffondendosi in molte unità negli Stati Uniti d’America, le cosiddette Worker-Owned5 di proprietà dei lavoratori, inizino attraverso il sistema della libera circolazione a emettere propria moneta lasciando alla “fiducia” e al mercato la diffusione di tale valuta.

Una rivoluzione monetaria a partire dal basso.

Note

1 C. Menger, Principî fondamentali di economia (1871), Rubbettino, 2001.

2 M. N. Rothbard, What Has Government Done to Our Money? (1963), Ludwig von Mises Institute, 1990.

3 F. M. Nicosia, Il Dittatore Libertario. Anarchia analitica tra comunismo di mercato, rendita di esistenza e sovranity share, G. Giappichelli Editore, 2011.

4 Si leggano i saggi degli anarcoindividualisti americani: Spooner, Tucker, Green.

5 Si leggano i dossier di Enrico Massetti (Coop made in Usa) pubblicati su A Rivista anarchica a partire dal numero 362.

L’immagine: la copertina del celebre volume What Has Government Done to Our Money? di Murray Newton Rothbard, edito dal Ludwig von Mises Institute.

Domenico Letizia

(LucidaMente, anno VI, n. 68, agosto 2011)

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Tags: anarco-capitalismoanarcoindividualistiCoop made in Usaeurofocusfree-coinageGiappicchelliGold-standardGreenIl Dittatore LibertarioLetiziaMengerNicosiaPrincipî fondamentali di economiaProudhonRivista anarchicaRothbardRubbettinoSpoonerTuckervon Mises InstituteWhat Has Government Done to Our Money?Worker-Owned
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Comments 0

  1. Federico Tortorelli says:
    14 anni ago

    Nella pagina facebook https://www.facebook.com/pages/rete-del-prezzo-di-costo-trasparente-reciproco/264167391460?sk=app_2373072738 si cerca di spiegare come e perché ciò che dà valore a una qualunque moneta sia l’accordo (tra i partecipanti agli scambi) di autoregolare gli scambi in base all’equità del tempo-lavoro di ciascuno, o (come è attualmente) in base alla violenza sul bisogno di uno dei due.
    Se esistesse un mercato del prezzo di costo reciproco, un grammo d’oro (o un equivalente generale qualunque) avrebbe un certo potere d’acquisto in base al tempo-lavoro svolto da ciascuno, ma lo stesso grammo d’oro avrebbe un potere d’acquisto radicalmente diverso nel mercato attualmente vigente dei prezzi di compromesso tra domanda e offerta.
    Dove ci fossero regole di mercato equo, di prezzo di costo reciproco, il surplus della produzione di valore reinvestibile risulterebbe distribuito tra i consumatori-lavoratori sotto forma di aumento del potere d’acquisto della stessa quantità di oro o denaro, a causa dell’abbassamento dei prezzi al suo interno. Nel mercato attuale, in cui si deve sempre ottenere un certo profitto, un plusprezzo superiore al costo, i progressi della produttività vengono convertiti in profitti e spartiti tra i soggetti forti (banche, banche centrali, Stato, grosse aziende), scaricando sui gradini inferiori fino al consumatore (che paga tutto e tutti nel prezzo) l’onere di ricaricare il plusprezzo sugli altri.
    Nel sistema del prezzo di costo reciproco la moneta è un metro rigido che misura solo il tempo-lavoro, nell’attuale sistema del prezzo di compromesso la moneta è un metro elastico che misura quasi solo i rapporti di forza nella violenza sul bisogno tra forti privilegiati e deboli sfruttati.
    Per comprendere queste mie affermazioni ripeto l’invito a leggere i contenuti della pagina https://www.facebook.com/pages/rete-del-prezzo-di-costo-trasparente-reciproco/264167391460?sk=app_2373072738 e considerare una visione più ampia di come utilizzare la misura monetaria.

    Rispondi
    • Domenico Letizia says:
      14 anni ago

      Allora federico penso sia importante sviluppare proprio l’ultima parte del mio articolo quella della prodzione di moneta attraverso le cooperative di lavoratori…. Come dicesti tempo fa il movimento libertario dovrebbe farsi carico di creare ralmente queste agenzie in concorrenza allo stato… Sulle cooperative americane e grazie ala lavoro di Enrico Massetti, vorrei scrivere una lettera al libertarian party usa.

      Rispondi
  2. Pingback: E se combattessimo la crisi emettendo nostre monete? - Politica in Rete Forum
  3. Giuseppe Sblano says:
    14 anni ago

    Consentite di esprimere la mia opinione?
    Le premesse possono ridursi ad una sola: “la società si fonda sullo scambio”.
    Cosa scambiare, come scambiare, quanto scambiare dipendono da una sola domanda: “esiste un metro che misura gli scambi”?
    La risposta è negativa.
    Se questo è vero (e non lo dico io) allora tutte le teorie esposte nell’articolo solo soltanto teorie che possono essere smentite, come la realtà si è incaricata di fare.
    L’unica soluzione è possibile fondarla a partire dalla soluzione che si dà alla domanda con l’invenzione di un “metro monetario”.
    In questo caso le domande hanno una risposta razionale e lo scambio è concretamente realizzato con un equilibrio permanente.
    Esisteno gruppi che si stanno impegnando su questo terreno?
    Si?
    ArcipelagoSCEC (www.arcipelagoscec.org) sta facendo questo grande sforzo di ricerca, analisi, e progettazione di realtà locali in cui cominciare a far cirolare questo metro monetario.
    Provare per credere!
    Buon vivere da Giuseppe Sblano

    Rispondi

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