“Se io entro qua e vossìa ha in sacchetta una pistola che mi punta contro mentre io sono disarmato e mi dice: “Inginocchiati”, io che posso fare? M’inginocchio. Questo però non significa che vossìa è un mafioso perché mi ha fatto inginocchiare. Vossìa è un cretino con una pistola in mano. Ora vengo io che sono io, disarmato, qua dentro. E le dico: “Guardi che mi trovo in una certa situazione… Devo chiederle d’inginocchiarsi”. Lei dice: “Perché?”. E io glielo spiego. Glielo spiego e riesco a persuaderla che vossìa si deve inginocchiare per la pace di tutti, nell’interesse comune. Vossìa si persuade, s’inginocchia e io sono un mafioso. Se vossìa rifiuta di inginocchiarsi io le devo far sparare, ma non è che ho vinto. Ho perso”.
(da Voi non sapete. Gli amici, i nemici, la mafia, il mondo nei pizzini di Bernardo Provenzano, A. Mondadori, 2007)
Andrea Camilleri
LA RILETTURA
Voi non sapete. Gli amici, i nemici, la mafia, il mondo nei pizzini di Bernardo Provenzano (A. Mondadori, pp. 216, %u20AC 17,00) è l’ultimo (per ora: ne scrive uno dietro l’altro, questo impavido ottantenne…) saggio di Andrea Camilleri, e indaga il sistema comunicativo, i cosiddetti “pizzini”, di “Binnu” Provenzano all’interno della rete mafiosa. Il brano che abbiamo citato per intero riporta, invece, le parole pronunciate da Nicola (Nick) Gentile, già padrino di Kansas City – l’equivalente, per intenderci, di un Vito Corleone a New York – nel corso di un colloquio con lo stesso Camilleri avvenuto nel 1949, allorquando il boss era rientrato in Sicilia.
Nick Gentile, venticinque anni dopo – Gentile, infatti, era stato espulso e rimandato in Italia insieme a Lucky Luciano come displaced person (gli Usa si liberavano così, nel dopoguerra, dei boss italoamericani divenuti difficili a perseguirsi data la preziosa collaborazione prestata nell’invasione alleata della Sicilia). Egli era tornato a Siculiana, provincia di Agrigento, da cui la sua famiglia proveniva, riprendendo a farsi chiamare Zu’ Cola e divenendo capoelettore di un big regionale della Dc. In seguito si era trasferito a Roma, dove, qualche tempo più tardi, sulle orme di un altro famoso padrino, Joseph Bonanno, dettò un’autobiografia al giornalista Felice Chilanti, autore su L’Ora della prima clamorosa inchiesta nazionale che estraeva dall’ombra il fenomeno mafioso. E nel 1974, venticinque anni dopo l’incontro con Camilleri, fu appunto Chilanti a procurarmi l’occasione di pranzare con Nick Gentile in una trattoria romana sotto casa sua, in via Mario dei Fiori.
Agire “per giustizia” – Ed ecco adesso – sempre fra virgolette, perché lo prelevo dagli appunti della relazione che feci in un convegno indetto dall’Amministrazione provinciale di Rovigo per i dieci anni dalla morte di Chilanti, che appunto del Polesine era nativo – un passaggio di ciò che Gentile mi disse allora:
“Quel che occorre aver presente e che non tutti hanno abbastanza, è il tipo di preoccupazioni che davvero ha il capo di una famiglia o più famiglie. Nella posizione che in Kansas io mi ero fatta un dovere avevo: quello che le cose fossero in ordine e che questo ordine fosse giusto. E gli interessi condivisi. Ottenendolo con persuasione in cambio di spontaneità, non per imposizione senza spiegare. Lo sappia vossìa. Era mia responsabilità prima di tutto dare lavoro e dare pane, provvedere cioè tranquillità a tutta la comunità riferita al mio territorio. E questo andava fatto parlando, facendo sapere, facendo capire. Certo, succedeva che qualcuno non capiva o faceva finta, che faceva sgarri, e allora, ma con dispiacere, occorreva intervenire, e c’era un solo modo di riparare il danno che aveva levato equilibrio all’ordine. E così purtroppo qualche vita doveva andare persa. Ma sempre con la coscienza, vossìa mi creda, di avere agito per giustizia”.
Dall’intimidazione al terrorismo – Credo che gli stralci di queste due conversazioni integrino molto bene, uno con la sua esemplificazione per metafora e l’altro con descrizione, come dire, istituzionale, quale fosse la convinta missione di un boss. E’ la cultura distorta che si forma, dalla ottocentesca mafia rurale in qua, laddove le strutture statuali sono carenti e un’altra istituzione si lascia le supplisca, addentellandosi nel territorio in forme economiche e in forme politiche. Dopodichè la mafia ha anche le sue strutture militari e le sue strategie terroristiche. Proprio l’attività terroristica faceva parte della mentalità di Totò Riina, che le stragi, come Liggio, le programmava con convinzione, mentre la filosofia di Provenzano somiglia di più a quella esposta da Gentile. Omicidi, all’inizio, ne avevano commessi personalmente entrambi, ma, quando coi capelli grigi ebbero loro il potere in pugno, è credibile, da quel che si constata o si sa, che davvero commissionassero un’uccisione solo come extrema ratio e allargando “rassegnati” le braccia nel dar l’ordine nei confronti di chi proprio “non vuol capire“. La mafia è un mostro, un cancro, ma anche un fenomeno assai complesso, oggi ormai riconducibile soprattutto alla finanza sporca e al cinico business. Ha copiato ed è stata copiata.
L’immagine: particolare della copertina del libro di Camilleri dal quale è tratta la citazione iniziale.
Etrio Fidora
(LucidaMente, anno III, n. 29, maggio 2008)













