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Home VECCHI ARTICOLI RECENSIONI

I minori in Kosovo: una realtà difficile

Dalla redazione by Dalla redazione
9 Maggio 2008
in RECENSIONI
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I giovani kossovari, dai bambini agli adolescenti, sono fortemente condizionati dal recente passato della regione. Un passato che ha appena portato a un punto di svolta con la dichiarazione unilaterale di indipendenza. E’ per questo che un resoconto del mondo giovanile in Kosovo non può prescindere da una breve descrizione della storia del Kosovo, soprattutto dei suoi stretti rapporti con la Serbia. I difficili rapporti interetnici caratterizzano la vita dei giovani, soprattutto visto che si tratta di un’area, quella balcanica, in cui si riscontrano numerose etnie, lingue, religioni e persino alfabeti diversi. La povertà del Paese inoltre influisce su istruzione e occupazione giovanile e da questa dipende il crescente fenomeno del traffico dei minori.

Una breve storia del Kosovo
Il Kosovo è sempre stato cruciale per la Serbia, che inizia la sua formazione territoriale grazie a Stefano Nemanja, Gran principe di Raka, considerato il padre della nazione serba, che muove le sue gesta proprio dal Kosovo. Qui viene fondata la chiesa ortodossa serba di Peć; nel 1219, ed è sempre qui che il regno dei serbi cade in mano ai turchi nella battaglia del 28 giugno 1389, ancora fortemente ricordata. Il Kosovo è anche la regione più povera di tutti i Balcani.
Essendo una minoranza di etnia albanese e di religione musulmana dentro i confini della Repubblica ortodossa serba, i kossovari sono stati spesso discriminati. Il colpo di grazia arriva con Milosevic;, nuovo presidente della Jugoslavia dal 1986. Nel ’90 revoca lo statuto di regione autonoma al Kosovo e dà il via a una campagna antialbanese sistematica fatta di apartheid ed espulsioni di massa. Scuole e università albanesi sono chiuse, i libri in lingua albanese proibiti. I kossovari allora si armano e si organizzano intorno all’Uck, l’esercito di liberazione del Kosovo, finché la guerra non si conclude con i bombardamenti della Nato nel ’99.
Da allora il Kosovo è stato amministrato dalle Nazioni Unite, attraverso l’Unmik, United nations interim administration mission in Kosovo, ma il ritorno di tutti i profughi scappati o espulsi ha arrecato conseguenze disastrose alla minoranza serba rimasta nella regione. Si sono susseguiti omicidi, pestaggi, case incendiate, lanci di sassi da parte di albanesi kossovari verso i serbi kossovari. La minoranza serba si è stretta intorno a Mitrovica e poche altre cittadine, i nuovi ghetti.

Il Paese più giovane d’Europa
Il Kosovo adesso ha 2,2 milioni di abitanti. Con il 40% di minorenni, di cui il 33% ha meno di 15 anni, secondo i dati dell’Unicef del 2004, è il Paese più giovane d’Europa. La maggioranza è albanese (circa il 90%), ma ci sono anche serbi, rom, ashkali, egiziani, bosniaci, croati, turchi e gorani.
L’odio interetnico resiste tuttora, e i giovani non sfuggono a questa tendenza. I lanci di sassi verso le auto serbe sono ancora un fenomeno consistente, così come il vandalismo verso le chiese ortodosse. Sono inoltre frequenti le violenze di ragazzi albanesi kossovari contro donne serbe kossovare. Nell’agosto 2006 un sedicenne albanese lanciò un piccolo ordigno esplosivo in un caffè di Mitrovica, ferendo sette serbi, un bosniaco kossovaro e un inglese.

I problemi etnici
I dati dell’ultimo rapporto dell’Onu a proposito dei giovani kossovari non sono rosei riguardo ai rapporti interetnici. La maggioranza dei giovani albanesi kossovari non ritiene possibile rapporti di amicizia con serbi kossovari, né con le comunità di rom, ashkali ed egiziani. Mentre la minoranza serba è un po’ più tollerante, anche se durante il 2007 è molto diminuita la percezione della possibilità di un miglioramento nelle relazioni interetniche.
Inoltre non sono molti i giovani serbi che vorrebbero vivere o lavorare con albanesi kossovari. Le comunità di rom, ashkali, egiziani, turchi e bosniaci ritengono invece di avere buone relazioni con gli albanesi e credono che sia importante sviluppare reti interetniche.

La scuola spaccata
Il sistema scolastico è l’emblema della situazione “schizofrenica” che si vive nella nuova Repubblica del Kosovo, indipendente ormai dal 17 febbraio 2008. I giovani serbi vedono gli albanesi come usurpatori che hanno rubato allo Stato un territorio altamente simbolico da cui in qualche modo dipendeva la stessa identità serba, con i suoi miti fondatori che qui hanno avuto luogo. Al contrario i giovani albanesi kossovari, che hanno patito i soprusi serbi, sono stati cacciati e torturati, vedono i serbi come dei colonizzatori tiranni da cui sono riusciti a liberarsi grazie agli eroi dell’Uck – terroristi per i serbi.
Queste sono le storie che vengono insegnate anche a scuola, due storie chiaramente inconciliabili. I sistemi scolastici sono infatti separati. Il Kosovo ha il suo programma nazionale, mentre i serbi kossovari seguono il curricolo della Repubblica Serba. Sono poche le scuole che ospitano sia alunni serbi che albanesi kossovari, e quelle poche lo fanno a rotazione.

Le minoranze non serbe
Il Kosovo ha stabilito il diritto per i bambini di etnie minoritarie di seguire i corsi delle scuole primarie nella propria lingua madre, ma il principio non sempre coincide con la realtà. Secondo il rapporto dell’Unmik del 2005, i bambini bosniaci e turchi kossovari riescono a frequentare le proprie scuole nelle aree dove si trovano in maggioranza, per il resto seguono le scuole albanesi, ma in definitiva riescono a cavarsela senza troppe discriminazioni.
Lo stesso non vale per i bambini rom, ashkali ed egiziani. Queste sono le comunità più povere e marginalizzate del Kosovo, spesso per la mancanza di mezzi non riescono a richiedere documenti identificativi, né certificati di nascita. La mancanza dei quali li esclude ulteriormente dalla società e quindi dall’accesso al sistema scolastico e sanitario, privandoli anche di qualsiasi partecipazione sociale. I rom sono particolarmente discriminati perché accusati di aver collaborato col regime serbo di Milosevic; durante il decennio di segregazione, dal 1989 al 1999.

Il lavoro minorile
Il Kosovo è tuttora un Paese povero, il tasso di disoccupazione è alto, tra il 35% e il 44% secondo le stime dell’Onu del 2005. I bambini cominciano a lavorare molto presto per aiutare i genitori a sopravvivere, in città vengono loro assegnati lavoretti come pulire i vetri delle macchine o vendere giornali e sigarette per la strada.
L’emigrazione per i giovani è ancora una possibilità molto considerata. La mancanza di lavoro e le condizioni di povertà fanno di loro una preda molto facile del crimine organizzato, che promette lavoro soprattutto alle giovani ragazze per poi costringerle alla prostituzione.

Il traffico di minori
La miseria ha reso il Kosovo una regione dove il traffico di donne e bambini è un problema sempre più grave. Lo scopo principale è lo sfruttamento sessuale, ma ci sono anche la servitù e il lavoro forzato. Secondo i dati del Dipartimento di Stato americano, il Kosovo non è soltanto una fonte di vittime ma anche uno snodo di passaggio e spesso un punto d’arrivo per le ragazze provenienti dall’Est Europa, soprattutto Moldova, Romania, Ucraina, Albania e Bulgaria. Gli sfruttatori, in seguito alle numerose indagini di polizia, hanno spostato i luoghi di prostituzione da bordelli e locali notturni a case private.
Nel 2007 lo Iom, International organization for migration, ha assistito 23 vittime kossovare, 12 delle quali erano minorenni. Spesso ragazze e bambine vengono dalle aree rurali più deboli, dove non c’è possibilità di istruzione od occupazione. Il numero di minorenni è aumentato rispetto al 2006; inoltre, mentre le vittime provenienti da altri Paesi hanno una percentuale di minorenni irrilevante, le ragazzine e bambine kossovare superano il 50% del totale.

Una situazione delicata
Il governo kossovaro ha stanziato molti fondi per cercare di aiutare le comunità minoritarie e le relazioni interetniche soprattutto tra i giovani, con campi estivi, manifestazioni, eventi. Gli sforzi per creare una comunità mista integrata ci sono, ma la situazione resta delicata. Soprattutto dopo la dichiarazione unilaterale d’indipendenza, vista dai giovani albanesi kossovari come l’uscita da un lungo incubo e la soluzione di tutti i mali, e dai giovani serbi kossovari invece come l’inizio di un incubo di segregazione legalizzata.

L’immagine: bambini rom in Kosovo, di fronte a un asilo (foto di Gianfranco Deramo).

Eva Brugnettini

(LM Magazine n. 2, 15 maggio 2008, supplemento a LucidaMente, anno III, n. 29, maggio 2008)

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Tags: ashkalibalcanichiesa orotodossakosovoMilosevicMitrovicaPećromserbiaStefano NemanjaUck
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