Nel suo nuovo libro-guida, edito da Mauna Kea, la scrittrice e antropologa Raffaella Milandri racconta emozioni inedite in una sorta di bussola tra studio, viaggio e ascolto. Ecco cosa ci ha rivelato in una emozionante intervista
Attraverso la ricca e profonda intervista che vi apprestate a leggere, LucidaMente/Pensieri divergenti ospitano di nuovo, con piacere, Raffaella Milandri, viaggiatrice solitaria, antropologa, giornalista, scrittrice e attivista per i diritti umani dei popoli indigeni (qui gli altri articoli dedicati a Raffaella).
L’ultima volta l’avevamo sentita per l’uscita del suo libro Le scuole residenziali indiane. Le tombe senza nome e le scuse di Papa Francesco (Mauna Kea Edizioni, pp. 258, € 17,10). Ora l’occasione per incontrarla è offerta dalla sua nuova pubblicazione: Nativi Americani. Guida a Miti, Leggende e Preghiere. Abitare il mistero, decolonizzare lo sguardo (Mauna Kea Edizioni, pp. 312, € 20,00).
Un viaggio senza sosta nella cultura dei Nativi
Dall’ultima intervista realizzata insieme nel 2023 hai trascorso questi anni sempre al lavoro, continuando a studiare e a scrivere. Sei instancabile e non ti fermi mai… Respiri ogni tanto?
«Respiro, sì, ma non nel senso di “staccare la spina”, come vorrebbe la nostra cultura della performance. Respiro quando rallento abbastanza da ascoltare davvero: una frase letta bene, una nota ricontrollata, una storia che torna a chiederti rispetto. Il lavoro su questi temi non è una corsa, è una disciplina dell’attenzione. E se sembro instancabile è perché, in fondo, sento che la fretta è il primo modo in cui l’Occidente tradisce ciò che pretende di capire. Aggiungo anche che non mi fermo mai perché mi sembra di essere un gambero e di procedere all’indietro: i risultati in termini di divulgazione sono davvero ardui e a volte ho dei momenti di sconforto, come quando leggo sui social che i Nativi Americani sono estinti… Perbacco, sono oltre nove milioni negli Stati uniti e oltre tre milioni in Canada!».
Il titolo del tuo ultimo libro è particolarmente evocativo, anticipando atmosfere mistiche e spirituali che riguardano proprio i Nativi. È così?
«Sì, ma senza cartoline new age. Abitare il mistero non significa indulgere nell’esotico: significa riconoscere che la spiritualità, per molte Nazioni, non è un reparto separato dell’esistenza. È un modo di stare al mondo: relazione, responsabilità, reciprocità. E decolonizzare lo sguardo vuol dire proprio questo: smettere di ridurre il sacro a folklore, o a metafora utile a noi, e accettare che esistono conoscenze che non si lasciano addomesticare».
Si tratta di una “guida”, quindi? In che senso?
«È una guida nel senso di bussola e strumento: accompagna il lettore attraverso miti, leggende e preghiere senza promettere scorciatoie. Non è un best of da consumo rapido: è un invito a orientarsi tra aree culturali diverse, genealogie di racconti, differenze di linguaggio e di funzione. Ho cercato di dare contesto, provenienze e cautele, perché il rischio maggiore è leggere Nativi Americani come un blocco unico, cancellando la pluralità reale dei popoli».
Un libro emozionante, a volte commovente
Com’è nato questo libro?
«È nato da un’esigenza che mi accompagna da anni: restituire al pubblico italiano una porta d’ingresso che sia onesta. Ho visto troppe narrazioni ripetute per stereotipo e troppe storie strappate dal loro terreno e trasformate in “motivetti motivazionali”. Questo testo nasce dall’intreccio tra studio, viaggio, ascolto e verifica e da una domanda etica, più che letteraria: come raccontare senza possedere? Come rendere accessibile senza semplificare fino a svuotare?».
Si tratta di un testo emozionante. Quali sentimenti e stati d’animo hai provato approcciandoti al tema prima e componendo il libro poi?
«Gratitudine, prima di tutto: perché quando ti avvicini a queste tradizioni capisci che non stai “raccogliendo materiale”, stai chiedendo di entrare in una casa. Poi una forma di commozione lucida: quella che senti quando un mito non è solo bello, ma necessario, perché custodisce una sopravvivenza. E, sì, anche timore – un timore buono: quello che ti impedisce di essere superficiale. Scrivendo ho provato spesso una responsabilità quasi fisica, come se ogni frase dovesse ricordarsi che sta parlando di persone vive, non di un passato da museo».
Quali difficoltà, pratiche, tecniche o anche emotive, hai riscontrato?
«La difficoltà più grande è stata evitare le trappole del nostro sguardo: la voglia di “spiegare” tutto, di rendere ogni simbolo compatibile con le nostre categorie, di cercare equivalenze forzate. Poi c’è la difficoltà tecnica: tradurre concetti che non hanno una corrispondenza diretta; gestire varianti e versioni; tenere insieme rigore e leggibilità. Ma c’è anche una difficoltà emotiva: alcune storie portano ferite storiche, traumi, violenze coloniali. E lì devi scegliere: non spettacolarizzare, non usare il dolore altrui come effetto narrativo».
La cultura dei Nativi e l’importanza delle fonti: un pozzo infinito
I Nativi d’America rappresentano un pozzo quasi infinito di spunti culturali, per lo più sconosciuti al mondo occidentale. Come riesci a mettere insieme i materiali di studio e approfondire tanto bene le tematiche che affronti?
«Con un metodo che è metà archivio e metà ascolto. Lavoro per stratificazioni: prima le fonti solide (etnografiche, linguistiche, storiche), poi il confronto tra più versioni, poi la ricostruzione del contesto – perché senza contesto il mito diventa un oggetto decorativo. E soprattutto mi do una regola: se una cosa è “troppo perfetta” per essere vera, probabilmente è stata modernizzata. Preferisco una frase meno brillante ma più autentica a una frase splendida che però tradisce».
Nel corso della tua carriera hai pubblicato oltre dieci volumi dedicati alle culture native nordamericane, coniugando Storia, Antropologia e Diritti umani. Quale dei tanti argomenti dei tuoi libri ti è entrato nel cuore e perché?
«La continuità tra parola e vita: il modo in cui una storia educa, sostiene, protegge. Mi ha toccato sempre la dimensione comunitaria: il fatto che il racconto non serve a “intrattenere” ma a ricordare chi sei, come ti comporti, che rapporto hai con la Terra e con gli altri esseri. E poi, in modo particolare, il tema della lingua: ogni volta che una lingua viene salvata non si salva solo un vocabolario. Si salva un modo di pensare, una delicatezza, un mondo».
In questa epoca storica martoriata da guerre e brutture dare giustizia alla causa dei Nativi d’America che cosa rappresenta per te, che hai viaggiato tanto e hai toccato con mano molte realtà, forse sconosciute o forse accantonate dalla frenesia occidentale?
«Rappresenta un atto di verità contro la rimozione. I Nativi non sono una metafora, né un “passato romantico”: sono comunità contemporanee che pagano ancora i costi di una storia coloniale non chiusa. Per me “giustizia” significa rimettere al centro ciò che l’Occidente tende a cancellare: sovranità, terra, memoria, diritti, ma anche bellezza e intelligenza politica. E significa anche una cosa semplice: non parlare “su” di loro ma parlare “con” le fonti giuste e lasciare che emergano voci e cornici non occidentali. Inoltre, come è noto, “dare giustizia” è un’esigenza che nasce dalla mia appartenenza alla famiglia Crow Black Eagle. Mio fratello Cedric mi espresse una richiesta specifica: “Studia e poi divulga la nostra realtà”».
Che cosa significa, da giornalista antropologa, divulgare la cultura e la letteratura nativa americana nel nostro Paese? La si può definire una missione?
«Se intendiamo “missione” come servizio, certamente sì. Non nel senso di portare luce a chi ne sarebbe privo, ma nel senso di togliere rumore: stereotipi, romanticismi, falsi spiritualismi. Divulgare è una responsabilità doppia: verso il lettore (che merita accuratezza) e verso le comunità native (che meritano rispetto e correttezza). In Italia c’è fame di questi temi, ma spesso manca lo strumento per distinguerli da imitazioni e appropriazioni. E io sento il dovere di offrire un percorso affidabile».
Hai riscontro da parte delle istituzioni – nazionali o internazionali – sul tema dei diritti dei Nativi d’America?
«Ci sono segnali, soprattutto in ambito culturale e accademico, e una sensibilità crescente su alcuni temi. Ma la vera difficoltà è la continuità: le istituzioni spesso si accorgono dei popoli indigeni per “giornate” e celebrazioni, mentre i diritti richiedono politiche, ascolto e competenza. In generale noto più attenzione simbolica che strutturale. Eppure, ogni volta che un’istituzione accetta di studiare seriamente – senza paternalismo – è un passo. Piccolo, ma reale».
Dunque è possibile un dialogo per il ripristino del rispetto e della dignità di queste culture?
«Sì, ma con condizioni chiare: leadership indigena, ascolto reale, restituzione dove è dovuta (anche culturale) e il riconoscimento che non tutto è “per il pubblico”. Il dialogo non può essere un consumo: deve diventare relazione. E la relazione si misura nelle cose concrete: sostegno a progetti guidati dalle comunità, spazio alle voci indigene, attenzione ai confini culturali e un impegno a non trasformare il sacro in merce».
Prossimo viaggio?
«Negli ultimi anni ho “slegato” un po’ il viaggiare dall’apprendere; ho visitato e conosciuto molti popoli nel mondo, ho fatto indagini rischiose, ora ritengo più produttivo focalizzarmi su studio e divulgazione. L’ultimo viaggio è stato nel 2025 in Montana, a trovare la mia famiglia adottiva Crow: una bellissima esperienza affettiva, immersa nella cultura nativa. Il prossimo viaggio, come sempre, non sarà turismo: sarà ritorno. Quando si lavora bene su questi temi si torna nei luoghi perché essi ricordano e perché certe domande non si chiudono con una bibliografia: si chiudono con un comportamento».
Prossimo argomento di studio?
«Sto continuando a lavorare su ritualità e cerimonie e sul modo in cui le comunità tengono insieme tradizione e presente senza perdere la propria sovranità culturale. Ma il prossimo libro, per ora, è top secret. Mi sto dedicando molto anche alla traduzione di testi e biografie native: alcuni per la prima volta in italiano, altri in versioni integrali e annotate, per integrare finalmente certe opere nella realtà e non nell’esotizzazione (pericolosissimo!)».
Le immagini: la giornalista, antropologa e saggista Raffaella Milandri e le copertine del suo ultimo libro, Nativi Americani. Guida a miti, leggende e preghiere. Abitare il mistero, decolonizzare lo sguardo e di altre sue pubblicazioni per Mauna Kea Edizioni.
Maria Daniela Zavaroni
(Pensieri divergenti. Libero blog indipendente e non allineato)
















