L’uomo che previde i subprime nel 2008 ha già chiuso il suo fondo per puntare su una bolla diversa: quella dell’intelligenza artificiale
Se, come abbiamo visto in un nostro articolo (Perché e come l’Italia odierna ha scansato una grande crisi economico-finanziaria…), il mattone italiano ha retto, lo stesso non si può dire della fiducia di Michael Burry nei confronti dei mercati azionari americani — e in particolare del settore che oggi muove tutto: l’intelligenza artificiale.
Lo scorso autunno Burry ha annunciato la liquidazione di Scion Asset Management, il fondo con cui aveva continuato a operare dopo il successo planetario della scommessa contro i subprime raccontata ne La grande scommessa (2015, regia di Adam McKay, tratto dal libro di Michael Lewis Il grande scoperto).
Le nuove “grandi scommesse” di Burry sui titoli IA
In una lettera agli investitori datata 27 ottobre, l’investitore ha spiegato la decisione in modo netto: la sua valutazione del valore dei titoli non era, in quel momento, e non lo era da tempo, in linea con quella attribuita dai mercati. Il fondo ha smesso di essere registrato presso la Sec (Securities and Exchange Commission), l’authority di vigilanza statunitense, segnando — secondo quanto riportato dal Financial Times — la seconda chiusura della carriera di Burry dopo quella del 2008.
Prima di chiudere i battenti, Scion aveva scommesso pesantemente al ribasso su due delle aziende simbolo del boom dell’intelligenza artificiale: secondo le comunicazioni regolamentari riferite al 30 settembre 2025, il fondo deteneva opzioni put su Nvidia per circa 187 milioni di dollari e su Palantir per circa 912 milioni, per un controvalore nozionale complessivo superiore al miliardo di dollari. Una mossa arrivata dopo una corsa dei due titoli che lo stesso Burry ha definito sconnessa dai fondamentali: Nvidia è diventata la prima azienda al mondo a toccare i 5mila miliardi di dollari di capitalizzazione, mentre Palantir ha guadagnato oltre il 170% nell’anno.
Burry non si è limitato alle scommesse di mercato: ha anche puntato il dito contro le pratiche contabili dei grandi colossi tecnologici. Secondo la sua analisi, i principali hyperscaler — tra cui Amazon, Google, Meta, Microsoft e Oracle — avrebbero esteso artificialmente la vita utile contabile dei propri server e Gpu (Graphics Processing Unit, o Unità di elaborazione grafica) dedicati all’AI, passando da tre a sei anni di ammortamento, una pratica che secondo le sue stime gonfierebbe i profitti dichiarati nel triennio 2026-2028 per circa 176 miliardi di dollari.
Il paragone con la bolla dot-com
Nei mesi successivi alla chiusura del fondo, Burry ha continuato a pubblicare le proprie analisi attraverso i social e Substack, alzando progressivamente i toni. In un post di inizio maggio 2026 ha citato dati Bloomberg e Btig per sostenere che l’attuale euforia sui titoli legati ai semiconduttori e all’AI avrebbe già superato, per intensità, quella delle dot-com di fine anni Novanta: durante il boom 1999-2000 il titolo campione del periodo, Qualcomm, aveva guadagnato il 2.620% in 52 settimane, mentre tra maggio 2025 e maggio 2026 SanDisk avrebbe segnato un rialzo di circa il 3.960%.
Un altro indicatore citato da Burry è lo Shiller Cape ratio, la misura ciclicamente aggiustata delle valutazioni di Wall Street, che l’8 maggio 2026 si attestava a 40,1 — un livello toccato nella storia di mercato solo al picco della bolla dot-com. Storicamente, sottolinea l’analisi, ogni volta che questo indicatore ha superato quota 35 i rendimenti reali sui dieci anni successivi si sono avvicinati allo zero o sono risultati negativi.
Un campanello d’allarme, non una certezza
Va detto, con onestà, che il track record di Burry sul timing delle sue previsioni è meno solido di quello sulla diagnosi: chi seguì i suoi allarmi sulla bolla dot-com già nel 1998 perse comunque i forti guadagni dell’ultimo anno di rialzi prima del crollo del 2000. Individuare correttamente una bolla, insomma, non equivale a saperne prevedere il momento esatto dello scoppio.
Resta il fatto che, mentre l’Italia ha attraversato senza scossoni il rialzo dei tassi sui mutui evitando il bisogno di un “nuovo Burry” sul fronte immobiliare, lo stesso Burry ha scelto proprio in queste settimane di chiudere la propria attività storica per concentrarsi — secondo molti osservatori, attraverso un family office più libero da vincoli regolatori — su quella che considera la prossima, possibile, grande scommessa: non più il mattone, ma i server e i chip dell’intelligenza artificiale.
Le immagini: elaborate con l’intelligenza artificiale generativa attraverso Google Gemini secondo la licenza per uso libero e gratuito.
Marco Monetini
(Pensieri divergenti. Libero blog indipendente e non allineato)
















