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Home CINEMA-MUSICA

“Lady Day”: la più bella voce blues

Mariella Arcudi by Mariella Arcudi
10 Giugno 2007
in CINEMA-MUSICA, LA CITAZIONE
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“Southern trees bear strange fruit / Blood on the leaves / Blood at the root / Black bodies swinging in the southern breeze / Strange fruit hanging from the poplar trees / Pastoral scene of the gallant South / The bulging eyes and the twisted mouth / The scent of magnolia sweet and fresh / Then the sudden smell of burning flesh / Here is a fruit for the crows to pluck // For the rain to gather / For the wind to suck / For the sun to rot / For the tree to drop / Here is a strange and bitter crop” (Gli alberi del Sud producono uno strano frutto / Sangue sulle foglie / Sangue sulle radici / Corpi neri ondeggiano nella brezza del Sud / Uno strano frutto che pende dai pioppi / Scena pastorale del nobile Sud / Gli occhi sbarrati e la bocca contorta / Dolce e fresco profumo di magnolia / Poi d’improvviso l’odore di carne bruciata / Qui c’è un frutto che i corvi possono beccare // Che la pioggia inzuppa / Che il vento scuote / Che il sole imputridisce / Che l’albero farà cadere / Qui c’è uno strano e amaro raccolto).

(Strange Fruit, da Billie Holiday, Mcps, 2005)

Abel Meeropol-Billie Holiday

LA RILETTURA

Eleanora Fagan Gough (1915-1959), donna di colore, fu la più grande interprete di blues e cool-jazz di tutti i tempi. Il suo nome d’arte era Billie Holiday, detta anche Lady Day. Non è difficile immaginare quante difficoltà, a causa di odio razziale e povertà, dovette affrontare Billie da bambina e in gioventù, prima di potersi affermare. Tuttavia, la sua determinazione, supportata dal dono di una voce unica, presto le spalancò i sipari di tutti i palcoscenici. La Holiday fu la prima cantante di colore a esibirsi accompagnata da una band composta da musicisti bianchi, rompendo quell’invisibile, quanto resistente, barriera razziale. Quando Billie saliva sul palco, l’America l’ascoltava, ma, finita la sua performance, come tutti i neri usciva dalla porta di servizio, umiliata. Come quando era bambina, sfruttata e seviziata, o come quando, appena adolescente, era costretta a prostituirsi nei bordelli di Harlem, in silenzio, senza poter protestare, perché “negra”. “Particolari” che segnarono il resto della sua esistenza.

Il successo di Lady Day – La voce di Billie, strascicata e potente, si fece presto valere: a diciotto anni il produttore John Hammond la portò a incidere insieme a Benny Goodman. Via via che la sua leggenda cresceva, aumentavano anche gli ingaggi e i più grandi jazzisti – come Count Basie, Artie Shaw e Lester Young – la vollero con sé. Billie saliva così sui palcoscenici della gloria, con una gardenia bianca tra i capelli (come volesse imporre a tutti la sua purezza) e il buio nel cuore. Lei era Lady Day sul palco, ma dopo tornava a essere la nera ragazza di Harlem, che a fine concerto scappava via dall’ingresso riservato alle persone di colore. La sua carriera continuò brillantemente: nel 1947 apparve accanto a Louis Armstrong in un film-musical, New Orleans. Nel 1954 girò l’Europa in tournée e nel 1956 scrisse il suo libro di memorie Lady sings the Blues (a cui si è ispirato l’omonimo film diretto da Sidney Furie nel 1972 e interpretato da Diana Ross). Nel 1957 uscì il suo forse più significativo album, intitolato Body and Soul.

Il dolore e il riscatto – Il successo e l’adorazione dei fans di tutto il mondo non servirono però a cancellare in Billie il dolore e le umiliazioni che i bianchi, sin da bambina, le avevano inflitto. Come altri artisti, cercò l’oblio nella droga e nell’alcool, tanto da uccidersi. Ma si era già presa il suo riscatto. Quel suo straordinario modo di cantare, fatto di un’alternanza di toni lenti, altissimi, infine eccezionalmente bassi, ha fatto di lei l’icona della voce jazz, che contagiò e ispirò cantanti come Janis Joplin, Rossana Casale, ecc. Persino gli U2 le dedicarono la struggente Angel of Harlem (inclusa nell’album Rattle And Hum del 1988). Ciò che maggiormente ne riscattò il dolore fu la sua indimenticabile interpretazione di Strange fruit, la canzone che è ancora oggi considerata il suo appello di condanna al razzismo e che divenne negli anni Quaranta del Novecento l’inno per i diritti dei neri. Billie eseguì per la prima volta questo brano nel 1939, nel Café Society, celebre night club di New York.

Storia di una canzone – Strange Fruit, scritta da Abel Meeropol – un insegnante di scuola, ebreo comunista -, è considerata la prima, significativa denuncia musicale contro i linciaggi razziali nel Sud degli Stati Uniti. La canzone raggiunse il successo grazie all’intensa interpretazione della Holiday, accompagnata da forti polemiche. Il testo narra di “uno strano frutto” che pende da un albero seminando macchie di sangue: quel frutto è un uomo di colore ucciso dai bianchi, solo per la sua diversa pigmentazione. Billie cantò questi versi ventiquattro anni prima della marcia su Washington di Martin Luther King. Grazie a lei, Strange Fruit non è stata mai dimenticata, continuando a influenzare musicisti, artisti e intellettuali. Ne sono state fatte diverse versioni, da Nina Simone, Tori Amos, Sting e Cassandra Wilson, tutte importanti e coinvolgenti, ma nessuna suggestiva e coraggiosa come quella eseguita da Lady Day.

L’immagine: “icona” di Billie Holiday.

Mariella Arcudi

(LucidaMente, anno II, n. 21, settembre 2007)

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Tags: Abel MeeropolarcudiArtie ShawBasieBenny GoodmanBillie HolidaybluesBody and Soulcool-jazzDiana RossEleanora Fagan Goughgardenia biancaLady DayLady sings the BluesLester YoungLouis ArmstrongnegraNew OrleansNina Simoneodio razzialepovertàprostituzioneRattle And HumrazzismoSidney FurieSting e Cassandra WilsonStrange FruitTori Amos
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