L’ampio volume “Ucraina. La ‘Dottrina Brzezinski’” (Byoblu Edizioni) di Gianfranco Peroncini spiega le profonde motivazioni geopolitiche dell’azione militare russa iniziata nel 2022, ma provocata molto prima da Usa, Nato e Unione europea
Come si potrebbero collegare la defenestrazione di Silvio Berlusconi dal Governo dell’Italia, avvenuta nel novembre 2011 per un complotto interno e internazionale, e la strana “abdicazione” di papa Ratzinger, Benedetto XVI, del 10 febbraio 2013? Qual è il comune denominatore di due fatti certamente inconsueti, ma apparentemente slegati e distanti?
La risposta può spiegare anche gli avvenimenti e le tensioni che hanno scatenato la guerra russo-ucraina, ancora in corso, con le sue orrende stragi.
E se partissimo dalle posizioni di Benedetto XVI e Berlusconi verso la Russia?
Ebbene, uno dei desideri e dei progetti di Benedetto XVI era quello di pervenire a una riconciliazione con il Patriarcato di Mosca e, pertanto, a un avvicinamento tra il mondo cattolico con sempre meno fedeli e quello ortodosso, ben più rigoglioso. Si trattava, peraltro, di un epocale segnale per la costruzione di un comune quanto robusto baluardo all’espansionismo islamico (al riguardo è significativo anche l’ormai celebre “Discorso di Ratisbona” tenuto dal pontefice il 12 settembre 2006, che scatenò le ire dei musulmani e delle sinistre immigrazioniste filoislamiche).
Ma non si trattava solo di un fatto religioso. L’integrazione euro-russa, in realtà logica, congrua e congruente, era auspicata anche dal Governo Berlusconi (ottimi erano i rapporti tra il Cavaliere e Vladimir Putin), dalla Germania di Angela Merkel (non a caso il Paese che riceveva le più numerose risorse energetiche dalla Russia a un costo conveniente, come l’Italia) e da altri Stati europei.
Però sia il premier italiano che il pontefice tedesco furono subito investiti da orchestrate campagne scandalistiche e manovre finanziarie estere. Nel novembre 2011 il differenziale di rendimento (il famigerato spread) tra i Btp italiani e i Bund tedeschi si innalzò oltre ogni sostenibilità finanziaria per il Belpaese (il 9 fu toccato il record di 574). Fu l’occasione per il presidente della Repubblica, il filoamericano ex comunista Giorgio Napolitano, per spingere Berlusconi a dimettersi, investendo il tecnocrate Mario Monti. Del suo governo “tecnico” si ricordano, su pressione dell’Unione europea, i provvedimenti da macelleria sociale, tra i quali la sadica Riforma Fornero sulle pensioni.
E, sull’altra sponda del Tevere, si pensi solo che dal 1° gennaio all’11 febbraio 2013 (guarda caso, un giorno dopo le dimissioni di Ratzinger), i bancomat della Città del Vaticano furono bloccati dalla Deutsche Bank.
Il sabotaggio del progetto di un’unione pacifica dall’Atlantico agli Urali
Potrebbero essere pure altri i risvolti delle vicende di quegli anni, ma i casi Berlusconi-Ratzinger sembrano essere alcuni dei tasselli del mosaico che hanno disegnato l’attuale quadro internazionale, con l’Occidente che, spinto dagli Stati uniti, ha rovesciato il progetto di un’alleanza con la Russia postsovietica. Nell’ultimo decennio del XX secolo, infatti, si ipotizzava pure la sua entrata nell’Unione europea o nella stessa Nato, visto che, dopo la fine della Guerra fredda, non esisteva più alcuna possibilità di conflitto con essa. Semmai il comune pericolo sembrava essere il terrorismo islamico (al-Qaeda e Isis in primis). E si ipotizzò persino allo scioglimento dell’Alleanza atlantica, visto che l’Occidente non aveva più alcun nemico comunista da contrastare.
A provare a farci capire cosa, come e perché sia successo quello che ci ha condotto a masochistici rapporti con la Russia (a cominciare dagli autogol delle sanzioni) e che ci sta portando verso un’inconcepibile guerra nucleare col gigante euroasiatico è Gianfranco Peroncini col proprio volume Ucraina. La “dottrina Brzezinski”. Prima della guerra: geopolitica e disinformazione nel conflitto tra Russia e Ucraina (Byoblu Edizioni, pp. 472, € 23,00). Il saggista ricostruisce accuratamente le strategie geopolitiche di fondo che hanno permeato non solo questo primo quarto del XXI Secolo, ma anche i precedenti, e che spiegano la progressiva supremazia statunitense.
Per gli Usa un’Europa in buoni rapporti con la Russia è un pericolo mortale
Si potrebbe partire dalla “Dottrina Brzezinski”, che dà il titolo al libro. Ma, come vedremo, si potrebbe risalire ancora più indietro nel tempo. Zbigniew Brzezinski è stato un politologo polacco naturalizzato statunitense, vicino al Partito democratico. Al centro della sua “dottrina”, che ha guidato la politica estera Usa negli ultimi decenni, vi è l’idea che una Russia integrata nell’Europa costituisca un pericolo mortale per il predominio mondiale statunitense. Occorre, perciò, far di tutto affinché il gigante euroasiatico sia debole e l’Unione europea sia in contrasto con esso.
Per ottenere tutto ciò, gli Stati uniti, rimangiandosi ogni promessa verbale post disgregazione dell’Urss, hanno incluso nella Nato (oltre che nell’Ue) tutti i Paesi un tempo dominati dalla Federazione comunista, fino ad arrivare, con l’Ucraina, ex repubblica sovietica, agli attuali confini occidentali russi.
Si tratta di una riedizione della teoria dell’Heartland (“cuore dei continenti”) del geopolitico inglese Arnold J. Mackinder: chi occupa l’Eurasia controlla il mondo. Una replica del “Grande Gioco” ottocentesco. Ma oggi, per una potenza talassocratica come gli Usa, impedire un’integrazione politica e soprattutto economica che vada dal Portogallo all’Asia centrale, fino a Vladivostok, è vitale.
Certo, i russi hanno invaso la Crimea nel 2014 e il Donbass nel 2022, ma, tra le molteplici possibili perorazioni a loro giustificazione, vi sono: 1) il colpo di stato (Euromaidan) del 2014 finanziato e guidato dall’Occidente, che ha rovesciato il legittimo presidente ucraino (Viktor Janukovyč), non del tutto allineato a Usa e Nato; 2) l’oppressione e le stragi compiute da Kiev (anche con l’ausilio di milizie paramilitari neonaziste) nei confronti dell’etnia russa, di gran lunga maggioritaria nel Donbass; 3) la continua espansione verso est dell’Occidente fino alla volontà di far entrare l’Ucraina nella Nato; 4) i potenti e incessanti armamenti donati all’Ucraina, a dimostrazione di una reale volontà di sconfiggere sul campo la Russia; 5) la totale mancanza di dialogo e il sabotaggio dei tentativi di pervenire a una pace di compromesso, almeno fino all’elezione di Donald Trump (leggi anche Aggrediti e aggressori e Verso il massacro nucleare?).
Perché l’Ucraina è vitale
Esistono territori ambìti per la loro ricchezza e altri per la loro importanza geostrategica. Nel caso della povera Ucraina, alle ricchezze del suo territorio (non solo minerarie, ma pure agricole, visto che si tratta di un immenso granaio con una delle “terre nere” più fertili del mondo), si assomma la decisiva posizione geografica di cerniera/faglia euroasiatica.
La guerra è dunque combattuta dall’Ucraina per conto degli Stati uniti, «con l’Europa a rimorchio». Per la Russia la posta in gioco è la propria sicurezza e l’eventuale controllo dell’Eurasia; per gli Usa l’obiettivo è impedire entrambi. Del resto, la Russia o esiste come Impero sconfinato e plurinazionale oppure muore, disgregandosi, come già è in parte successo dopo il folle suicidio del 1989 e degli anni seguenti.
Peroncini ricostruisce sinteticamente fino agli ultimi avvenimenti la spesso indistinguibile storia dell’Ucraina e della Russia, i loro profondi legami e le differenze e i contrasti, dal Medioevo al comune destino sovietico, con l’orrore stalinista dell’Holodomor, che di certo ha lasciato un doloroso ricordo negli ucraini, che difatti accolsero i nazisti come liberatori e in molti furono collaborazionisti. Ma tragiche furono pure le sviste di Lenin (diritto alla secessione delle repubbliche sovietiche), di Stalin (annessione della Galizia antirussa all’Ucraina dopo la Seconda guerra mondiale) e di Nikita Chruščëv (inclusione della Crimea nell’Ucraina).
L’“Impero del Sol calante”…
Peroncini non si limita a scandagliare le strategie geopolitiche statunitensi degli ultimi anni ma mostra come le prepotenze, le aggressioni, i colpi di stato eteroguidati siano una costante della politica estera statunitense. Tra gli interventi diretti più “sporchi”, quelli rivolti al Texas messicano, alle pacifiche Hawaii, ma anche a Cuba (due volte), alle Filippine, fino ai più recenti casi di Serbia, Iraq, Libia, ecc. (per non dire dei golpe, degli assassini politici, dei ricatti economici, dello spionaggio capillare), pure senza mandato dell’Onu e con l’intervento della Nato. Alleanza militare, quest’ultima, che, per statuto, avrebbe solo scopi difensivi nell’ambito di quella Guerra fredda finita e che, pertanto, dovrebbe essere sciolta. Invece, ha operato dappertutto e ora conosce una riedizione anti Putin.
Nella lunga Appendice l’autore si concentra sugli ingressi degli Usa a conflitto iniziato nella I e nella II Guerra mondiale, tutti legati non a motivazioni ideali (appoggio ai regimi liberali contro le antiquate monarchie o i fascismi), ma a interessi molto più concreti: «I grandi conflitti non sono ideologici ma geopolitici», dettati da enormi interessi economici per il possesso/controllo di risorse e mercati e quasi sempre sono di lunghissima durata, scavalcando i secoli.
Molto interessante è, in Appendice al volume, la denuncia del ruolo che hanno assunto nelle decisive scelte di politica estera e bellica dell’“Impero del Sol calante” gli enti non governativi, i cosiddetti think thank, gestiti, permeati e dominati da élite economiche, accademiche, politiche, militari. Il tutto a favore dei profitti del famoso «complesso militare-industriale». In primis, nel secondo conflitto mondiale, il Council on Foreign Relations.
Ma crediamo di aver già svelato fin troppo del libro di Peroncini. Per unire tutti gli spunti che vi abbiamo fornito pervenendo a un quadro completo, l’unica azione da fare è leggere, con attenzione e pazienza, l’intera pubblicazione.
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Rino Tripodi
(Pensieri divergenti. Libero blog indipendente e non allineato)


















