Ennesima doccia fredda per il progetto simbolo del governo Meloni. La Società Stretto di Messina è costretta a restituire un mucchio di denaro all’Unione europea, mentre l’Autorità dei Trasporti mette in dubbio l’intero piano tariffario. Un’opera che doveva unire l’Italia, ma che sembra dividerla sempre di più tra propaganda e realtà. Il sogno (costoso) di Salvini si sgretola tra ritardi e conti irrealistici?
Le parole sono importanti. Quando si parla di un’infrastruttura da decine di miliardi di euro, che dovrebbe connettere due realtà economiche e sociali complesse come Sicilia e Calabria, la leggerezza diventa un lusso imperdonabile. Eppure, il ministro Matteo Salvini ha fatto della leggerezza il suo marchio di fabbrica, trasformando il Ponte sullo Stretto in un simbolo di una modernità urlata più che pensata.
Oggi, però, i fatti parlano un linguaggio diverso. Pesante. E per il progetto, due nuove, durissime bocciature rischiano di spazzare via l’entusiasmo di comodo delle ultime conferenze stampa.
La prima doccia fredda: 12 milioni da restituire all’Europa, il conto del ritardo
Cominciamo dalla fine, o meglio, dal conto. Nel bilancio 2025 della Società Stretto di Messina, consultabile dal 27 maggio, c’è una riga che dovrebbe far riflettere anche i più accesi sostenitori dell’opera. A pagina 101, si legge che ben «12,375 milioni di euro», ricevuti dall’Unione europea a fine 2024 per la progettazione esecutiva, dovranno essere restituiti». Motivo? Lo slittamento dei tempi. L’iter approvativo è talmente lento e farraginoso che non si è rispettata la scadenza di aprile 2026 prevista dall’accordo con Cinea (l’agenzia europea per il clima e le infrastrutture).
La somma è già stata riclassificata da “risconti passivi” ad “altri debiti”. Un eufemismo contabile per dire: “soldi pubblici italiani che finiscono nella disponibilità della società e che ora dovranno tornare indietro, con la coda tra le gambe”.
L’amministratore delegato Pietro Ciucci ha cercato di minimizzare, definendo la restituzione “momentanea” e assicurando che si riproverà a partecipare ai prossimi bandi. Ma è una difesa debole. Non si tratta di un intoppo burocratico: è la certificazione ufficiale che il progetto, nonostante gli annunci trionfalistici, è fuori tempo massimo già nella fase di avvio. Restituire 12 milioni all’Europa (i famosi fondi che Salvini dice di saper “portare a casa” meglio di chiunque altro) è un flop clamoroso, un segnale di inaffidabilità che Bruxelles difficilmente dimenticherà.
La seconda bocciatura: il pedaggio da 27 euro e l’allarme dell’Autorità
Se la restituzione dei fondi è la pagina contabile, il parere dell’Autorità di Regolazione dei Trasporti (ART) è la pagina politica e strategica. Ed è una lettura impietosa. L’ART, nell’analizzare il Piano economico-finanziario (Pef), ha smentito di fatto la narrazione leggera del Ministero. Salvini parlava di pedaggi tra i 4 e i 10 euro. L’ART certifica che la «tariffa media annua a veicolo» nel primo anno di apertura (oggi ipotizzato nel 2034) sarà di «27,4 euro», destinata a salire fino a quasi 50 euro nel 2063.
Ciucci ha ribattuto che quella cifra è una “media ponderata”, mentre per le auto il costo si attesterà sui 4-7 euro. Ma il punto non è il singolo ticket. Il punto è che l’ART ha bocciato l’impostazione generale del piano, ritenendolo inadeguato nella sua staticità. L’Autorità chiede un monitoraggio strutturato e severo, perché le previsioni di traffico (oltre 10 milioni di auto l’anno per essere autosufficiente) appaiono oggi puramente campate in aria.
L’Authority ha usato parole diplomatiche ma inequivocabili: il piano “non può essere considerato uno strumento statico”, deve essere verificato nel tempo e, soprattutto, «l’eventuale definizione di un sistema tariffario sarà rimandata a ridosso dell’apertura». Tradotto: “Signori, i vostri numeri non stanno in piedi. Prima costruite, poi vediamo come riempire il buco”.
La macchina dei costi: 116 dipendenti e una piramide rovesciata
Infine, c’è la questione morale, sollevata con forza dal deputato di Avs Angelo Bonelli. La Società Stretto di Messina è descritta come una “macchina costosa” costruita attorno a un’opera “inutile e dannosa”. I numeri gli danno ragione: in un anno il personale è passato da 84 a 116 unità, con un incremento che riguarda quasi esclusivamente dirigenti e quadri (89 su 116 totali). Una piramide rovesciata dove i “cervelli” comandano e gli operativi sono una sparuta minoranza.
Con il placet governativo, alcuni di questi dirigenti godono di una deroga al tetto dei 240mila euro di stipendio per le pubbliche società. Si costruisce un cantiere di carta, pagato profumatamente, mentre l’opera reale non decolla.
L’analisi finale: l’incantesimo si rompe
Matteo Salvini ha fatto del Ponte il proprio cavallo di battaglia, un simbolo di riscatto identitario contro i “profeti della catastrofe” e i “burocrati europei”. Ma oggi la realtà è spietata. L’Europa non solo chiede i soldi indietro, ma boccia i tempi. L’Autorità dei Trasporti smonta la favola del pedaggio a buon mercato. E i bilanci raccontano di una società pubblica ipertrofica e costosa.
Non si chiede di abbandonare l’idea di un collegamento stabile sullo Stretto. Sarebbe miope. Si chiede serietà. Si chiede di smettere di prendere i cittadini per turisti, illudendoli con cifre irrealistiche (il pedaggio a 4 euro è una fake data ancora prima di nascere). Si chiede di restituire quei 12 milioni con la consapevolezza che non è un incidente di percorso, ma il sintomo di un metodo sbagliato: il metodo della propaganda che corre più veloce dei cantieri, per poi schiantarsi contro i muri della contabilità reale.
Il Ponte sullo Stretto rischia di diventare l’emblema di un’Italia che annuncia il futuro, ma resta impantanata nel presente. E i 12 milioni da restituire all’Europa sono solo l’ultimo, umiliante capitolo di questa triste storia (leggi anche Alessandro Gianni, Ponte sullo Stretto di Messina? Un progetto che non sta in piedi, 19 gennaio 2026, in https://www.greenpeace.org/italy/).
Spoiler (senza spoiler, tanto lo sappiamo già): Tra qualche anno, su quel ponte non passerà nessuna macchina. Ma ci passerà benissimo un’altra cosa: la morale della Storia. E sarà sempre la stessa: “I soldi europei li restituiamo. Gli stipendi dei dirigenti no”. Risate. Applausi. Fine (Il ponte, ovviamente, non comincia nemmeno).
Le immagini: lo Stretto di Messina, l’ipotetico ponte, Messina e Villa San Giovanni, elaborate con l’intelligenza artificiale generativa attraverso Google Gemini secondo la licenza per uso libero e gratuito.
Marco Monetini
(Pensieri divergenti. Libero blog indipendente e non allineato)
















