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I giovani non vogliono lavorare? Falso

Come quelle precedenti, le ultime generazioni di italiani desiderano un impiego dignitoso e con una retribuzione decente. Sono disposti a impegnarsi, ma non a essere brutalmente sfruttati. La schiavitù non è lavoro

Rino Tripodi by Rino Tripodi
1 Agosto 2021
in ATTACCO FRONTALE, DALL'ITALIA, TEMATICHE CIVILI
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Come quelle precedenti, le ultime generazioni di italiani desiderano un impiego dignitoso e con una retribuzione decente. Sono disposti a impegnarsi, ma non a essere brutalmente sfruttati. La schiavitù non è lavoro

Centinaia di imprenditori non riescono a trovare giovani italiani disposti a lavorare nelle loro aziende. Infatti, pare che i ragazzotti italici siano pigri, sfaticati, viziati, poltroni, attaccati alla chat tutto il giorno, in giro su auto di lusso, impegnati solo a far passare il tempo tra un aperitivo e una movida notturna, tra uno sballo e, magari, una violenza carnale. Urge, pertanto, l’ingresso di ben più volenterosi immigrati. Ma è proprio così?

Quali sono gli impieghi per i quali non si reperiscono risorse umane nostrane? Diffusa la notiziona della presunta “inchiesta” sui “giovani fannulloni”, la stampa e i mass media mainstream non spiegano altro. Mammoni, bamboccioni, viziati, mantenuti dalle famiglie… Certo, vi sono pure giovani italiani così. Ma i lavori che vengono “rifiutati” sono quelli precari, stagionali, malpagati, massacranti… E, magari, con tutte queste caratteristiche insieme. E perché tali proposte non sono rese meno scoraggianti da chi le propone? Perché, tanto, ad accettarle si trovano persone più bisognose e disperate dei nostri ragazzi, come, appunto, i migranti (vedi qui un altro nostro articolo, in questo stesso numero di LucidaMente). Dunque, un serpente che si morde la coda: i lavori sono sottopagati perché tanto c’è qualcuno che li fa per disperazione e i disoccupati italiani non li accettano perché sottopagati. I giovani italiani, alcuni persino ultralaureati e ottimi “cervelli”, hanno tanta voglia di lavorare e di raggiungere l’autonomia economica e la dignità umana (tutti noi, nati nel secolo scorso, ricordiamo ancora il piacere dei primi soldini guadagnati, nonché del primo stipendio, che ci permettevano di non gravare più sulla famiglia d’origine). Ne hanno tanta da essere disposti a trasferirsi all’estero: non solo all’interno dell’Unione europea, ma nel Regno unito, negli Usa (leggi Le esperienze lavorative all’estero di una giovane bolognese), in Australia, in Cina, negli Emirati arabi…

Ma cosa rende un lavoro appetibile? Che sia, se non fisso a tempo indeterminato, perlomeno abbastanza stabile/duraturo, che sia pagato dignitosamente, che abbia orari di servizio compatibili con un’esistenza umana, che non vi si rischi la vita. Ci si sorprende o ci si scandalizza del calo delle nascite, e anche di questo si dà la colpa a immaginari giovani edonisti, individualisti, irresponsabili, che odiano famiglia, partner, procreazione. Ma alla base del fenomeno, certo anche culturale e di costume, v’è la mancanza di un lavoro decoroso. In Italia non si mette su famiglia perché pochi se lo possono permettere. Economicamente. Che, invece, immigrati ancora più poveri mettano al mondo un bel po’ di figli a coppia, anche quello rientra in culture, costumi e, soprattutto, religioni diverse, alla faccia della responsabilità genitoriale.

Invece la nostra cronaca fornisce ogni giorno notizie di caporalato (Caporalato, arresti domiciliari per due manager di Grafica Veneta), di schiavismo vero e proprio (La strage dei braccianti. Foggia, sul furgone viaggiavano in piedi 14 persone) e di assurde morti sul lavoro (La macchina che ha stritolato Luana era stata manomessa). E altri orrori, quali 350 euro al mese di retribuzione (leggi qui) o le decine di ore di lavoro continuativo, magari favorite dall’uso di psicofarmaci (Indiani sikh nell’Agro pontino costretti a drogarsi per lavorare 15 ore al giorno nei campi), l’assoluta mancanza di copertura assicurativa o i maltrattamenti nei campi agricoli (soprattutto nel Sud Italia). E a fare da intermediari, quindi a loro volta “caporali”, tra imprenditori senza scrupoli, criminalità organizzata e lavoratori, sono altri immigrati, spesso della stessa etnia dei poveracci massacrati. Nonostante questo, sono sempre tanti i giovani italiani, ad esempio universitari, che, per potersi pagare le spese, accettano lavoretti in bar, in impianti balneari, come rider, o nella raccolta frutta e ortaggi estivi e nelle vendemmie (vedi Chianti, quale futuro per la vendemmia?). Come hanno sempre fatto. Pertanto, è falsa e funzionale allo sfruttamento dei migranti la fiaba secondo la quale gli italiani certi lavori non li vogliono più fare e, pertanto, occorrono “risorse” umane da importare dall’estero.

Non si tratta di porre i nostri giovani disoccupati in cerca di lavoro contro gli immigrati. Si tratta piuttosto di chiarire che il lavoro non è schiavitù e che va impedita un’illegittima e sleale concorrenza al ribasso sui salari e sulle condizioni lavorative. Per raggiungere tale obiettivo è prioritario programmare numericamente l’arrivo degli stranieri, anche attraverso corridoi umanitari, in base davvero alle occupazioni nelle quali non basterebbe una manodopera italiana adeguatamene retribuita. Altro che un ingresso indiscriminato e un’accoglienza che fa solo comodo ad altri sfruttatori. Senza mai foraggiare mafie e “caporali”, ma nemmeno cooperative e associazioni furbastre e sovvenzionate dalla politica (leggi A chi i profughi? A noi!).

Le immagini: a uso gratuito da pixabay.com.

Rino Tripodi

(LucidaMente 3000, anno XVI, n. 188, agosto 2021)

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Tags: accoglienzacaporalatodisoccupazionefocusgiovaniimmigratilavorosalarioschiavitùsfruttamento
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