Grazie alle proprie civiltà, arte, cultura, tolleranza, alla posizione geografica e al sistema dello Stato sociale, il Vecchio Continente poteva essere un equilibrato esempio per gli altri. Con l’Unione europea e la sua azione antipopolare, la sua oicofobia, la sua sottomissione completa ai potentati neoliberisti e finanziari, a Usa e Nato, nonché le recenti smanie belliciste, si sta avviando rapidamente allo sfacelo. Le necessarie svolte (che non ci saranno)
Con tutto il rispetto per le culture e le arti delle altre civiltà, quando si discute sul loro valore, confrontandolo con quello raggiunto dalla civiltà europea, la domanda che vien fuori è più o meno sempre la stessa: “Dove sono i loro Dante, Michelangelo, Shakespeare, Beethoven, Puccini, Klimt, Kafka, Borges…?”. Certo, proviamo sconfinata ammirazione per la grande arte e cultura indiana, cinese, giapponese, araba (meno mirabili quelle amerindie e africane), ma resta l’impressione che certi picchi siano stati raggiunti solo dall’Europa.
Tant’è vero che i turisti extraeuropei restano a bocca aperta dinanzi alle nostre cattedrali, ai nostri affreschi, alla nostra musica, al nostro teatro…
Dai conflitti e dal colonialismo allo Stato sociale
Il nostro piccolo continente è un frastagliato insieme di terre, climi, popoli, nazioni, lingue, religioni, con in comune la base greca, romana, cristiana. Cui si sono via via aggiunti il Rinascimento, l’Illuminismo, il Romanticismo, ecc. Se quanto sopra detto vale per l’Europa, tanto più vale per l’Italia, dove – pare – vi sia l’80% delle opere d’arte dell’umanità. Inoltre, la posizione mediterranea e la tradizionale umanità le consentirebbero di essere tramite, cerniera e possibilità di dialogo tra Nord e Sud del pianeta, tra popoli, culture, risorse, commerci integrabili.
Peraltro, non si può negare che la storia europea sia stata segnata da continue guerre, stragi, genocidi, razzismi, colonialismi, imperialismi (vedi Storici orrori). Ma al riguardo vi son da fare almeno due considerazioni. 1) Da decenni è giustamente invalsa e diffusa, a partire dai libri di Storia e nelle scuole, e nella stessa sensibilità popolare, una generalizzata ammissione di tali nefandezze e conseguente riconoscimento di colpa (le altre civiltà l’hanno fatto? [leggi Razzismi, colonialismi, schiavitù: condanniamoli, ma tutti]). 2) Non esiste al mondo area politica nella quale la tolleranza verso ogni religione, ideologia, costume, stile di vita, orientamento sessuale, sia così ampia.
Quindi il Vecchio continente sarebbe potuto essere un modello per le altre popolazioni e, comunque, avrebbe potuto fare da collegamento dialogante tra le varie civiltà. Però, probabilmente, la maggiore conquista e applicazione civile dell’Europa è individuabile nello Stato sociale (Welfare State).
Un sistema contro la miseria e per la dignità umana nato da varie correnti di pensiero
Attribuito alla Gran Bretagna (Rapporto Beveridge del 1942), e sviluppato in varie forme in tutti gli stati europei a partire da quelli scandinavi, in realtà il Welfare State ha degli antecedenti e delle varianti.
È, infatti, quasi dimenticato o censurato il fatto storico che il primo completo sistema di protezione sociale fu elaborato nella Germania imperiale da un uomo famigeratamente di destra, militarista e conservatore: Otto von Bismarck. Sotto il suo governo, fra il 1881 e il 1889, venne realizzato il primo sistema previdenziale al mondo, che servì da modello per tutti gli altri Paesi. Esso comprese via via l’assicurazione contro le malattie, contro gli infortuni e un’assicurazione per la vecchiaia. È evidente che il leader politico tedesco non fosse un filantropo e che il suo scopo fosse soprattutto quello di fermare l’avanzata dei partiti operai e socialisti. Tuttavia, i risultati sociali ottenuti grazie alle sue riforme sono considerati molto positivi.
Ovviamente, però, furono i partiti marxisti di fine Ottocento a lottare strenuamente in favore di un miglioramento delle condizioni delle masse operaie, contadine, popolari. A ottenere i risultati migliori sono stati i partiti socialisti riformisti e socialdemocratici, più di quelli comunisti. Ma, come si è visto, attribuire al solo marxismo il miglioramento e la tutela delle classi disagiate sarebbe limitativo. Occorre sottolineare anche l’influenza della dottrina sociale della Chiesa cattolica (enciclica Rerum Novarum del 1891 di papa Leone XIII) e l’esempio statunitense del New Deal (1933-1943), che applicava le idee dell’economista John Maynard Keynes.
E, anche se colpiti dalla damnatio memoriae, non si può celare il fatto che i regimi fascisti e nazisti ampliarono le tutele ed elaborarono avanzati sistemi di previdenza e sostegno agli svantaggiati.
L’età dell’oro del riconoscimento dei diritti sociali
Da tutte queste correnti di pensiero si condensano alcune idee-base, che costituiscono i diritti sociali (diversi da quelli civili o da quelli politici, di carattere liberaldemocratico). Essi sono così sintetizzabili: ogni persona ha diritto a un lavoro dignitoso con una retribuzione adeguata alle proprie necessità; a una sanità pubblica, efficiente e gratuita; a un’istruzione scolastica di buon livello per i propri figli e quindi alla possibilità di migliorare il proprio status sociale; a essere aiutata in caso di disoccupazione, infortuni, malattia; a una casa dignitosa; a una pensione adeguata a fine percorso lavorativo.
Anche nella Costituzione italiana del 1948 sono stati inseriti tali princìpi e in essa si progetta uno Stato sociale perfetto da attuare nel corso del tempo.
Il Welfare State ha così costituito per decenni una barriera contro il capitalismo più spietato, quello liberista e fondato sulle speculazioni finanziarie, nonché sul crudele, disumano sfruttamento dei lavoratori.
Ma la fine dell’Unione sovietica (1989) – spauracchio dei regimi capitalisti, che dovevano tener buone le masse per evitare la vittoria elettorale al loro interno dei partiti socialisti e comunisti – e i cambiamenti economici e demografici (immigrazione e invecchiamento della popolazione, robotizzazione del lavoro, rivoluzioni industriali e informatiche, ecc.) hanno mandato in crisi lo Stato sociale.
Il disastro dell’Unione europea
L’Unione europea, che ha sostituito le iniziali Comunità europee, basate su semplici trattati economici tra liberi Stati sovrani, è stata via via imposta come entità sovranazionale che decide senza alcun sostegno popolare su tutto e tutti, a partire dalla folle scelta della moneta unica, con lo scopo finale di proteggere gli interessi del capitalismo neoliberista e finanziario di marca soprattutto anglosassone/germanica, a scapito delle singole sovranità nazionali e delle tutele dei più deboli.
Un mostro che si può paragonare a quello di Frankenstein, sia perché l’Ue è formata da corpi/Nazioni troppo differenti tra loro (Sud cattolico/Nord protestante; mediterranei/baltici; Paesi ex sovietici), sia perché violenta e irrazionale. Inoltre, negli ultimi anni essa si è fatta portavoce degli interessi guerrafondai (vedi sottomissione a Usa e Nato, appoggio incondizionato all’Ucraina e il rifiuto di ogni possibilità di accordo con la Russia, con evidenti danni economici nella fornitura di energia a basso costo).
Per di più, per ottenere l’appoggio dei cosiddetti partiti di sinistra, ormai radical chic, l’Ue si è fatta intollerante portavoce dei fanatismi ecologisti e delle follie del politicamente corretto e del woke. Si è così alimentato uno scontro orizzontale fittizio (donne/uomini; immigrati/autoctoni; omosessuali/eterosessuali; neri/bianchi), sottacendo quello, vero, verticale, tra ricchi/poveri, basso/alto, sfruttati/privilegiati. Infine, con la cancel culture, sta prevalendo l’oicofobia, il disprezzo di se stessi, delle proprie radici e tradizioni, in particolare cristiane, e della propria civiltà.
Inversione di rotta o scioglimento?
Nonostante i disastri provocati e i generali impoverimento e precarizzazione delle popolazioni europee, non si intravvede alcun segnale di cambiamento. Quale sarebbe il rinnovamento o, meglio, il ritorno a un recente passato, che l’Europa dovrebbe attuare?
Invece di essere inerme e disunita in politica estera e dittatoriale, livellatrice, tecnocratica, al proprio interno, su popoli e cittadini, l’Unione europea dovrebbe essere coesa in politica estera e rispettosa, anzi fiera, della ricchezza delle sue tante identità nazionali e locali (le vere “diversità”). Dovrebbe valorizzare la propria posizione geopolitica, crocevia tra Occidente e Oriente, Nord e Sud, nel quadro globale e multipolare del pianeta. Viste anche le recenti polemiche e il disprezzo manifestato dal presidente statunitense Donald Trump, dovrebbe riallacciare i rapporti con la Russia, recuperando quel progetto eurasiatico dall’Atlantico agli Urali, auspicato da Charles De Gaulle. E, come ampiamente detto, ripristinare il proprio invidiabile modello socioeconomico: lo Stato sociale.
Ma tale inversione di rotta non potrà avvenire perché l’Ue è nata proprio affinché il continente diventasse una colonia del neoliberismo di marca statunitense a scapito delle classi sociali meno avvantaggiate. È come chiedere a un feroce e spietato animale carnivoro predatorio di diventare vegetariano o domandarsi ingenuamente perché stia sbranando la propria preda. Allora, se non è troppo tardi, la soluzione migliore non sarebbe la dissoluzione del mostro e il ritorno alle antecedenti sovranità (e monete) nazionali?
Molti sono i contributi critici verso i disastri dell’Unione europea ospitati dalla nostra rivista/blog. Eccone alcuni, in stretto ordine alfabetico:
- Bettino Craxi e le sue perplessità e profezie sull’Unione europea
- Cioran sull’autodistruzione della civiltà europea
- I cittadini hanno voluto l’Unione europea?
- Il declino del Belpaese, debole stato satellite degli Usa
- La frenesia militarista che rischia di annientare il mondo
- Gli inganni dell’Unione europea
- Ida Magli, a un anno dalla morte. 1: La dittatura europea
- Per un altereuropeismo
- L’Unione europea è fallita… anzi, no, è un successo
- Unione europea, la crescita dei nazionalismi
- Il “vero” simbolo dell’Unione europea
Le immagini: elaborazioni con l’intelligenza artificiale generativa attraverso Google Gemini secondo la licenza per uso libero e gratuito.
Rino Tripodi
(Pensieri divergenti. Libero blog indipendente e non allineato)

















