Nel vademecum “Perché NO” (PaperFirst) Marco Travaglio critica la Riforma dell’ordinamento giudiziario proposta da Giorgia Meloni e Carlo Nordio, in quanto riduce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Occorre, perciò, evitare che gli equilibri istituzionali si sbilancino in favore del potere esecutivo
Il 13 giugno 2024 la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro della Giustizia Carlo Nordio hanno presentato il disegno di legge costituzionale dal titolo Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare, che è stato definitivamente approvato – dopo quattro votazioni alternate tra Camera e Senato – il 30 ottobre 2025 (vedi Testo legge costituzionale, in Gazzetta ufficiale).
Poiché la tale Riforma è stata approvata a maggioranza semplice e non qualificata (che prevede il voto dei due terzi i deputati e senatori), i promotori hanno poi dovuto raccogliere le firme in Parlamento per indire il referendum confermativo, che è stato fissato per il 22 e 23 marzo 2026. L’esito della consultazione referendaria sarà valido anche se si recherà alle urne un numero di elettori inferiore al 50% degli aventi diritto.
I contenuti principali della Riforma Meloni-Nordio
La Riforma Meloni-Nordio modifica o elimina sette articoli della Costituzione italiana (87, 102, 104, 105, 106, 107, 110) per ottenere quanto segue: 1) la separazione delle carriere dei magistrati giudicanti e requirenti; 2) lo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura-Csm (uno per i giudici, l’altro per i pubblici ministeri); 3) una nuova modalità di composizione dei Csm, formati ciascuno da 32 membri, 2 di diritto (il presidente delle Repubblica più il primo presidente della Cassazione in un Csm e il procuratore generale della Cassazione nell’altro), 20 togati estratti a sorte tra i magistrati in servizio, 10 laici sorteggiati da un elenco – approvato dal Parlamento – di avvocati con almeno 15 anni di servizio e professori universitari di materie giuridiche; 4) l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare, composta da 15 membri (9 togati sorteggiati, 3 laici scelti dal capo dello Stato, 3 laici estratti a sorte), il cui presidente apparterrà alla componente laica.
Altri aspetti della Riforma
Una conseguenza rilevante della Riforma Meloni-Nordio sarà l’impossibilità per i magistrati di impugnare in Corte di Cassazione i provvedimenti disciplinari. I ricorsi contro sospensioni o radiazioni, infatti, saranno esaminati – in secondo grado – sempre dall’Alta Corte, composta però da un collegio differente rispetto a quello che ha emesso il verdetto di primo grado.
I nuovi Csm, pur perdendo ogni competenza sui procedimenti disciplinari, manterranno comunque le altre mansioni svolte dall’unico adesso funzionante (assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, valutazioni professionali, conferimenti di incarichi, ecc.). La Riforma contempla anche la possibilità che il Csm giudicante, in deroga alla separazione delle carriere, possa promuovere qualche pm a consigliere di Cassazione, ma esclusivamente per “meriti insigni”. Ricordiamo, inoltre, che il Parlamento avrebbe potuto modificare l’ordinamento giudiziario tramite una legge ordinaria, ma l’attuale maggioranza ha preferito cambiare la Costituzione per rendere la Riforma irreversibile grazie al referendum confermativo.
Le ragioni del “no” al referendum del 22 e 23 marzo
Le ragioni per votare “no” al referendum del 22 e 23 marzo prossimi sono state compendiate egregiamente da Marco Travaglio – direttore de il Fatto Quotidiano – nel vademecum Perché NO. Guida al referendum su magistratura e politica in poche e semplici parole (PaperFirst, pp. 194, € 15,00), che è corredato anche da un’Introduzione del giurista Gustavo Zagrebelsky e, in appendice, da un’intervista al giudice Nicola Gratteri (entrambi schierati per il “no”).
Travaglio afferma, innanzitutto, che Meloni e Nordio non hanno proposto una Riforma “della giustizia” bensì “della magistratura” con «uno stravolgimento dell’equilibrio tra il potere politico e quello giudiziario». La separazione delle carriere è solo uno «specchietto per le allodole», mentre i veri obiettivi da conseguire sono soprattutto «lo sdoppiamento e l’indebolimento del Csm e l’espianto delle funzioni disciplinari dal Csm a favore di un’Alta Corte meno indipendente, perché più “politica”».
Lo scopo della separazione delle carriere: controllare i pm
La Riforma Cartabia ha notevolmente ridotto i passaggi tra la funzione requirente e giudicante: negli ultimi anni, infatti, meno dell’1% dei magistrati ha cambiato carriera. Oggi il pubblico ministero svolge imparzialmente le indagini giudiziarie, perché «deve ricercare ed esaminare tutti gli elementi […] favorevoli o sfavorevoli all’indagato». Se invece si sganciasse dalla “cultura della giurisdizione”, insita nelle carriere unificate, diventerebbe «sempre meno imparziale e sempre più inquisitore, tutto teso ad accusare, far arrestare, processare e condannare più gente possibile».
Per impedire ai pm di diventare «una setta di accusatori» o «una casta separata di 2.200 Torquemada», bisognerà sottoporli al controllo dell’esecutivo. Il vero scopo della separazione delle carriere, quindi, non è rendere più equi e veloci i processi, bensì «mettere domani i pm al guinzaglio del potere politico» per consentire al governo di decidere «contro chi scatenarli e chi risparmiare», stravolgendo gli equilibri istituzionali in favore del potere esecutivo.
Altre anomalie della Riforma
L’anomalia principale della Riforma Meloni-Nordio concerne il sorteggio dei membri dei Csm. Mentre, infatti, i togati saranno estratti a sorte tra 9.400 magistrati in servizio, i laici «continueranno di fatto ad essere nominati […] secondo le più bieche logiche della lottizzazione partitocratica», perché verranno sorteggiati da un elenco votato dai parlamentari!
Un’altra norma discutibile priverà i Csm dell’azione disciplinare che verrà demandata all’Alta Corte di giustizia, destinata a diventare «la quintessenza della Casta, politica e togata». È prevista, infatti, un’ampia presenza di membri laici (6 su 15), mentre i togati saranno scelti tramite sorteggio tra i magistrati «più anziani di Cassazione», ormai avvezzi a «intrecciare relazioni e frequentare il potere». Ricordiamo, inoltre, che a promuovere le indagini disciplinari sui pm sarà, accanto al ministro della Giustizia, anche il procuratore generale della Cassazione, il quale perciò – incoerentemente con la separazione delle funzioni – investigherà colleghi appartenenti «a una carriera diversa dalla sua»!
Se vince il “sì” la giustizia sarà più inefficiente
Riassumiamo anche gli altri rilievi mossi nel vademecum alla Riforma Meloni-Nordio: un magistrato sanzionato «non potrà mai rivolgersi a un giudice indipendente […] per far riesaminare il suo caso», perché il ricorso sarà sempre vagliato dall’Alta Corte (con un collegio diverso); si prevede un sensibile aumento dei costi annuali del sistema giudiziario che saliranno a circa 150 milioni di euro, perché «sarà tutto triplicato: personale, autisti, segretari, uffici studi»; diventerà problematico coordinare «Procure, gip, gup, Tribunali, corti d’Appello, Corte di Cassazione» e ciò renderà la giustizia «più lenta e inefficiente, cioè più ingiusta».
Condividiamo le critiche formulate da Travaglio e invitiamo i lettori a votare “no” il 22 e 23 marzo prossimi, rammentando in conclusione che la separazione delle carriere, l’assoggettamento dei pm all’esecutivo e la riforma del Csm facevano parte del progetto di revisione autoritaria delle istituzioni italiane ideato da Licio Gelli (vedi Piano di rinascita democratica, voce Wikipedia).
Le immagini: oltre alla copertina del libro Perché NO (PaperFirst) di Marco Travaglio e alle foto e composizioni dell’autore del presente articolo, elaborazioni con l’intelligenza artificiale generativa attraverso Google Gemini secondo la licenza per uso libero e gratuito.
Giuseppe Licandro
(Pensieri divergenti. Libero blog indipendente e non allineato)

















