Come districarsi tra pregiudizi eurocentrici, complessi di superiorità e condizioni reali? Ma l’indicatore primario non dovrebbe essere la felicità?
«È la loro cultura» è un noioso, buonista e acritico intercalare che ci sta tormentando da decenni. Se utilizzato anche per giustificare brutture, ingiustizie e delitti, purché commessi da persone appartenenti ad aree geografiche non occidentali, è inaccettabile.
Tuttavia, il tormentone può anche avere una propria validità se serve a rintuzzare il complesso di superiorità eurocentrico, la massificazione globale derivata dal consumismo capitalista, la convinzione che esista solo uno stile di vita accettabile.
Guardare solo il proprio ombelico e ritenerlo il migliore
In via preliminare si può affermare che si tratta di un meccanismo psicologico e sociale del tutto naturale. Siamo tutti egocentrici e vediamo gli altri a seconda di come siamo noi. Pertanto: la nostra famiglia è migliore delle altre; la nostra alimentazione è la più gustosa e sana di tutte; il nostro territorio è il più bello. Tale psicologia individuale può senz’altro essere trasferita alle civiltà: ciascuna si considera migliore delle altre e ritiene barbari o, perlomeno, “estranei”, usi, costumi, organizzazione politico-sociale, religioni altrui.
Nei secoli recenti, tutto nasce, in Occidente, dall’ideologia liberale e illuminista, col mito del progresso, cui si è aggiunto lo scientismo: siamo più bravi e buoni, e, soprattutto, più “avanzati”. E lo siamo sulla base dei nostri princìpi di democrazia, libertà, diritti individuali, autodeterminazione, uguaglianza giuridica… Aggiungiamoci il cosiddetto “benessere”, le norme igieniche, l’istruzione diffusa, la tecnoscienza, fino alla sospirata uguaglianza uomo-donna, all’accettazione dell’omosessualità, ecc.
Eppure già proprio un illuminista, Montesquieu, nel noto romanzo epistolare Lettere persiane (1721), ci lanciava un tollerante messaggio: ciascuno apprezza i propri usi e costumi e ritiene strani, eccentrici o proprio ignobili quelli altrui. E questo vale anche per gli “altri” nei nostri confronti. Dunque, il relativismo e l’attenzione e il rispetto per “gli altri” sono doverosi.
Prodotto interno lordo o Felicità interna lorda?
Sicché, siamo proprio sicuri che l’Occidente rappresenti “il migliore dei mondi possibili”? O siamo solo ciechi e spocchiosi? Ci ha colpito il fatto che, considerando l’indicatore del Fil (Felicità interna lorda) e non il famigerato, quantitativo, economicista Pil, una Nazione e un popolo poveri siano tra i più felici al mondo (leggi Marcello Veneziani, Inno alla vita per l’anno che viene, in LaVerità, 1° gennaio 2023, o Marcela De Pietro, Perché il Bhutan è il paese della felicità?, in suntimemagazine.com, 10 gennaio 2024).
Ad esempio, siamo certi che la vita delle donne occidentali, emancipate, lavoratrici, libere sessualmente, con alle spalle stress, insostenibili, divorzi e pochi o niente figli, sia felice? La solitudine dell’uomo occidentale, causata da individualismo, solipsismo, frenesia, corsa affannosa e affannata a denaro e successo, a inseguire apparenze, è preferibile alla lentezza, al comunitarismo, certo a volte soffocante, di altre culture? Sebbene, appena arriva il capitalismo e il “benessere”, la corsa al consumismo e al lusso esteriore contamini da tempo pure le altre civiltà.
In Occidente viviamo davvero nella libertà o essa è solo libertà di spendere futilmente denaro ed essere vuoti e stupidi? Il rispetto dei diritti umani e civili non è forse a scapito dei diritti sociali? [Leggi pure L’ideologia dei diritti umani ci distruggerà]. E, con il politically correct, il wokeismo e la cancel culture, essi non si sono trasformati nell’aggressivo diritto al superficiale libertinaggio, alla volgarità, alla mancanza di coscienza civile e dei doveri civici verso gli altri? Dov’è la felicità, che è pure allegria, leggerezza, spensieratezza, insomma la gioia di vivere)? [Vedi ancora Marcello Veneziani, Ma la politica non può darci la felicità, in Panorama, n. 15, 5 aprile 2023].
Gli e/orrori dell’Occidente e il dilemma finale
E, andando giù in modo ancora più pesante, abbiamo già più volte posto una questione vitale: Viviamo davvero in regimi democratici? O a influenzare i cittadini sono i potentati internazionali e sovranazionali, I nemici dell’umanità, con l’ausilio dei mezzi di comunicazione, che manipolano l’informazione o rimbecilliscono con trasmissioni-spazzatura? E, ancora, che dire, non solo dell’aggressività del capitalismo occidentale, ma delle guerre provocate da ipocrite operazioni di “esportazione della democrazia”?
In conclusione, non sappiamo proclamare alcuna certezza. Anzi, ci troviamo proprio di fronte a un dilemma. Da un lato sentiamo che l’Occidente “è meglio”. Che ci opprime il cuore vedere le donne col burqa come in Afghanistan o picchiate come in Iran. E, personalmente, ad esempio, non sopporteremmo di vivere attorniati sempre da una miriade di persone chiassose e, quindi, non poter leggere un libro, ascoltare della musica, vedere un film in santa pace. D’altro canto, abbiamo tanti dubbi sull’idea che le persone di altre culture vivano peggio di noi e, in ogni caso, se sia giusto e utile diffondere o, peggio, imporre, il nostro modello sociopolitico e culturale.
Le immagini: a uso libero e gratuito da Pixabay secondo la Licenza per i contenuti (foto di balancedspirit, Cowboy_Bhutan, adliwahid e OrcaTec).
Rino Tripodi
(Pensieri divergenti. Libero blog indipendente e non allineato)



















