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Home VECCHI ARTICOLI IL PIACERE DELLA CULTURA

“Il volto era come illuminato di luce”

Dalla redazione by Dalla redazione
25 Maggio 2008
in IL PIACERE DELLA CULTURA
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La vera storia di Giuseppe Alba (pp. 42, € 8,00) di Vincenzina Fiorentino, terza uscita della collana di letteratura Nerissima della inEdition editrice, schiude uno spiraglio di riflessione sia sulle vicende della Storia, in particolare dell’emigrazione italiana, sia sulla precarietà della condizione umana. Giuseppe Alba è un uomo buono e generoso, e per questo schiacciato dalla malvagità degli umani e dai meccanismi sociali. A ricostruirne la vicenda sarà un altro personaggio, Guido Veraldi, un anziano storico in crisi creativa ed esistenziale, che via via si appassiona alle vicissitudini di Alba, fino a decidere di divenire nobile strumento di denuncia dell’ingiustizia e di ristabilimento della verità.
Del prezioso testo, riportiamo il resoconto del proprio viaggio verso l’Argentina trascritto dallo stesso personaggio che dà il titolo al libro, in una lettera rivolta a Veraldi.

Correva il 30 giugno del 1963 quando, dal porto di Napoli, salpò la nave che mi avrebbe condotto a Buenos Aires. Avevo solo diciannove anni. Ero un giovane pieno di vita e di belle speranze.
Ricordo che durante i preparativi per quella partenza ero felice, sebbene il pensiero di dovermi allontanare da quanto mi era più caro non mi abbandonasse mai. Avevo molti amici. Con loro trascorrevo buona parte delle mie giornate. Quando mi accomiatai da loro, m’incoraggiarono dicendomi che anche essi avrebbero fatto di tutto per andare via. Avevo anche una ragazza a Camino. Si chiamava Nina. Lei non voleva che io partissi. Le spiegai che era necessario, che quello che stavo per fare lo facevo per entrambi, e la rassicurai dicendole che, tempo un anno, sarei ritornato per sposarla, per poi ripartire con lei verso l’Argentina. Lei mi promise che mi avrebbe aspettato, e che niente e nessuno l’avrebbe separata da me. Pianse molto, la mia Nina, quando ci salutammo.
Lasciavo tutto questo, quel 30 giugno. Fu un viaggio interminabile. Durò circa un mese. Mi sembra di sentire ancora l’odore del mare. Eravamo in tanti stipati su quella nave. Ricordo che la quiete surreale dalla quale ci lasciavamo avvolgere durante la traversata, era sovente rotta dalle grida di alcuni bambini che si rincorrevano come forsennati, e dalle urla delle loro madri, anch’esse bambine. Stavo affrontando il mio primo lungo viaggio. Osservavo tutto perché di tutto volevo fare tesoro. Quando, però, posavo lo sguardo sui miei compagni di ventura, mi sembrava di non cogliere nulla di nuovo. Avevo la netta sensazione di specchiarmi in loro. In seguito capii che ciò accadeva, poiché il volto di ciascuno di noi era come illuminato da una luce che ci rendeva uguali gli uni agli altri. La luce di chi è convinto di esser sospeso tra due mondi. Quello che ci stavamo lasciando alle spalle fatto di incertezza e povertà, e quello verso cui ci stavamo avviando, fatto di lavoro e benessere. Parlavamo, scherzavamo, ridevamo, ma spesso ammutolivamo e scrutavamo in lontananza, con sguardo imperturbabile, l’orizzonte infinito.
Il giorno che scorgemmo la terraferma ci abbandonammo ad una gioia irrefrenabile. Ci abbracciammo fraternamente tra urla e risa. Ricordo che a quella esplosione di gioia seguirono attimi di silenzio e commozione. Lo stesso sogno e la stessa attesa ci avevano accompagnato in quel lungo viaggio, e di lì a poco le nostre strade si sarebbero divise per sempre. In quegli attimi, nessuno di noi disse niente all’altro. Ci guardammo soltanto, senza profferire parola.
Al momento dello sbarco si formò una lunga fila. I controlli alla dogana erano minuziosi e lenti. Quando arrivò il mio turno mi reggevo in piedi a fatica, al punto che temetti di crollare proprio lì, davanti a quegli uomini, che da dietro un tavolo si apprestavano a chiedermi i documenti e a prendere i miei bagagli. Ricordo, allora, che raccolsi tutte le forze che mi restavano, certo che, oltre quella invisibile linea di confine, sarei stato, finalmente, un uomo libero.

(da Vincenzina Fiorentino, La vera storia di Giuseppe Alba, Prefazione di Ennio Masneri, inEdition editrice/Collane di LucidaMente)

L’immagine: particolare di una foto di immigrati nella Great Hall ad Ellis Island, tratta da Canto e narro. Antologia letteraria dell’emigrazione calabrese, supplemento a la Regione Calabria, n. 11-12, novembre-dicembre 1990, p. 8.

Alessandra Cavazzi

(LucidaMente, anno III, n. 30, giugno 2008)

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Tags: ArgentinaBuenos AirescavazziEnnio MasneriineditionLa vera storia di Giuseppe AlbanapoliVincenzina Fiorentino
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