“Il coltello sul vassoio” (Molesini Editore) è la seconda raccolta della poetessa. Un libro che nasce da una ferita personale per giungere alla sua esorcizzazione
A sei anni dall’esordio bilingue Candeggina (Ensemble, 2019), ecco la seconda raccolta di poesie di Veronica Chiossi. Ed essa appare sconvolgente fin dal titolo (Il coltello sul vassoio, Prefazione di Daniele Piccini, Molesini Editore, Venezia 2025, pp. 110, € 112). L’autrice, veneziana di nascita, statunitense di formazione, si conferma una voce tra le più originali e necessarie della poesia italiana contemporanea, e molti sono stati i riconoscimenti ricevuti.
È possibile guarire scrivendo? L’autrice pensa di sì, guidando il lettore in un racconto in versi che ripercorre le cinque fasi del lutto a seguito di un evento traumatico, per approdare infine a una radura. Non si tratta di una metafora: il libro nasce da un’urgenza personale e dichiarata. Chiossi scrive con una consapevolezza precisa: solo raccontare la propria esperienza di abuso narcisistico l’avrebbe salvata. Per lei la poesia è un’esperienza più fisiologica che razionale: nella prigione del trauma, bisogna evitare di rinchiudersi nell’ulteriore gabbia della razionalità.
La struttura del libro
La raccolta racconta in versi, con toni realistici e una narrazione cronologica, un trauma da abuso narcisistico che risveglia la prima ferita adolescenziale: l’abbandono da parte del padre. Il libro si apre proprio con questo flashback, offrendo una chiave psicoanalitica. La narrazione della relazione abusante si introduce poi con i toni seducenti dell’innamoramento, perché il rapporto si presenta inizialmente come una storia normale e perfino idilliaca, nella fase del cosiddetto love bombing.
La critica Bianca Tarozzi, sulle pagine di Pordenonelegge Poesia, individua con precisione la geometria interna della raccolta: le varie sezioni potrebbero essere semplicemente due: “io e lui” e “io e loro”. Io, sola; gli altri, le coppie. L’inventario iniziale fissa in ben delineati versi la genesi del disamore: la prima scena registra una partenza, uno svuotarsi della casa, il trasloco definitivo dell’amato, che qui è la figura paterna.
Come è stato notato da Daniele Piccini nella Prefazione, l’io della poetessa rimane spaiato, come nel grande quadro di Edvard Munch La danza della vita, dove una figura femminile solitaria si aggira mentre alcune coppie danzano intorno a lei. Un’immagine che Tarozzi aggiorna ulteriormente riferendosi a Paula Rego e al suo The Dance (1988): anche lì una donna spaesata, spaiata, tra coloro che danzano, resa onirica di una mancanza.
Nella prima parte il libro brucia: è un canto del disamore costruito con la precisione di chi fa dell’invettiva uno strumento critico, non uno sfogo. La ferocia è lucida, il sarcasmo calibrato: la donna non è vittima passiva ma osservatrice spietata di se stessa e dell’uomo che l’ha ingannata. Poi, gradualmente, quello sguardo si allarga oltre la ferita personale e scopre che il mondo è pieno di altre forme di sopraffazione. Compaiono un maiale in un allevamento intensivo, un pesce grigio divorato da un airone, un topolino che sta per annegare nel lavello e viene salvato in extremis. L’unico testo in dialetto, dedicato a un mastro vetraio di Murano vissuto a “pane e vetro”, trasforma tutto in un canto leopardiano sulla fragilità della vita.
Una lingua senza orpelli e una Venezia senza veli
Nel saggio introduttivo, Piccini sottolinea pure la capacità prensile del lessico di Chiossi: una lingua ipercontemporanea, spoglia di ogni orpello liricheggiante, immersa in un elemento organico di idiosincrasia e sincerità, che rende tutto dicibile così com’è, senza mascherature. L’autrice mescola e ibrida i linguaggi, dà voce a un punto di vista da esclusa acutissima: un’osservatrice mimetica e satirica, che fa il verso alle cose del mondo con un misto di disgusto e di critica. La Prefazione parla esplicitamente di «una poesia da maneggiare con cura», che «non è innocente, ma comporta una dose di minaccia».
Nelle poesie di Chiossi non ci sono metropoli ma labirinti burocratici o digitali, un Nord-Est in cui trionfano la spazzatura, il liquame, le microplastiche e i messaggini sul cellulare. L’autrice stessa definisce la sua una «poesia cementizia»: le microplastiche che entrano nelle cellule, nel sangue, drogano letteralmente anche i gabbiani.
Il grottesco e la contemporaneità coincidono. L’autrice osserva le coppie con un disgusto baudelairiano mentre il linguaggio irriso della burocrazia si accampa con sardonica ferocia.
Qualche testo ricorda Anne Sexton o Sylvia Plath. L’immagine della figlia che si inerpica sul faro nel cuore del padre ricorda The Colossus della Plath: anche lì una figura gigantesca, l’immensa statua paterna, sulla quale si arrampica la figlia, inutile fatica. Chiossi stessa cita tra i suoi riferimenti la Plath, riletta a vent’anni, e poi poeti opposti come Raffaello Baldini e Paul Celan, fino a Iolanda Insana e Angelo Maria Ripellino, siciliani diversissimi tra loro, forse vagamente accomunati dal risentimento come motore creativo.
La poesia come gesto etico
Il coltello del titolo è il simbolo della violenza che si è compiuta. Violare un’anima usando premeditazione, manipolazione e inganno, è una violenza. Non è necessario possedere una donna con la forza per ucciderla dentro. Chiossi definisce la sua scrittura uno strumento per “esorcizzare” i dolori, arrivando a dichiarare «se scrivo è per evitare il reato»: invece di rispondere alla violenza subita con altra violenza, sceglie di fare a pezzi metaforicamente il proprio aguzzino attraverso la poesia, rifiutando ogni zona grigia.
Il coltello sul vassoio non è un libro comodo. È un libro necessario, per chi l’ha scritto e per chi sa riconoscersi in quel coltello immobile, in quel momento in cui il mondo continua a girare e si è ancora lì, a capire cosa è rimasto in piedi dell’esistenza che conoscevamo. Come ricorda l’autrice stessa, il lutto va attraversato – non può essere stordito né imbavagliato – ma è possibile uscirne. E la poesia, qui, ne è la prova più viva.
Un tratto quasi paradossale della raccolta è però anche l’umorismo. Ridere, per l’autrice, è una cosa seria: è ciò che permette di galleggiare sulla sfortuna e di non affondare, trovando il lato esilarante anche nei momenti più drammatici, come atto ultimo di libertà.
Eppure, attraverso tutto il sarcasmo e il grottesco, rimane aperta una finestra sulla possibilità di qualcosa di buono. Chiossi usa la tecnica del contrappunto: il bene, anche se raro, si contrappone al male, il bello al brutto.
Le immagini: in apertura, elaborata con l’intelligenza artificiale generativa attraverso Google Gemini secondo la licenza per uso libero e gratuito; la copertina del libro della Chiossi e foto dell’autrice, gentilmente concesse da Dora Carapellese.
Emanuela Susmel
(Pensieri divergenti. Libero blog indipendente e non allineato)


















