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Le cause sociali della criminalità

Non si tratta solo di una questione di povertà economica ma di un insieme di fattori socioculturali e ambientali, in cui rientrano anche i mass media, ma soprattutto un ordinamento macroeconomico iniquo e lo sfaldamento delle strutture comunitarie

Andrea Baiguera Altieri by Andrea Baiguera Altieri
9 Novembre 2025
in TEMATICHE CIVILI
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Le cause sociali della criminalità
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Non si tratta solo di una questione di povertà economica ma di un insieme di fattori socioculturali e ambientali, in cui rientrano anche i mass media, ma soprattutto un ordinamento macroeconomico iniquo e lo sfaldamento delle strutture comunitarie

Nell’immaginario collettivo si è portati a pensare che la delinquenza, specialmente quella contro il patrimonio, sia causata da un disagio pecuniario. Chi commette furti, rapine e sottrazione di veicoli agirebbe solo per necessità economica. Invece, non è così.
Esistono devianze che si associano a situazioni patrimoniali molto floride, come dimostrano i crimini dei colletti bianchi, che delinquono per sete di potere e non perché spinti dall’esigenza di mettere un piatto in più a tavola.

Visioni xenofobe
Il mito del delinquente povero ed emarginato spinge alla xenofobia e, in ogni caso, non è conforme alle statistiche criminologiche. In epoca attuale, i mass media sono riusciti a veicolare la falsa immagine dello “sporco negro” o del “lurido pezzente” perennemente proteso a rubare. Ma, nella realtà concreta, i reati sono commessi anche da soggetti appartenenti alla media e all’alta borghesia.

Si pensi, ad esempio, alla circolazione illecita della cocaina presso insospettabili professionisti. Oppure, si ponga mente all’abuso di bevande alcoliche da parte di individui perfettamente inseriti nel contesto sociale. Oppure ancora, è utile volgere lo sguardo alle violenze sessuali compiute da figli di buona famiglia che fino ad allora sembravano “ragazzi modello”.
Abbonda l’ipocrisia televisiva e, più in generale, giornalistica; per cui, è in voga lo stereotipo del delinquente borderline da eliminare sotto il profilo sociale. Una consimile visione della realtà non è conforme al vero, poiché spesso le porte del carcere si aprono anche per persone “perbene” al di sopra di ogni sospetto.
Le cause della genesi del crimine
La verità scientifica è che le cause della genesi del crimine vanno contestualizzate seriamente e non lasciate alla demagogia. In Italia, nel Novecento, molti studiosi del settore hanno affermato che un reddito troppo basso può aumentare il disagio e favorire l’omicidio volontario e la rapina ma, dal punto di vista statistico, non è provata una correlazione effettiva tra il furto e le insufficienti disponibilità finanziarie dell’imputato. Ciò che conta veramente, come dimostrato dai censimenti criminologici, non è la penuria di soldi, bensì la frustrazione e il disordine emotivo provocato da un sistema sociolavorativo che obbliga l’individuo a essere sottopagato e umiliato da un ordinamento macroeconomico profondamente antidemocratico e antiugualitario.

Oggi, in Italia, l’equilibrio tra investimenti-spese/lavoro-disponibilità di denaro (IS/LM) mortifica il dipendente e crea rabbie sopite che sfociano nella violazione delle norme penali. Il lavoratore contemporaneo vive in uno stato di frustrazione perenne.
Non solo povertà, ma, forse, soprattutto disagio e rabbia
La criminologia occidentale invita a interpretare le cause della criminalità con un approccio multifattoriale che tenga conto di tutte le variabili in gioco. Quando un adulto o un adolescente commettono uno stupro, una rapina o un furto non è o, comunque, non è solo la povertà ad aver determinato la devianza. Per esempio, molto dipende dall’abuso di sostanze illecite.

Si consideri pure che sovente la devianza è frutto di un pregresso disagio scolastico che ha invogliato il giovane infrattore a violare sistematicamente le regole della pacifica convivenza sociale. Un ruolo possono avere pure le agenzie di controllo familiare e istituzionale. Quindi, il responsabile di un crimine non sempre o non solo cerca soldi; molte volte, chi trasgredisce le regole è spinto da una profonda rabbia verso l’ordine costituito, come dimostrano lo stupro, il vandalismo e le risse.
Bisogna domandarsi, piuttosto, cosa c’è dietro l’atto illecito, qual è stato il sistema educativo del responsabile, quali disfunzioni ha avuto la famiglia d’origine e quale sia lo stato emotivo del deviante, che, in ogni caso, non è sempre e comunque uno straniero o un disoccupato deterministicamente votato all’infrazione del contratto sociale.
Delinquenza e territorio: mappe e statistiche
La delinquenza ha sempre un legame con il territorio in cui essa è stata attuata. Nella Francia dell’Ottocento e nella Criminologia statunitense del Novecento, molti dottrinari hanno affermato che esiste una «ecologia» del crimine, nel senso etimologico del lemma, ovverosia una profonda connessione tra le devianze antinormative e la zona geografica ove l’infrazione ha preso corpo.

Ad esempio, nei quartieri della maggior parte delle metropoli nordamericane la legge è violata maggiormente in zone nelle quali prevale un disordine etico-collettivo provocato dall’abbondanza di suicidi e divorzi, dall’eccessiva presenza di “ghetti” non autoctoni e da fattori familiari, come la prevalenza di nuclei domestici non funzionali. Detto in altri termini, se le famiglie di un quartiere sono prevalentemente disfunzionali, ne conseguirà la formazione di gruppi giovanili tendenti alla contestazione illecita dell’ordine costituito, pur se tale situazione di disagio non impedisce affatto la libera decisione del singolo di astenersi dal delinquere (leggi pure Genitorialità disfunzionale e tossicodipendenze).
Nella sociologia statunitense esistono metodi scientifici per mappare la delinquenza con precisione e rigore. Negli Usa è infatti molto in voga il metodo della Social area analysis, che consente di ottenere statistiche assai precise, basate sul numero di donne lavoratrici nel quartiere, sulla cifra media di figli per donna, sul reddito pro capite e sul livello di scolarizzazione dei minori. Oppure, da segnalare è anche il Routine activity approach, che valuta le “maggiori occasioni di delinquenza”, come la mancanza di antifurti, le uscite frequenti da casa dei residenti o l’assenza di rapporti con il vicinato.
Società postindustriale: assenza di comunitarismo, controllo e sanzione sociale
Il controllo sociale non è più quello della civiltà rurale prenovecentesca. È infatti indubitabile che la società postindustriale non benefici più dei ritmi lenti e relativamente tranquilli che permeavano la vita quotidiana prima della rivoluzione industriale.

Oggi, i mezzi di trasporto hanno esasperato la liquidità sociale. La comunità locale non è in grado di arginare l’illegalità. La famiglia ha cessato di trasmettere valori etici forti. La scuola non agevola la crescita morale degli adolescenti. Mancano luoghi di umana aggregazione e ciò aumenta la contestazione e l’aggressività, il che genera frustrazioni potenzialmente criminogene.
Entro tale contesto collettivo disgregato e caotico è più facile la nascita di comportamenti illegali antisociali e/o antinormativi frutto di un’insoddisfazione generalizzata che colpisce buona parte dei consociati (leggi anche Condizionamenti sociali e propensione al crimine).

Le immagini: a uso libero e gratuito da Pixabay secondo la Licenza per i contenuti (autori: geralt; Gentle07; kalhh).

Andrea Baiguera Altieri

(Pensieri divergenti. Libero blog indipendente e non allineato)

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Tags: criminalitàdelinquenzaetniafamigliafocusfurtipovertàroutine activity approachsocial area analysissocietà
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