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La violenza di un “Bambino”

Il recente romanzo storico di Marco Balzano, edito da Einaudi, narra una vicenda “triestina” avvincente quanto brutale, ambientata durante il regime fascista e la Seconda guerra mondiale. Il protagonista è Mattia, ragazzo dal viso di fanciullo

Ugo Pietro Paolo Petroni by Ugo Pietro Paolo Petroni
13 Novembre 2024
in LIBRI, RECENSIONI, STORIA
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La violenza di un “Bambino”
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Il recente romanzo storico di Marco Balzano, edito da Einaudi, narra una vicenda “triestina” avvincente quanto brutale, ambientata durante il regime fascista e la Seconda guerra mondiale. Il protagonista è Mattia, ragazzo dal viso di fanciullo

Il nuovo libro dello scrittore milanese Marco Balzano, Bambino (Einaudi, pp. 224, € 19,00), è un romanzo storico che ha per titolo il soprannome del protagonista Mattia Gregori, dovuto al suo viso da fanciullo.
Mattia nasce a Trieste nel 1900. Balzano colloca il racconto della sua storia personale, avvincente e dolorosa, in un arco temporale che va dal novembre 1918 all’estate del 1946; pochi decenni in cui Trieste, città cosmopolita e di frontiera, conosce il passaggio dall’Impero asburgico allo Stato italiano, il regime fascista, l’occupazione nazista e jugoslava.

Il giovane Mattia e il suo trauma
All’inizio del romanzo Balzano descrive come «noiosa e interminabile» l’infanzia di Mattia: questi la trascorre in buona parte nell’orologeria del padre, a passargli pinze e minuscoli cacciaviti. Suo fratello Adriano aveva dodici anni più di lui, che sono troppi per giocare assieme e, poco prima della Grande Guerra, era emigrato in America.
Mattia mostra poco interesse per la scuola e ha un unico amico, Ernesto, vicino di casa e figlio di un italiano e di una slovena. A forza di frequentare Ernesto e sua madre Ksenija, ottima cuoca, il giovane triestino, prima di finire il ginnasio, impara lo sloveno.
Poi un evento inaspettato lo traumatizza e lo trasforma per il resto della vita. Tella, la donna che Mattia chiamava mamma, prima di morire gli svela che lei non è la sua vera madre, ma lo è una donna che non conosce né ha mai visto. Questa rivelazione ha un effetto devastante sulla psiche di Mattia, che non accetta di essere stato ingannato sin dalla nascita; soprattutto soffre per il silenzio ostinato e incrollabile con cui il padre Nanni si mostra reticente e oppone resistenza al suo desiderio di conoscere la vera madre.
L’adesione alla violenza fascista
Preso dallo sconforto, il protagonista del romanzo decide di cercarla da solo e, ossessionato dal vuoto interiore e dal desiderio di trovarla, si unisce agli squadristi fascisti che un compagno di scuola, Piero Tonetti, gli ha presentato.
Mattia asseconda lo sdegno per il bolscevismo, i sindacati, gli slavi, i contadini dell’Emilia, proponendo ai fascisti un contraccambio: «Sarò dei vostri, certo, ma anche voi dovete aiutarmi. Cerco mia madre. Non l’ho mai conosciuta, non so nemmeno se è italiana o no».
Con l’ingresso tra le file degli squadristi la vita di Bambino si trasforma e viene come fagocitata nelle sabbie mobili di una violenza brutale: «Sapevo dove colpire – annota – affondavo le ginocchia nel ventre, i gomiti nel collo, mordevo come un cane, i pugni che tiravo ferivano con le nocche. La mia durezza spaventava le vittime e le stesse camicie nere».
E, pensando alla madre, riflette: «Il miraggio di incontrarla mi era entrato nel sangue: muoveva i miei passi, cancellava i pensieri e mi faceva picchiare senza pietà».
La presa di coscienza con la guerra in Albania
A venticinque anni Mattia diventa capomanipolo della Milizia ma vi rimane soprattutto per guadagnare qualche soldo e tenersi al riparo da un lavoro vero. Senza novità positive sul versante ricerca della madre, inizia a recitare la parte del fascista convinto, anche se convinto non lo è affatto.
Passano altri quindici anni e dopo lo scoppio della guerra la falsa identificazione di fascista violento che Mattia si era costruito si sbriciola inesorabilmente e dentro di lui qualcosa cambia ancora.
Combatte volontario in Albania e in quella terra impervia conosce da vicino il gelo, le tempeste di pioggia, i morsi della fame, l’insopportabile vita di stenti. Finisce con l’odiare i generali del duce e il duce più di tutti, perché aveva riempito di falsità la testa degli italiani e insieme ai suoi sottoposti lo aveva mandato a morire, come un mulo qualunque, in un posto dove nessuno avrebbe mai più ritrovato il suo corpo.
Al suo ritorno a Trieste nel giugno del 1941 e fino all’armistizio dell’8 settembre 1943 Mattia non riprende l’attività di picchiatore di operai e contadini ma diventa uno speculatore del mercato nero. Malgrado gli risulti difficile, riesce a vincere il disgusto che sente per dover spennare la gente che veniva a recuperare pochi grammi di carne e un po’ di frutta per qualche parente malato o per dei bambini piccoli.
La lotta per la sopravvivenza continua
Dopo l’armistizio sopravvive facendo il delatore a beneficio prima degli occupanti nazisti, poi di quelli jugoslavi. Infatti, quando, subito dopo l’armistizio, le truppe naziste occupano Trieste, Mattia è travolto dall’istinto di sopravvivenza e si rende disponibile a consegnare al comando tedesco i nemici del Reich: ebrei, comunisti, partigiani.
Però, il 1° maggio del 1945 a Trieste arrivano le truppe di occupazione di Tito e persino l’essere partigiani o antifascisti non garantisce di essere al sicuro. Mattia, pur essendo guardingo per via del suo passato fascista, viene catturato e deportato nel terribile campo di concentramento di Borovnica.
Durante il percorso per raggiungerlo sperimenta l’umiliazione di diventare una larva, deformato dalla fame e dalle percosse, e l’orrore di vedere intorno a sé cadaveri di deportati, abbandonati alle bestie del bosco. Annota con disperazione: «Chi ha provato il campo non può avere paura della morte. La invoca a ogni istante».
Ma la sua ultima ora non è ancora arrivata. Mattia sfrutta l’essere figlio di un orologiaio per riparare un orologio al comandante del campo e quindi riesce a farsi consegnare in segno di gratitudine ai servizi segreti militari jugoslavi (Ozna).
Il rientro a Trieste e il messaggio finale
Così Mattia salva la pelle e fa rientro a Trieste dove, anche con i nuovi occupanti, lavorando per l’Ozna, avrebbe assolto al ruolo di delatore, denunciando gli oppositori da lui conosciuti dell’esercito jugoslavo. Bambino fa i nomi di undici persone ma è poi assalito dal senso di colpa e piange a lungo, rimproverandosi la propria debolezza.
Un giorno il padre gli procura dei documenti falsi e lo convince che non può più restare a Trieste, perché ormai troppa gente lo odia. Mattia allora si nasconde fra i monti e finisce in una malga di Alpago, in provincia di Belluno, dove per diversi mesi custodisce e cura del bestiame.
Mattia rientra poi a Trieste nell’estate del 1946 ma questa volta viene catturato dai partigiani sloveni dentro un bar e non può sfuggire a una sorte tragica, alla punizione per il male commesso in passato, al diventare ora una vittima così come era stato a suo tempo un carnefice.
Ai suoi giustizieri, però, prima di chiudere gli occhi per sempre, Bambino lancia un bellissimo monito: «È ingrata e deludente la vendetta, anche contro un bastardo. È solo violenza senza giustizia. Credimi, dove c’è sangue non può esserci nient’altro che sangue».

Le immagini: la copertina del libro di Marco Balzano, e Trieste (a uso gratuito da Pexels; autori: Marcel Gierschick e Andreas Schnabl).

Ugo Pietro Paolo Petroni

(Pensieri divergenti. Libero blog indipendente e non allineato)

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Tags: bambinofascismojugoslaviletteraturalibriMarco BalzanoOznapartigianiromanzo storicosloveni
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